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TEORIA PRATICA DEI CONCORSI UNIVERSITARI. LA TRISTE STORIA DEL PROF. BARTALI E DEL DR. COPPI E-mail
di Roberto Tamborini
19 novembre 2008

tamborini_ricerca_sulla_bicicletta.jpgCari amici e colleghi, questa è una storia vera (o che potrebbe esserlo). Chi ha consigli e proposte per una soluzione è pregato di scrivermi e/o commentare.

Il prof. Bartali dirige un dipartimento di Scienze della ruota. Nel suo paese (che non conta nominare in quanto irrilevante), questo dispositivo è ancora largamente ignoto, ma nel dipartimento sono convinti che si tratti di una innovazione di grande rilevanza per il futuro dell'umanità. In particolare, il dipartimento del prof. Bartali vuole lanciare un programma di ricerca sulla bicicletta.


Si tratta, come noto, di una macchina con addirittura due ruote che, con applicazione di forza motrice umana, può rivoluzionare la mobilità individuale.

In questo campo il prof. Bartali ha alcune importanti relazioni internazionali. Una in particolare, col dr. Coppi, un giovane studioso del suo paese, emigrato all'estero dove ha compiuto i suoi importanti studi sulla bicicletta riconosciuti a livello mondiale. Inoltre, il prof. Bartali può contare su alcuni finanziamenti per la ricerca, posto che essa avvenga sui particolari aspetti di cui si occupa proprio il dr. Coppi. Memore delle sue stesse esperienze all'estero, il prof. Bartali è animato dal nobile sentimento di giovare al progresso scientifico e tecnologico del suo paese, adottando per il suo dipartimento le best practices dei paesi più evoluti. Quindi ritiene, forse ingenuamente, di avere il diritto, nonché il dovere, di arruolare il dr. Coppi. Come fare entro le ferree leggi che regolano e tutelano la ricerca scientifica universitaria del suo paese, che prevedono tutt'altre practices... ?

Contattato il dr. Coppi (il che fa subito del prof. Bartali un fuorilegge), ne riceve l'interesse per l'operazione, ma, data l'evidente disparità di trattamento e di benefits rispetto al luogo dove lavora e vive, egli ritiene accettabile solo una posizione di ruolo adeguata, una tenure. Dunque, gli spiega il prof. Bartali, occorre bandire un posto a concorso pubblico, una "procedura di valutazione comparativa" come si dice nella lingua di quel paese. Il dr. Coppi non si scompone, si sente forte dei suoi risultati scientifici. Tuttavia il prof. Bartali si sente in dovere di spiegare in dettaglio come funziona tale complessa procedura.

Prima di tutto occorrerà convincere il preside della Facoltà e il Consiglio tutto che c'è una forte necessità di didattica della biclicletta, e che comunque l'eventuale chiamato (perchè in questa fase, egli o ella è innominabile) sarà disponbile a insegnare qualunque altra cosa di cui vi sia necessità (?).

Superato questo scoglio non banale, il posto di ruolo va bandito su un "raggruppamento scientifico disciplinare" che, nel caso in questione, è quello delle Scienze del Moto. Dunque bisogna considerare che concorreranno un certo numero di altri studiosi delle più varie branche del Moto. Qui il dr. Coppi comincia ad avere una prima perplessità: perchè ( dice ( devo sostenere una "valutazione comparativa" con studiosi che si occupano di tutt'altro? Egli infatti sa di eccellere negli studi sulla bicicletta, ma qualcun altro potrebbe essere meglio di lui in altri campi. In effetti, in altri paesi del mondo, il dr. Coppi verrebbe messo a confronto con altri studiosi della bicicletta, o almeno di oggetti affini. Il prof. Bartali cerca allora di spiegare che questo espediente è stato escogitato per evitare raggruppamenti discplinari troppo piccoli e quindi facilmente condizionabili da "cordate" di interessi precostituiti a danno dell'equità valutativa. Il dr. Coppi non capisce cosa significhi la parola "cordata", e continua a pensare che l'equità valutativa si ottenga per mezzo di eminenti studiosi, competenti della materia oggetto della chiamata, e gelosi custodi della propria reputazione nella comunità scientifica. Il prof. Bartali non può che dargli ragione, ma precisa che il punto dolente, nel suo sfortunato paese, è proprio la carenza di professori universitari con quelle caratteristiche.

