Home arrow Economia reale arrow LETTERA APERTA ALL' ONDA
LETTERA APERTA ALL' ONDA
di Roberto Tamborini
12 novembre 2008

tamborini_onda_anomala.jpgCare ondine e ondini (spero che il nome vi piaccia),

prima di tutto vi dobbiamo ringraziare. Intendo noi prof. Il cambio di passo e di strategia del governo in tema di università è in larga misura merito della vostra mobilitazione tenace e (fin qui) intelligente, a cui il corpaccione docente si è accodato arrivando fino allo scomodamento dei massimi dirigenti, cioè i rettori e la loro Conferenza nazionale. L'unità di azione e d'intenti tra docenti e studenti, anche se non priva di ambiguità e contraddizioni (su cui tornerò in seguito) ha certamente indebolito i muscoli del governo e della ministra. 

I sondaggi, che avete saputo orientare a vostro (nostro) favore, hanno fatto il resto.

E qui viene la prima, amara, riflessione. Il governo, un governo "extra-parlamentare" che dà enorme peso al consenso real time via sondaggi, ha scommesso, perdendo, sulla sostanziale impopolarità e isolamento dell'università rispetto alla maggioranza dell'opinione pubblica. Ma la scommessa era per nulla azzardata. E temo che se non ci fosse stata di mezzo anche la scuola elementare, che mobilita gli interessi e le passioni di milioni di famiglie assai più dell'università, la famigerata 133 sarebbe rimasta tale e quale. Dunque, attenzione, in questo momento storico e sociale del nostro paese, parlare di centralità dell'università, dell'alta formazione e della ricerca è pura retorica. Nessuno, se non i diretti interessati, è disposto a muovere un dito (per non parlare di euro) per noi. Sarà bene chiedersi il perché (a cui questa lettera, in parte, vuole contribuire).

 

Come cittadino e come universitario (e in particolare come economista) sono anch'io convinto che finora l'approccio di questo governo al problema università sia stato pessimo. Finora si è solo vista una ratio puramente contabile, in cui si fa di tutta l'erba un fascio senza alcun criterio di riallocazione razionale delle risorse, senza alcun disegno organico di riforma. Nemmeno quello della presunta privatizzazione (via fondazioni), che andrebbe fatta in tutt'altro modo, e per la quale, comunque, nessuno ha, o vuole mettere, i soldi necessari. A scanso di equivoci, sono contrario all'idea della privatizzazione dell'istruzione e delle sue istituzioni come si trattasse di aziende. E' un'idea sbagliata, che non funziona e infatti praticamente non esiste su grande scala in nessun paese (nemmeno negli Stati Uniti, di cui molti parlano senza sapere).

 

Ora, pare, si vuole passare ad una fase propositiva e dialogante, per arrivare ad un disegno di riforma complessivo, e condiviso da tutte le componenti del mondo universitario. Le parole in corsivo sono quelle tipiche di questo genere di propositi. Lo dico per ricordare precauzionalmente, a me e a voi, che si sono sentite più e più volte. Almeno dai primi anni '90 del secolo scorso, quando qualche sporadico, illuminato, riformatore cominciò a metter mano al già allora pericolante edificio dell'università italiana. Non ebbe molto successo. Poco o nulla s'è visto, né di complessivo, né di condiviso. Le mie infatuazioni giovanili popperiane mi hanno lasciato un istintivo sospetto per l'aggettivo "complessivo" in genere, e applicato alle riforme sociali in particolare. Ma in questa lettera vorrei soffermarmi sulle trappole dell'altro aggettivo, "condiviso".

 

Dunque, grazie, ondine e ondini, per averci portati fin qui, e averci allontanato un poco dal baratro mortale della 133. Ma ora, da qui, dove vogliamo andare? E ci vogliamo andare insieme? Si è detto in questi giorni: che c'azzeccano studenti e docenti uniti nella lotta? Ebbene è una domanda seria, che mi sono posto anch'io. E' credibile che una seria riforma dell'università italiana finalizzata ad innalzarne drasticamente la qualità e le prestazioni, riducendone sprechi ed iniquità, possa essere condivisa, indistintamente, da studenti e docenti?

