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PRESIDENZIALI AMERICANE 2008: LE SCELTE NON PI┘ RINVIABILI*
Internazionali
di Paolo Guerrieri
06 novembre 2008
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La vittoria di Obama e la recessione americana

Nell’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti l’economia – non vi sono dubbi – ha avuto un ruolo determinante. Una larga fetta dei cittadini americani lo ha votato perché lo ritiene in grado di fronteggiare, meglio del suo avversario, il senatore McCain, i gravi problemi che affliggono l’economia americana.
*Articolo pubblicato anche su Affarinternazionali.it

C’è da augurarsi che abbiano ragione. La crisi che si è abbattuta sugli Stati Uniti – e sul resto del mondo è in effetti di una gravità senza precedenti in questo secondo dopoguerra. Basta dare uno sguardo ai dati più recenti.

L’economia è entrata in una fase di recessione trainata dalla riduzione dei consumi (-3,1 per cento nel terzo trimestre) che hanno costituito il motore della ripresa in tutti questi anni. Erano sempre aumentati fin dalla recessione del 1991 e una contrazione così rapida del consumo non si verificava da circa trent’anni (dal 1980), ai tempi della lotta contro l’inflazione. Di questo passo il tasso di disoccupazione rischia di salire oltre il 7,5 per cento già nella prima parte del prossimo anno, superando i massimi delle ultime due recessioni (2001 e 1991).

Un’economia in sofferenza, dunque, che rischia di sprofondare in una fase di stagnazione economica, di cui nessuno oggi sa prevedere intensità e durata. Una incertezza per lo più determinata dalle sorti altrettanto incerte della disastrata finanza americana. Non c’è che dire, una pesante eredità quella dell’Amministrazione Bush, che è riuscita a trasformare in questi otto anni l’enorme surplus fiscale dell’inizio secolo in enormi disavanzi verso l’interno (deficit pubblico) e verso l’estero (deficit del conto corrente).

 

La prima sfida: evitare una stagnazione-deflazione

La sfida prioritaria e immediata del Presidente Obama sarà in qualche modo scontata: cercare di evitare che la recessione in corso possa trasformarsi in una fase di depressione, perdurante nel tempo e dai risvolti drammatici, non solo per l’economia. Tanto più che in uno scenario così negativo si potrebbe materializzare anche lo spettro di una deflazione – ovvero di una riduzione generalizzata dei prezzi. Nel far lievitare il costo reale dell’indebitamento renderebbe sempre più difficile uscire dalla fase di ristagno. Una trappola letale, quest’ultima, in cui è caduta l’economia giapponese negli anni Novanta, rimanendovi dieci lunghi anni.

Ma cosa si può fare? La risposta, secondo molti, sta in una politica fiscale espansiva, anche perché la politica monetaria, con tassi di interesse all’1 per cento, sembra aver ormai esaurito le proprie munizioni. Il problema è che un tale intervento, per essere efficace, deve assumere dimensioni davvero rilevanti. Se teniamo conto della attesa contrazione (le stime parlano di una somma compresa tra 350 e 450 miliardi di dollari nel 2009 rispetto al 2008) della spesa privata aggregata, consumi più investimenti, lo stimolo fiscale non dovrebbe scendere al di sotto dei 200 miliardi di dollari e auspicabilmente arrivare a 300 miliardi, sempreché si voglia produrre un impatto significativo sull’economia.

Per quanto sia plausibile che alcune prime limitate misure in tale direzione possano essere decise anche dalla Amministrazione uscente nelle dodici settimane che ci separano dall’insediamento del nuovo Presidente ( 20 gennaio 2009), toccherà al Presidente Obama varare il grosso della manovra espansiva, decidendo quando e come intervenire.

Le opportunità certo non mancano se si guarda alla lunga lista di interventi promessi dal candidato democratico durante la campagna elettorale, che vanno da estesi sgravi fiscali a misure di sostegno dei mutui immobiliari, da aiuti alle imprese alla modernizzazione delle infrastrutture, solo per citare i più rilevanti. Finalità tutte lodevoli, tra cui scegliere in base sia alla rilevanza politico-economica dei destinatari sia alle capacità di generare nelle varie aree e in tempi rapidi spese e domanda addizionali. E dovranno essere scelte molto oculate, in quanto l’elevata entità delle risorse da destinare agli interventi da realizzare subito per stimolare e rilanciare l’economia finiranno per ridurre drasticamente gli spazi e ridimensionare le ambizioni del programma economico di Obama.