Poi occorre spiegare al dr. Coppi che, proprio ora, nel suo paese è scattata l'ora fatale in cui il ministro in carica per l'università si sente chiamato a produrre il Grande Piano di Riforma, come hanno fatto tutti i suoi predecessori (senza particolare successo, così che ogni nuovo ministro ha una concreta chance di passare alla Storia). Il primo atto del ministro è stato di porre rimedio allo scandalo dei concorsi universitari truccati e iniqui. Bene! Esclama il dr. Coppi. In verità, pensa il prof. Bartali, il sistema concorsuale precedente aveva sì prodotto un gran numero di promozioni di persone immeritevoli sul piano scientifico, ma aveva anche reso possibile, per chi lo volesse realmente, attrarre e promuovere bravi ricercatori con un ragionevole grado di certezza. Perchè, se è vero che quel sistema predestinava i vincitori, non è vero che tutti i predestinati erano immeritevoli. Ora il "rimedio" concepito dal ministro consiste nel far eleggere 12 professori per ogni commissione di valutazione del raggruppamento disciplinare ed estrarne a sorte 4 per ciascuna commissione.

Apprendendo tale notizia, il dr. Coppi aumenta il proprio sconcerto. Che senso ha che io venga valutato da dei professori a caso? Saranno almeno competenti della mia materia? Dinanzi a queste domande di buon senso, il prof. Bartali è in profondo imbarazzo. Il suo cruccio, infatti, è che il raggruppamento disciplinare delle Scienze del Moto è particolartmente afflitto dai mali a cui si tenta invano di porre rimedio. La qualità media dei docenti è bassa, ed essi sono raggruppati in alcune notorie cordate, molto potenti. In generale, esse hanno in comune l'avversione per l'introduzione di studi su nuove tecnologie (per non parlare dei rientri di cervelli), nella convinzione che occorra lavorare sodo sul perfezionamento del moto pedestre, su cui il loro paese vanta una lunga e stimata tradizione, e in quanto tale branca è l'unica ad avere un vero futuro di applicazioni pratiche. Molte industrie leader del loro paese, in particolare quella dei calzari, concorda pienamente, e giura che per dare una prospettiva di lavoro ai giovani occorre prepararli nell'Arte e tecnica della tomaia, altro che bicicletta o simili diavolerie per i quali i contribuenti sono stufi di buttare i soldi delle loro tasse.

Dunque il prof. Bartali si prefigura una situazione in cui, avendo bandito un posto il cui "profilo" richiede competenze specialistiche sulla bicicletta, con elevata probabilità il pool dei commissari eletti dal suo raggruppamento sarà in maggioranza composto da studiosi di altra materia, ideologicamente avversi sia al rientro di un cervello, sia a quella materia, di scarsa preparazione scientifica ed eterodiretti dai rispettivi capicordata. In quell'infausto ambiente, si possono trovare due o tre onesti e stimati esperti della bicicletta, ma sarebbero in minoranza, e forse nemmeno riuscirebbero ad essere eletti. L'estrazione a sorte, poi, non potrebbe che riflettere la distribuzione di queste caratteristiche avverse. La probabilità di avere una commissione di onesti e competenti è ridotta al lumicino. Col che il paese del prof. Bartali si conferma, come egli aveva sempre sospettato, maestro nell'arte di congegnare sistemi di selezione avversa nella gran parte dei propri gangli vitali. Naturalmente, il dr. Coppi, un po' stupefatto e un po' infastidito per la perdita di tempo, non può che declinare l'invito, non avendo egli la minima intenzione di affrontare l'elevata probabilità di essere bocciato da una siffata commissione di valutazione.