 

Per noi tutti è un caposaldo intangibile la voce della Costituzione, che individua l'università come istituzione autonoma e sancisce la libertà di ricerca e insegnamento, e il diritto allo studio. E siamo pronti a batterci affinché non vengano calpestati da nessun potere, di nessun colore. Ma è doloroso sapere, come sappiamo, che essi sono già stati calpestati, più che da questo o quel governo, da chi li ha piegati a difesa d'interessi corporativi, o perfino di stravaganti privilegi individuali (e non parlo solo della classe docente). Forse già lo sapete in cuor vostro, ma sulla cresta dell'Onda si arrampicano molti, troppi, per i quali la difesa dell'università pubblica vuol dire: lo stato ci dia i soldi, noi li spendiamo come ci pare, insegnando quello che ci pare, facendo ricerca se e quando ci pare, studiando e dando esami quando e come ci pare. E, naturalmente, "nessuno ci può giudicare" (tranne il TAR). Dobbiamo tutti metterci in testa che così non si può continuare: questo modo tutto italiano di concepire l'università pubblica l'ha erosa dalle fondamenta, ed è arrivato al capolinea.

 

Ora non ditemi che non dobbiamo continuare a gettar fango noi stessi sulla nostra amata cittadella assediata, la quale continua a produrre, nonostante tutto, eccellenti risultati in vari campi. Perché è vero il contrario, siamo assediati e minacciati perché per troppo tempo abbiamo taciuto, sopito e rinviato. Il risultato è che oggi in Italia nessuna buona università ha alcun buon motivo di rimanere prigioniera di un sistema statale intrinsecamente fallimentare (e in varie parti tecnicamente fallito dal punto di vista finanziario). Oggi in Italia il sistema universitario non è in grado di garantire e proteggere pressoché nulla di ciò che dà vita ad un sistema di ricerca e formazione pubblica. Tutto quel che di buono continua a sopravvivere (e visto il quadro, non è nemmeno poco) è interamente dovuto alla buona volontà, lealtà, onestà e impegno dei singoli, i quali cercano d'interpretare al meglio il proprio ruolo, nonostante un contesto istituzionale, normativo ed ambientale altamente nocivo.

 

In primo luogo, il sistema universitario italiano è sbagliato in radice Perchè equipara l'università alle altre pubbliche amministrazioni. Danno incommensurabile, viste le enormi differenze e peculiarità dell'università rispetto ai ministeri, ai comuni o al catasto. In nessuna parte del mondo l'università pubblica è statale nel senso giuridico, normativo e amministrativo come in Italia. In tutti i paesi civili il sistema universitario pubblico è un'istituzione a sé stante, regolata da norme e procedure specifiche per il tipo di pubblico servizio che eroga. E queste norme e procedure riguardano tutti coloro che vi operano, studenti, docenti e personale amministrativo. Questa è la madre di tutte le riforme. Perchè in Italia non si è mai potuta fare (si farà mai)? Perchè l'opposizione proviene prima di tutto dall'università stessa. Nell'università italiana c'è un'ampia maggioranza trasversale a tutte le componenti che chiacchiera in continuazione degli alti scopi e destini dell'università pubblica, ma non si rende conto (?) che perseguire questi scopi richiede tutto un sistema diverso da quello degli altri enti pubblici, richiede una gestione finanziaria diversa da quella della finanza pubblica, richiede una mentalità diversa da quella del "pubblico impiego". Invece si preferisce stare allineati e coperti nella massa d'urto delle pubbliche amministrazioni nel rapporto con lo stato centrale, piuttosto che accettare le sfide e i cambiamenti che richiede operare, condividere e far funzionare istituzioni di alta formazione e ricerca.

