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PRESIDENZIALI AMERICANE 2008: OBAMA E IL REBUS IRAN*
Internazionali
di Raffaello Matarazzo
12 novembre 2008

matarazzo_obama_iran.jpgIl rapporto con l’Iran e la controversia sul suo programma nucleare saranno uno dei più importanti banchi di prova della strategia diplomatico-negoziale del nuovo Presidente americano. Lo saranno non solo per l’estrema complessità ed urgenza del tema, ma anche e soprattutto perché dalla ridefinizione dei rapporti con Teheran dipenderà, in buona parte, il più ampio disegno di stabilizzazione del Medio Oriente che l’amministrazione Obama porra' in cima alla sua agenda.
*Articolo pubblicato anche su Affarinternazionali.it

 

Impegno diretto nel negoziato

I rapporti diplomatici tra Iran e Stati Uniti sono ufficialmente interrotti dai tempi della rivoluzione islamica del 1979 e, dopo alterne vicende, sono tornati ad inasprirsi in seguito all’inserimento dell’Iran nell’"asse del male" (insieme a Iraq e Corea del Nord) denunciato da Bush nel gennaio 2002. Da allora, la strategia americana di contrasto al programma nucleare iraniano si è basata su due leve fondamentali: un graduale inasprimento della pressione internazionale tramite sanzioni economiche (sostenute dagli europei, ma anche da Russia e Cina nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu); la costante minaccia del ricorso alla forza militare senza mai escludere l’obiettivo del "cambiamento di regime". Questa strategia non ha prodotto i risultati sperati: oggi in Iran si contano oltre 3800 centrifughe per l’arricchimento dell’uranio – rispetto alle poche centinaia, peraltro solo sperimentali, che esistevano ai tempi dell’insediamento di Bush – e gli equilibri politici interni al paese si sono spostati a favore degli ultraconservatori.

 

Durante la campagna elettorale Obama ha criticato l'amministrazione Bush per aver rifiutato un impegno diretto nei negoziati (fortemente richiesto dagli europei, da tempo invece coinvolti in una faticosa trattativa) e per aver posto come precondizione al dialogo l'interruzione da parte di Teheran del programma di arricchimento dell'uranio, mentre ciò, secondo Obama, dovrebbe essere l'obiettivo stesso del negoziato. Dando il senso di una netta inversione di marcia rispetto a Bush, Obama ha chiaramente prospettato la possibilità che gli Stati Uniti rompano il tabù dell’incomunicabilità e intavolino trattative dirette con gli iraniani sul dossier nucleare. Suscitando scalpore e molte reazioni negative, si è anche dichiarato disponibile ad incontrare personalmente il presidente iraniano Ahmadinejad (al pari dei leader di altri stati ostili agli Stati Uniti). Incalzato dalle critiche, Obama ha poi precisato che nel caso dell’Iran i primi incontri non avverrebbero a livello presidenziale e che, comunque, dovrebbero essere preceduti da una "meticolosa preparazione".

 

L’accordo quadro previsto dai democratici prevede benefici per l’Iran che vanno dal riconoscimento diplomatico alla fine del regime delle sanzioni – insieme ad altri incentivi – in cambio dell’interruzione dell’arricchimento dell’uranio e la piena collaborazione con gli ispettori della Aiea. Aspetto non secondario, infatti, è che negli obiettivi finali del negoziato Obama non si differenzia dalla "tolleranza zero" di Bush: anche per lui l’Iran dovrà definitivamente rinunciare all'arricchimento dell’uranio. Al pari di Bush, Obama ha anche ripetutamente dichiarato che l’opzione militare rimarrà comunque sul tavolo. Nelle ultime settimane della campagna elettorale ha voluto anche precisare che gli Usa "non lasceranno alle Nazioni Unite il potere di veto sulla decisione di distruggere impianti nucleari".