Tornato alla lettura dei giornali per trovare qualche segno di resipiscenza e di residua speranza, il prof. Bartali s'imbatte invece in un coro di elogi per la risoluta inizitiva moralizzatrice da parte del ministro. Come scrive un autorevole collega di altra disciplina perorando la promulgazione dell'editto concorsuale: "In realtà temo che le critiche [al nuovo sistema concorsuale] tradiscano la rabbia per un decreto che ha fatto saltare gli accordi con i quali i professori si erano divisi i 6.000 posti a concorso prima ancora che si svolgessero le elezioni per la scelta dei commissari" (F. Giavazzi, Corriere della sera, 8 novembre). Il nostro, che tutto è tranne che un "barone", è stupefatto come questo giubilo, con un che di giustizialismo di piazza, acciechi a tal punto da non vedere che, con elevata probabilità, il nuovo sistema manderà a gambe all'aria i progetti dei baroni in minima parte, ma certamente quelli dei Bartali sparsi qua e là nell'università del suo disgraziato paese. Dove infine ci saranno comunque un po' di brocchi in più ma certamente un Coppi in meno. Certo è brutto dover ammettere che, prima, per avere un po' di Coppi in più c'era da pagare il costo sociale di prendersi pure un certo numero di brocchi. Però al prof. Bartali, anche se non capisce niente di scienze sociali, i conti non tornano: gli sembra che x brocchi più y Coppi sicuri, fosse meglio di (più o meno) x brocchi sicuri e (più o meno) y Coppi molto incerti. E questo scambio, gli sembra, è svantaggioso non solo qui e ora, ma anche in prospettiva, come dire, dinamica per il tasso di qualità del sistema (per gli studiosi della bicicletta la dinamica è importante).

Poi, certo, al di là di questi miseri calcoli comunque tristi, si apre l'empireo, a cui tutti aspirano, dei sistemi di reclutamento che massimizzano il numero dei Coppi e minimizzino quello dei brocchi. Ha ragione ( pensa il prof. Bartali ( il professore di altra disciplina a dire che sarebbe stato meglio annullare i concorsi in attesa della Vera Grande Riforma, magari con l'abolizione del valore legale del titolo di studio e del concorso pubblico pseudogarantito dallo stato, per lasciarne interamente la responsabilità ai singoli atenei (dipartimenti) a fronte di rigorosi sistemi di valutazione dei risultati. Ma nel frattempo ( e il prof. Bartali sa per esperienza che quel tempo può essere molto lungo e insidioso ( perchè, ancora una volta, accanirsi a peggiorare la vita e le chance dei migliori?