 

In secondo luogo, il sistema universitario italiano oggi è incapace di attivare qualunque meccanismo di premio dei migliori (atenei, docenti, tecnici, dipendenti, studenti), sia sul piano finanziario, che su quello didattico, che su quello scientifico (non parlo di sanzionare i peggiori, per carità di patria, in quanto trattasi di un nostro limite antropologico). Chi impedisce che i concorsi, e qualunque concepibile forma di reclutamento scientifico, siano svolti in ragionevoli condizioni di equità e correttezza? Non certo la mancanza di norme penali e carte bollate! Chi ha impedito l'applicazione dei meccanismi premiali per il finanziamento degli atenei? Chi, di fatto, ha sabotato l'autonomia universitaria trasformandola in una gigantesca dissipazione di risorse pubbliche? I colpevoli principali, lo sappiamo bene, stanno dentro all'università stessa, a tutti i livelli. In cima alla lista mettiamoci pure i docenti che la dirigono. Ma, scusatemi ondine e ondini, se e quando qualcuno produrrà la famosa lista dei corsi fantasma, delle facoltà finte e delle sedi inutili da chiudere, oppure una seria (!) agenzia nazionale di valutazione stabilirà di tagliare i finanziamenti ad una sede imbottita di docenti-con-parenti di scarso valore e produttività, cosa pensate di fare? Okkupare queste sedi, magari insieme ai suddetti docenti, il sindaco, il parroco - e perché no, i vostri genitori - per difendere il diritto allo studio (sotto casa) come se si trattasse del diritto ad avere l'ufficio postale, la guardia medica o la fermata dell'autobus? E cosa farete se e quando per "stabilizzare i precari" occorrerà verificare chi, nel frattempo, ha imparato qualcosa di nuovo e importante da insegnarvi? Sarete i primi ad essere esigenti a richiedere qualità e competenza, o vi schiererete con la scellerata idea sindacalese che chi intraprende una carriera scientifica è un "precario" da proteggere tanto quanto chi lavora in un call center? E se ci uniamo nella lotta per avere un serio sistema di borse di studio, di servizi per la mobilità e di supporto allo studio, da che parte starete poi, quando si tratterà di attuare il conseguente principio per cui lo studio è un diritto ma arrivare alla laurea è un merito? Non sono domande provocatorie o offensive: nascono da esperienze già viste, parole d'ordine già sentite, lotte sbagliate già sprecate.

 

Queste considerazioni mi portano al terzo e ultimo (solo per non essere troppo lungo) punto. Come dicevo prima, l'università deve essere, costitutivamente, un sistema autonomo, che si autogoverna, combinando autonomia e responsabilità verso le finalità d'interesse pubblico che deve realizzare. Dal secondo dopoguerra, l'università italiana è stata sempre meno capace di realizzare queste condizioni, non ha saputo autogovernarsi, non ha saputo autoriformarsi. Oggi siamo al minimo assoluto, siamo immobili e paralizzati tra Scilla e Cariddi: il modello statale centralizzato si è infranto sugli scogli della rivoluzione e globalizzazione dei saperi alla fine degli anni '80; il modello (timidissimamente) autonomistico avviato negli anni '90 è affondato ad opera dei suoi roditori. E' possibile riformare l'università in forza del solo imperio legislativo e finanziario del Principe? Certamente no. E' possibile farlo col consenso dello stesso coacervo di interessi che l'ha fatta fallire? Lascio a voi la risposta.

 

Sui vostri striscioni c'è scritto: "Non pagheremo noi la vostra crisi". Bene, giusto. Ma ricordatevi cosa hanno mandato a dire a Bush i peones del Congresso americano: se volete i soldi dei contribuenti per salvare Wall Street, prima riformate il sistema e mandate a casa i responsabili. Tradotto nell'università italiana: non c'è discorso, richiesta di soldi, manifesto, volantino, manifestazione credibile se non contiene, non dico una proposta, ma almeno la consapevolezza e la richiesta di una discontinuità istituzionale profonda. L'università pubblica italiana non può più essere come lo è stata finora. Saprete scegliere e stare al fianco di chi vorrà realmente costruire un'università diversa e migliore?

 

Un sincero arrivederci.

  Commenti (1)
da uno studente dell'onda: una brutta no
Scritto da Gianmarco Daniele, il 17-11-2008 10:13
L'onda per quello che vedo, č guidata dalle solite facce, da rappresentanti della sinistra estrema e non, almeno nella mia cittā (Bari). 
A sentire loro, la differenziazione dei finanziamenti e la logica dell'efficienza produttiva sono dei mali assoluti.

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >