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MERITO E UNIVERSIT└: ATTENTI A NON SBAGLIARE BERSAGLIO
di Emilio Barucci
25 novembre 2008

barucci_universita_italiana.jpgE’ oramai opinione diffusa che il ‘‘merito’’ non sia di casa nell’università italiana. Non a caso il recente Decreto Legge del Governo significativamente si intitola ‘‘Disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca’’. E’ sintomatico che la ‘‘valorizzazione del merito nell’università’’ necessiti di un intervento d’urgenza da parte del Governo.


In realtà non ci si deve sorprendere: larga parte dell’opinione pubblica e della stampa più autorevole condivide l’idea che i professori universitari siano nella migliore delle ipotesi dei ‘‘fannulloni’’ e che spesso siano dei corrotti interessati solo a sistemare i loro parenti. Accanto a questa opinione, che trova un fondamento in tanti esempi poco edificanti, è cresciuto il discredito per l’istruzione, e l’istituzione universitaria in particolare: il ruolo del professore universitario è sempre meno appetibile sia come posizione sociale che da un punto di vista economico, il conseguimento di un dottorato di ricerca non ha pressoché alcun riconoscimento nel mondo del lavoro.

 

L’attuale Governo ha preso al balzo lo stato di debolezza della classe dirigente dell’università italiana per presentare i suoi provvedimenti come una battaglia per ammodernare il sistema contro i professori, tutti presi dalla difesa dei loro privilegi, e gli studenti prigionieri di vecchie categorie ideologiche. Vediamo se le proposte colgono nel segno.

 

In sintesi le proposte della manovra d’estate sono tre: taglio significativo dei trasferimenti dallo Stato alle università (oltre il 40% al netto degli stipendi) e moderazione salariale (si veda Richiardi e Zazzaro), blocco dell’80% del turnover del personale (ogni 100 professori che vanno in pensione gli Atenei possono assumerne solo 20), possibilità per le università di trasformarsi in fondazioni di diritto privato appropriandosi di ampi margini di autonomia. Una proposta quest’ultima caldeggiata a suo tempo anche da esponenti del centrosinistra. Il sopracitato decreto, pur mantenendo i tagli a partire dal prossimo anno accademico, ha mitigato le misure sui trasferimenti e sul turnover per le università virtuose finanziariamente commissariando di fatto quelle non virtuose: le prime potranno spartirsi 500 milioni sulla base di una valutazione delle loro attività. Il decreto ha anche stanziato nuovi fondi per il diritto allo studio. Assieme a queste misure si è intervenuti sul reclutamento dei docenti bloccando di fatto le nuove assunzioni e cambiando le regole: i commissari dei concorsi non saranno eletti dai loro colleghi ma saranno estratti a sorte (si veda Tamborini).

 

Sarebbe facile interpretare gli eventi tramite un film già visto tante volte: si chiede 100 in prima battuta per ottenere 60. Una valutazione complessiva è comunque negativa con qualche spunto positivo da approfondire.

 

L’università italiana è un corpaccione dentro cui convivono realtà molto diverse tra loro sia per disciplina che per area geografica. Nonostante la valutazione sia meno negativa di quello che si legge sui giornali, è innegabile che lo stato di salute non sia buono. Il motivo è presto detto: l’università è passata negli ultimi venti anni da essere un luogo di istruzione, con una vocazione in primo luogo culturale o professionale di elite, ad essere un’impresa. Il ‘‘prodotto’’ sono studenti, ricerca, collaborazioni con l’industria, ecc. Questa trasformazione è stata violenta: i professori perlopiù l’hanno mal digerita, hanno invocato più autonomia e il Governo l’ha concessa loro sia sul piano didattico che sul piano finanziario senza stabilire criteri di valutazione per la didattica e la ricerca che guidassero i trasferimenti da parte dello Stato. Soprattutto non si è toccata la governance delle università lasciando che i docenti si autogovernassero con un unico vincolo rappresentato dai trasferimenti ricevuti dallo Stato. Il risultato è stato una catastrofe. Hanno preso il sopravvento interessi particolari-corporativi: il problema non è rappresentato da parentopoli, fenomeno che è difficile capire se sia aumentato o diminuito rispetto al passato, quanto dalla qualità dei programmi di studio, dal moltiplicarsi dei corsi di studio fantasmi, dalla crescita sostenuta del corpo docente. Il corpo docente autogovernandosi ha curato i suoi interessi (principalmente di espansione) senza rendere conto a nessuno.