  Commenti (9)
Incentivo
Scritto da Alex, il 04-05-2009 11:43
Gentile Professore,  
da suo (ex) studente, Le chiedo, non crede che l'immoralità dei professori italiani più che dall'età sia determinata dallo stipendio? E' vero che sono due variabili collineari, ma non penso che vi sia speranza per i giovani, finché questi diventando vecchi guadagneranno automaticamente di più. Concordo che la moralità non venga determinata dalle leggi, ma se l'economia studia gli incentivi, ci sarà pure un modo per incentivare comportamenti morali. Se lo stipendio di un professore dipendesse almeno in gran parte dalla performance sua e dei suoi colleghi, non vi sarebbero incentivi a piazzare un brocco nel proprio dipartimento. Certo mi rendo conto che misurare la performance di un ricercatore "è tutto un programma". Quali sforzi si sono fatti finora nel valutare la qualità della ricerca?
Analisi equilibrata e del tutto condivis
Scritto da Massimo D'Antoni, il 06-12-2008 00:43
Un grazie a Roberto, che nell'impazzimento generale in cui si sentono le ricette più strampalate, mantiene equilibrio e chiarezza di giudizio. Condivido tutto (o quasi: secondo me l'idea di affiancare la procedura locale vigente con un filtro di idoneità nazionale, almeno come misura provvisoria in attesa che il circolo diventi realmente virtuoso, non è una cattiva).
Ripartire da zero
Scritto da cane sciolto, il 03-12-2008 12:16
Grazie per la risposta. Nel dibattito che si sta faticosamente sviluppando su questi temi, in mezzo al clamore sui sorteggi, essa solleva molti spunti che meritano una riflessione approfondita. 
Innanzitutto la domanda rivolta a France e a me sul legame tra responsabilità ed autonomia. La domanda, nei termini in cui è posta, è senza scampo. Il guaio è che è solo metà della vera domanda. È bello, infatti, prospettare l'abolizione dei concorsi, la “chiamata diretta responsabile”. Però, visto che siamo nell'Italia reale, bisognerebbe anche pensare alla sorte di coloro che, (irresponsabilmente) cooptati fino ad oggi, non lo sarebbero stati in presenza di maggiore meritocrazia. E pongo io una domanda: se si afferma che non esiste un arzigogolo concorsuale in grado di selezionare efficacemente i migliori, come affrontare il problema, ben più spinoso, di espellere i peggiori? 
Poi una provocazione: da molti interventi ricavo l’impressione che essere costretti a reclutare docenti/ricercatori bravi sia un fardello. Quelli bravi non si inquadrano bene nel contesto scientifico/didattico, o hanno altri difetti. È alquanto inelegante, ma i maligni potrebbero pensare che dietro queste giustificazioni si nasconda l’imbarazzante volontà di favorire i propri allievi, proteggendoli da ingressi esterni... 
Riassumendo, sono convinto che l’unica via concretamente percorribile, qui e adesso, sia quella della trasparenza. Punteggi numerici, non gli attuali vezzeggiativi. Per i ricercatori una graduatoria, non il solo vincitore. Valutazione dei soli risultati scientifici misurabili, senza Oscar alla carriera e senza vincoli, lauree o dottorati. È peraltro sorprendente che mentre molti parlano di abolizione del valore legale del titolo di studio, contemporaneamente altri (o addirittura gli stessi) propongano di rendere obbligatorio il dottorato per l’accesso alla carriera universitaria.
LA REPLICA DELL'AUTORE
Scritto da Roberto Tamborini, il 29-11-2008 21:30
Grazie per i commenti. Approfitto per aggiungere qualche altro spunto di riflessione. 
 