 

Approccio regionale e interessi strategici

Le differenze di strategia negoziale non è detto che siano sufficienti a rimettere sui giusti binari una controversia che è andata incancrenendosi progressivamente. Fondamentale sarà rendere più strutturali e credibili una serie di iniziative regionali che negli ultimi due anni sono state già parzialmente avviate dall’amministrazione uscente. Per funzionare, gli incentivi americani dovranno essere affiancati da due ulteriori elementi: la rassicurazione all’Iran che gli Usa non puntano più al cambiamento di regime nel paese (come suggerito nel rapporto bipartisan dell’Iraq Study Group del novembre 2006); la disponibilità a riconoscere all’Iran un ruolo di primo piano nella gestione degli affari regionali.

 

Non è un segreto che le ambizioni nucleari dell’Iran siano alimentate anche dalla volontà di diventare la potenza egemone della regione: è un obiettivo che gli iraniani perseguono per ragioni politiche, storiche e culturali. Queste ambizioni preoccupano non poco i paesi limitrofi, in maggioranza arabi e sunniti. Se alcuni aspetti di questo disegno egemonico sono in conflitto con gli interessi americani ed israeliani, come il sostegno a Hezbollah nel Sud del Libano e ad Hamas nei territori occupati, altri potrebbero essere più convergenti: il regime iraniano non vede con favore un possibile ritorno al potere dei talebani in Afghanistan (giova ricordare il sostegno che, dopo l’11 settembre, l’Iran indirettamente diede all’abbattimento del regime dei talebani) e non è certo interessato al mantenimento di una vasta area di instabilità all’interno e oltre i confini dell’Iraq.

 

Questi elementi di convergenza strategica potranno essere promossi con maggiore efficacia se si accantonasse definitivamente la retorica sulla "promozione della democrazia" in nome di un approccio più realistico, come chiesto da larga parte dell’establishment diplomatico americano. È infatti diffusa la percezione che la politica americana nella regione dovrebbe basarsi su un’assai più modesta definizione degli interessi americani, che chiaramente differenzi gli obiettivi che sono desiderabili e possono essere perseguiti nel lungo termine, dagli interessi che debbono essere tutelati nell’immediato.

 

Nel segno di Israele

Si illude, tuttavia, chi immagina che un’amministrazione Obama sceglierà di affrontare il dossier iraniano dando minor peso alle preoccupazioni e agli interessi di Israele. Come conferma anche un recente rapporto bipartisan promosso da Dennis Ross, uno dei più influenti collaboratori di Obama per il Medio Oriente, Israele vive la prospettiva di un Iran nucleare come una radicale minaccia esistenziale e, fatto ancor più rilevante, non crede che con l’Iran possa funzionare una strategia basata sulla deterrenza nucleare come quella che ci fu tra Stati Uniti e Urss. Dopo la vicenda irachena, inoltre, in Israele si è consolidata la percezione del declino dell’influenza americana nella regione.

 

Di fronte ad una minaccia come quella iraniana Israele potrebbe dunque essere indotta ad agire da sola. Per questo tra i collaboratori di Obama (anche se molto dipenderà da chi sarà chiamato nell’amministrazione) si è affermata negli ultimi mesi l’idea di rilanciare oltre alla partnership con Israele, anche un vero e proprio coordinamento strategico per le iniziative nella regione.

 

Nel corso degli ultimi anni, gli europei hanno svolto un ruolo importante e si deve a loro se è rimasto sempre aperto un canale di dialogo con Teheran. Gli europei hanno anche il merito di aver evitato che la coalizione internazionale che ha sostenuto le sanzioni all’interno dell’Onu si sfaldasse. La nuova amministrazione americana sarà molto probabilmente più propensa della precedente ad ascoltare le richieste di maggiore flessibilità più volte avanzate dall’Unione europea. Anche grazie alla coerenza della linea tenuta fino ad oggi, l’Ue potrà svolgere un ruolo centrale nel futuro del negoziato. Sul dossier iraniano, che rimane una delle più rilevanti sfide internazionali, Europa e Stati Uniti sono forse oggi più vicini di quanto non fossero ieri.


 

Sul tema si veda anche: 
> The Washington Institute: Strengthening the Partnership: How to Deepen U.S.-Israel Cooperation on the Iranian Nuclear Challenge

> Trilateral Commission: Engaging Iran and Building Peace in the Persian Gulf Region
> The New Middle East, Carnegie Endowment

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