 

Il governo risponde a tutto questo con un insieme di misure fondate su due pilastri: valorizzazione del ‘‘merito’’ e diminuzione dell’offerta pubblica prefigurando una privatizzazione di parte del sistema.

 

Per valutare lo stato di salute dell’università italiana non ha senso concentrarsi su una categoria quale il ‘‘merito’’ che è assai difficile da definire e rischia di creare distorsioni. Tutti invocano il merito pensando di ‘‘meritare’’ ma ogni tentativo di valutarlo in pratica è problematico. L’università italiana, più che in altri paesi, fornisce in larga misura in modo indistinto istruzione superiore, attività di ricerca e più in generale è un operatore culturale nelle più diverse forme. I paladini del ‘‘merito’’ partono dall’assunto che esso sia facilmente misurabile in termini oggettivi e che da questo debbano discendere posti di ruolo, remunerazione dei docenti, finanziamento alla ricerca, ecc. A patto che siano disponibili criteri oggettivi di valutazione della ricerca, cosa che è bene precisare è possibile solo per le discipline scientifiche, e consci del fatto che una loro applicazione stringente porterà a conformismi culturali (si produce ricerca seguendo le mode culturali perché questo aumenta la probabilità di pubblicare su riviste prestigiose), si può valutare il merito nella ricerca ma non è altrettanto facile farlo riguardo ad altri aspetti dell’offerta universitaria. E’ vero che innalzando la qualità della ricerca si hanno ricadute positive anche nelle altre funzioni ma innestare un criterio di valutazione del merito nella ricerca su un corpo docente che è chiamato a fare un po’ di tutto rischia di non essere produttivo: occorre permettere ai docenti di ‘‘specializzarsi’’ a seconda delle funzioni (ricerca, didattica, organizzative) e valutarle seriamente tutte. Questa strada è difficile e comunque da sola non basta, occorre agire sui meccanismi di governo dell’università.

 

Una politica seria per l’università deve essere ‘‘punitiva’’ verso i professori. Occorre però non sbagliare bersaglio: piuttosto che toccare i loro stipendi (che sono già bassi) o i meccanismi concorsuali (sicuramente suscettibili di combine ma anche di risultati apprezzabili) semplicemente si deve togliere loro potere scardinando l’autoreferenzialità della classe docente nel governo dell’università. Su questo punto il Governo fino ad ora ha fatto poco: ha giustamente commissariato le università mal gestite, nelle linee guida per la riforma troviamo dieci proposte in tema di governance, alcune delle quali condivisibili, vediamo cosa si farà in concreto.

 

Il tema del governo delle università è cruciale. Il rischio è di risolvere il problema permettendo alle università di divenire fondazioni private con ampi margini di autonomia. Questa prospettiva, senza mettere regole chiare sui trasferimenti dei fondi, sugli statuti e sulla qualità dei programmi, anche a causa della riduzione dei trasferimenti statali, porterebbe ad un impoverimento asimmetrico dell’offerta: le università di zone ricche del Paese diventano private, si specializzano in discipline economicamente interessanti e spiccano il volo, le altre vivranno un destino gramo. Neppure un aumento delle borse di studio servirebbe a molto: lauree triennali di buon livello diffuse su tutto il territorio nazionale rappresentano infatti un obiettivo irrinunciabile.

 

Quindi meccanismi di governo che eliminino l’autoreferenzialità dei docenti nel governo delle università. Questa sarebbe la vera rivoluzione: piuttosto che rendere una lotteria il destino dei prossimi concorsi universitari, si dovrebbe promuovere la regola che chi si assume un brocco paga pegno. Impedire che ciò avvenga con regole concorsuali affidate al caso che deresponsabilizzano completamente le università non è stata una buona idea: con il vecchio sistema almeno Bartali poteva reclutare Coppi, adesso non è detto!

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