1) Capisco i turbamenti di France e Cane sciolto. Ma vi rivolgo questa domanda. Se un dipartimento non gode di autonomia nel scelta e nella valutazione del personale scientifico, come può essere giudicato per i suoi risultati scientifici? Non è una domanda retorica. Me l'hanno rivolta, con notevole stupore dopo un briefing sulle nostre leggi universitarie, i valutatori stranieri del dipartimento che dirigevo, durante la peer review a cui fummo sottoposti dal nostro ateneo alcuni anni fa. Avete una risposta?  
2) Secondo me è l'idea stessa di "concorso" universitario che andrebbe abolita. E' sbagliata e fuorviante. Il compito di chi deve reclutare scienziati non è quello del giudice arbitro di una gara di atletica delle olimpiadi (semmai ha qualche lontana parentela con l'allenatore di una squadra di calcio). Ha il diritto-dovere di scegliere la persona migliore nel proprio contesto specifico. Ne deve rispondere prima di tutto alla propria comunità scientifica, ai propri finanziatori, ai fruitori della ricerca e della didattica fornite dalla propria istituzione.  
3) Capisco bene l'obiezione: in Italia non si può fare perché per un dr. Coppi passano anche cento brocchi. Infatti, il "segreto" che fa funzionare bene i sistemi basati sui principi del prof. Bartali (tipicamente quelli anglosassoni) non sta nelle leggi dello stato. Sta tutto nella qualità dei soggetti interni ed esterni che ho nominati prima (comunità scientifica, finanziatori, fruitori) e nella loro capacità di valutare la qualità della ricerca e distribuire premi e punizioni (pecuniari, morali e reputazionali). Il problema fondamentale dell'Italia, come società civile non come università, è che questi agenti di qualità non esistono proprio. La comunità scientifica ha molti difetti, ma è anche  
circondata da un vuoto desolante di interessi, competenze, cultura (e poi ci accusano pure di essere autoreferenziali ...).  
4) Quindi accanirsi sul disegno del "pubblico concorso", inteso come atto amministrativo della pubblica amministrazione, sarà sempre un ripiego irrisolutivo. Il tentativo vano di far controllare dalla "mano pubblica" qualcosa che non sa e non può fare. Come ha scritto Giavazzi, in Italia le abbiamo già provate tutte e niente ha funzionato. Infatti, la moralità non s'impone  
con la legge. Vedrete che non funzionerà neanche quello che sta mettendo in piedi la Gelmini (che  
già esisteva prima del riforma del 2000) con l'entusiastico appoggio di Giavazzi medesimo (la ragione è matematica, come dice Bogotà).  
5) L'affermazione degli standard morali è un problema biologico, di dinamica delle popolazioni, "buoni" contro "cattivi". Sapete qual è la variabile che meglio spiega l'immoralità accademica italiana? L'età (> 50). Questo ci dà una piccola speranza. Non c'è alternativa ad una tenace e paziente azione educativa all'autonomia responsabile. Sfidando i benpensanti e i pasdaran della moralizzazione, continuo a ritenere che, non volendo o non potendo uscire dalla cornice normativa del "pubblico concorso", sarebbe stato meglio continuare col sistema dei concorsi locali opportunamente corretto con a) una sola tornata all'anno, b) una sola idoneità, c) un sistema serio e robusto di distribuzione delle risorse (in particolare, CATTEDRE, la vera ciccia accademica) sulla base dei risultati dei dipartimenti. Ci potremmo aggiungere che lo Stato indica dei "criteri minimi" (es. avere il dottorato e x pubblicazioni internazionali in media per anno (sarebbero già parecchi brocchi in meno). Se ci pensate bastava applicare con determinazione le leggi vigenti, e ben tre ministri moralizzatori (Moratti, Mussi e Gelimini) non lo hanno fatto (che fine ha fatto il CIVR?). Un sistema di questo genere, certo lentamente e con parecchia zavorra, avrebbe progressivamente modificato la popolazione accademica facendo aumentare i dr. Coppi giovani, che si trasformano in prof. Bartali da grandi e così via. Stava già avvenendo. Lo dico a ragion veduta e per esperienza.
professore associato diritto privato
Scritto da cesare vaccà website, il 21-11-2008 16:58
Forse grazie proprio alle sue metafore l'articolo tratta con grande efficacia, ed in modo garbatamente sarcastico, temi purtroppo ben noti a chiunque lavori in università. 
Personalmente ritengo che una riffa, in luogo delle attuali (e passate, nonché future ...) procedure concorsuali sarebbe molto più seria. 