Anche prima dei costi del salvataggio delle banche americane e del programma di rilancio a breve dell’economia, il deficit pubblico americano era previsto per il prossimo anno intorno ai 455 miliardi di dollari. Le misure già intraprese e da intraprendere faranno rapidamente lievitare tale cifra, fino a raddoppiarla, col rischio di spingere il disavanzo pubblico a toccare il prossimo anno un trilione di dollari. Un disavanzo eccezionale, certo giustificato dalla eccezionalità degli eventi che si stanno vivendo, ma che imporrà in futuro alla nuova Amministrazione democratica, una volta arginata la fase recessiva, una politica di austerità e di disciplina finanziaria. La stessa sorte, d’altra parte, toccata a Bill Clinton dopo l’elezione negli anni Novanta.

 

Per un nuovo governo dell’economia globale multipolare

Le nuove regole e gli strumenti di governo dell’economia globale sarà l’altro terreno che richiederà un impegno e decisioni di grande rilievo, anche a breve, da parte del nuovo Presidente. Sono in molti oggi a riconoscere che l’assenza di adeguate regole e controlli nella finanza americana e internazionale abbia rappresentato una delle maggiori cause della crisi mondiale in corso. Si sta riproponendo con forza la necessità di rinnovare regole e istituzioni internazionali in una prospettiva di rilancio e rafforzamento del multilateralismo, per tentare di rimettere in piedi un sistema finanziario stabile in grado di assorbire gli shock.

La ‘road map’ è ambiziosa e parla esplicitamente di riforma del Fondo monetario internazionale e dell'allargamento del G8 in G14. Pur se indeboliti dalla crisi, gli Stati Uniti e il suo nuovo Presidente avranno – si può essere certi - un ruolo determinante nel disegno dei nuovi assetti. Anche perché non c’è accordo tra i maggiori paesi sull’agenda delle cose da fare e le nuove potenze emergenti, con la Cina in prima fila, dispongono di poteri di veto decisivi nel nuovo sistema multipolare.

Per alcuni paesi, soprattutto alcune economie asiatiche, gli interventi dovrebbero soprattutto concentrarsi nel campo della finanza e dei mercati finanziari, nazionali e internazionali. Altri paesi, in prima fila Francia e Italia, ritengono inevitabile, viceversa, estendere il campo delle riforme al sistema monetario internazionale e ai profondi squilibri che lo hanno caratterizzato negli ultimi dieci anni, contribuendo alla crisi in corso.

Non è facile prevedere oggi quale posizione potranno assumere il Presidente Obama e la nuova Amministrazione democratica. Anche se c’è poco da illudersi. L’interesse americano è comunque per una difesa dell’attuale regime monetario internazionale imperniato sul dollaro, anche se c’è consapevolezza della necessità di aggiustamenti e ristrutturazioni su più fronti, a partire dalla finanza. Saranno decisive, in questo caso, le scelte della Cina, da un lato, e le divisioni dell’Europa, dall’altro, a tutt’oggi molto forti e su temi tutt’altro che marginali.

Il raggiungimento di un buon accordo internazionale anche se limitato ai temi della finanza potrebbe spianare la strada a forme di intesa tra paesi anche in altri campi, e primo fra tutti in tema di energia e ambiente. In quest’area si dovrebbero registrare forti discontinuità rispetto alle negligenze e agli ostruzionismi dell’era di Bush. Obama si è dichiarato a più riprese favorevole a una riapertura del negoziato internazionale sull’effetto serra e a un regime di ‘cap and trade ‘ delle emissioni per arrivare a una riduzione dell’80% entro il 2050. Sono obiettivi del tutto in linea con quelli dell’Europa che potrebbero favorire il formarsi una forte alleanza transatlantica su questi temi, decisiva sia per convincere i grandi paesi emergenti – in prima fila Cina e India - a partecipare più attivamente ai negoziati in corso sia per spianare la strada a un accordo mondiale a tutela dell’ambiente cha vada oltre Kyoto.

Va altresì ricordato che, sempre in questo campo, Obama ha posto le energie rinnovabili come uno dei temi chiave del suo programma economico, prospettando investimenti, sia come volano fondamentale dell’indipendenza energetica degli Stati Uniti sia come perno di una rivoluzione industriale in grado di rilanciare l’economia Usa dopo ‘l’era del debito’.

 

L’agenda domestica e l’impoverimento della classe media

Ai primi posti dell’agenda economica di Obama resta comunque l’obiettivo di risollevare le sorti della classe media americana. Da molti anni i redditi reali della parte maggioritaria della cittadinanza americana ristagnano o diminuiscono, anche nelle fasi di espansione dell’economia. Specularmente, l’1 per cento più ricco dei percettori di redditi si è fortemente arricchito in questi stessi anni ed è arrivato a controllare una quota pari a circa il 20 percento del reddito nazionale americano. Bisogna tornare agli anni Venti per trovare una così forte sperequazione nella distribuzione del reddito degli Stati Uniti.