Mi spiego: l'estrazione a sorte di un certo numero di ricercatori che ogni anno divengono associati, e di associati promossi ordinari, potrebbe statisticamente garantire anche la presenza di qualcuno meritevole. 
Rimane però, me ne rendo conto, da affrontare il problema dell'accesso al sistema, vale a dire il concorso di ricercatore.
Scritto da France website, il 20-11-2008 10:46
La tua premessa e' chiara: il caso del dr.Coppi e' atipico (rientro di uno studioso eccellente, cosa che, converrai, accade raramente). La tua tesi e' che uno, o pochi, Coppi rientrati, valgono la pena di 3000 brocchi assuntie di li' in poi inamovibili. Ti faccio notare che questa e' proprio la giustificazione che oggi tanti ex-paladini del concorso come da dettato Costituzionale tramutatisi improvvisamente inpropugnatori della cooptazione diretta adducono per poter portare a casa il frutto di, magari, anni di do ut des. 
Te lo dico da espatriato come misere possibilita' di rientro: preferisco un Coppi di meno, un Bartali onesto, e magari la possibilita' concreta che qualche Gimondi e Moser con alle spalle abbastanza titoli riescano a fregare, per una volta, i soliti gregari. 
Inoltre, se Coppi e' Coppi, avra' bene dei titoli e delle pubblicazioni di rilievo? Una valutazione rigida dei titoli non salvera' Coppi dalla squalifica? 
E poi, quali sono le alternative?  
a) Ci teniamo il vecchio sistema per sempre (e un Coppi ogni tanto per giustificare il marcio)?  
b)Aboliamo i concorsi pero', nel frattempo che si fa, tutti fermi? Oppure concorsi vecchio stile? 
Io sono per l'abolizione dei concorsi e la valutazione che distribuisce il 100% dei soldi pubblici in base alla performance, nell'ordine, di singoli, dipartimenti, facolta' ed atenei, ma so anche che non si fa in un giorno: nel frattempo, perche' buttare nel cesso 3000-1 posti?
Scritto da cane sciolto, il 20-11-2008 00:43
La storia è molto suggestiva, però ... eh sì purtroppo qualche "però" c'è. 
Parole come "merito", "migliori", hanno il difetto di essere soggettive. Tutti i professori che hanno superato tutta la trafila per organizzare il concorsino su misura al proprio discepolo sono certi di stare agendo per il bene dell'Università. I guai nascono quando sono gli altri ad esprimersi, perché è solo guardando spassionatamente che qualcuno si accorge che magari ci sono altri candidati che hanno prodotto di più e meglio, anche se si interessavano di altre cose. Ma se uno è bravo davvero, probabilmente troverà molti consensi. Allora bisogna far votare tutti gli ordinari di un settore? Troppo lungo e complicato. 
Forse tutto nasce perché i commissari, sorteggiati, eletti, nominati, non sono sottoposti al giudizio della comunità, non dovendo esplicitare in modo dettagliato le loro valutazioni. Chi, sapendo di essere sotto i riflettori, scriverebbe che un lavoro su Nature vale 4 punti e il giornalino di dipartimento 5?
grazie.
Scritto da Elisabetta Addis, il 19-11-2008 18:21
Grazie! Finalmente qualcuno l'ha detto, che il primo effetto della Gelmini è quello di impedire che se qualcuno si è organizzato in questa tornata per far passare un meritevole, non ci riesce più!!! Elisabetta Addis
Sillogismo
Scritto da Bogotà website, il 19-11-2008 18:03
La commissione sorteggiata è di prof. ordinari = tutti i prof. ordinari sono marci & corrotti = la commissione sorteggiata è marcia & corrotta. 
 
Bene - mi si dirà - non è vero che tutti i prof. ordinari sono “marci & corrotti”. Schematizzando, a seconda della sensibilità di chi risponde, si potrà sostenere: 
a) ve ne è una piccolissima percentuale di integerrimi; 
b) le due componenti si equilibrano; 
c) solo una piccolissima percentuale è corrotta. 
 
Nel primo caso (a) il sorteggio non cambia nulla; nel terzo (c) è inutile. Potrebbe servire nel secondo? Credo che la risposta debba essere negativa. Quanto ci metterà infatti la parte “marcia & corrotta” ad organizzarsi e a ritrovare quell’accordo che gli ha consentito di controllare l’accademia fino ad oggi? Pochissimo, ci scommetto. 
 
Risultato: le “regolette” del d.l. 180 nella pratica non saranno né migliori né peggiori di quelle attuali; saranno uguali, non modificando in nulla la situazione. 
 
Con buona pace del prof. Bartali e del dott. Coppi.

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