Il Presidente Obama, come ha promesso più volte in campagna elettorale, è favorevole a una svolta radicale nella politica di redistribuzione del reddito. E cercherà di attuarla cominciando a rendere la tassazione per certi versi più progressiva e usando gli sgravi fiscali per migliorare le condizioni dei lavoratori e dei cittadini a medio e basso reddito. Per gli altri le aliquote dovrebbero aumentare.

L’altra area domestica che richiamerà in via prioritaria l’attenzione e gli sforzi del nuovo Presidente sarà certamente la sanità. Qui c’è da fronteggiare il drammatico aumento dei costi e l’ulteriore aumento del numero dei cittadini americani privi di qualunque assistenza sanitaria. Le proposte di Obama sono assai ambiziose e pur non sposando l’approccio europeo di una sanità pubblica universale si ripromettono di estendere significativamente la copertura sanitaria a una buona fetta di coloro che oggi ne sono sprovvisti, stimati in circa 50 milioni. Ma in entrambi i casi – sanità e redistribuzione del reddito - le politiche della nuova Amministrazione dovranno fare i conti con gli angusti vincoli di bilancio prima ricordati.

C’è comunque da augurarsi, non solo per gli Stati Uniti ma anche per larga parte del resto del mondo, che l’Agenda domestica del Presidente Obama abbia successo per il nesso oggi esistente tra politiche domestiche di tutela del benessere dei cittadini e possibilità di mantenimento di un sistema internazionale aperto e integrato.

Su quest’ ultimo fronte, e soprattutto sul tema delle aperture commerciali, la posizione di Obama desta qualche allarme e vive preoccupazioni. Fin dall’inizio della campagna elettorale il candidato democratico si è dichiarato scettico sul libero commercio rivendicando, per contro, la necessità di un non meglio precisato ‘commercio equo’ (fair trade) e condannando apertamente le imprese che investono e mandano all’estero i posti di lavoro. Alcuni dei suoi più autorevoli consulenti hanno cercato di minimizzare, affermando che si tratta di una posizione puramente tattica per tener conto degli umori dell’elettorato. C’è da augurarselo, anche se i timori restano che il Presidente Obama sia convinto che barriere e controlli protezionistici possano servire a mantenere i posti di lavoro e migliorare gli standard di reddito dei cittadini americani. È semmai vero il contrario.


Preservare l’integrazione economica internazionale

Politiche efficaci sul fronte domestico dirette a meglio tutelare il benessere del cittadino medio americano potrebbero comunque aiutare il nuovo Presidente a optare in favore di un deciso consolidamento dell’apertura e dell’integrazione dell’economia americana. Negli Stati Uniti, al pari di quanto avviene in altre aree avanzate l’apertura commerciale, e più in generale, la globalizzazione sono divenuti da tempo temi molto impopolari. E la crisi ha ulteriormente peggiorato le cose. A questo riguardo limitarsi a riconoscere che un sistema internazionale aperto e integrato rappresenta un motore fondamentale della crescita mondiale e costituisce un’opzione decisiva per lo sviluppo di tanti paesi poveri è certo importante ma non serve a catturare maggiori consensi.

Per rispondere in positivo alle ansie e paure dei cittadini è in effetti necessario, oltreché fissare nuove regole a livello internazionale, varare un’agenda di riforme e politiche a livello domestico che si facciano carico di ammortizzare i costi dell’aggiustamento e dell’apertura rafforzando e migliorando i programmi di "safety nets". Di questi costi si è tenuto conto finora assai poco negli Stati Uniti e nei paesi avanzati in generale, confidando troppo sugli effetti compensativi della crescita globale. È necessaria in realtà una decisa inversione di rotta. Ciò significa, più in generale, cercare di rendere compatibili una graduale crescente integrazione internazionale delle economie con obiettivi di innalzamento degli standard di vita dei cittadini in tema di lavoro, ambiente e salute. Un compito tutt’altro che facile. Anzi si potrebbe dire alla luce di ciò che è avvenuto finora difficilmente realizzabile.

C’è comunque da augurarsi che un nuovo corso si affermi a partire dalla politica economica del Presidente Obama. Va rammentato a questo riguardo che se i maggiori paesi, a partire dagli Stati Uniti, non saranno in grado di assicurare, anche solo in parte, nei prossimi anni una Agenda di questo genere gli effetti potrebbero essere drammaticamente negativi, in tema di nuove chiusure e conflitti protezionistici. Come gli storici economici hanno ampiamente dimostrato la prima grande ondata della globalizzazione (1815-1913) fallì miseramente proprio a causa della incapacità di governare i costi e le tensioni domestiche create dall’espansione della finanza e del commercio globali.

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