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MITIGARE IL CREDIT CRUNCH: UNA MISURA SENZA COSTI
Finanza
di Giuseppe Coco, Ferdinando Ferrara, Giovanni Ferri
06 novembre 2008

ferri_equitalia.jpgIl Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha recentemente quantificato in circa 60 miliardi di euro i crediti vantati dal sistema d’impresa nei confronti della PA, in seguito ai patologici ritardi di pagamento di quest’ultima. La quantificazione proposta appare esagerata per eccesso. Infatti, l’ammontare di 60 miliardi di euro corrisponde nell’ordine di grandezza all’intero valore degli acquisti di beni e servizi da parte della PA in un anno.

In ogni caso, considerando che, secondo i dati di Intrum Justizia, il ritardo medio di pagamento della PA italiana è di 138 giorni (contro i 68 della media UE), una stima più realistica di tali crediti comunque si colloca nell’ordine di alcune decine di miliardi di euro. La questione, più volte sollevata anche in sede di giustizia europea, ha radici lontane e si spiega principalmente con le difficoltà finanziarie in cui si dibattono gran parte delle pubbliche amministrazioni del nostro paese. Tuttavia, nella presente contingenza essa può assumere una rilevanza tutta nuova. La crisi finanziaria che ha colpito duramente il sistema bancario avrà certamente delle conseguenze sulla disponibilità e sul costo del credito per il sistema delle imprese. Nonostante le prevedibili rassicurazioni dell’ABI e del Governatore Draghi, il rischio di un credit crunch è concreto se non attuale. In risposta a problemi di capitalizzazione1, emersi a causa del crollo delle proprie quotazioni – suscettibili di causare una perdita di fiducia dei depositanti e degli altri creditori della banca – nonché delle perdite maturate sulle attività "tossiche", una probabile risposta del sistema bancario è ridurre l’esigenza di capitali attuando una contrazione delle linee di credito. Va da sé che, in questo scenario, i soggetti più esposti al crunch sarebbero le imprese e, tra esse, i soggetti più rischiosi e opachi, tipicamente le PMI. In un contesto già ampiamente recessivo, la possibilità di insolvenza per mancanza di liquidità di una quota consistente di imprese diventa quindi molto più probabile.

 

A fronte di rischi di questa natura ogni intervento che aumenti la liquidità dei soggetti in campo, senza accrescere i rischi di utilizzo opportunistico degli strumenti, è utile e necessario. Il governo ha già annunciato misure per rinforzare l’azione dei Confidi. A nostro parere, meritano una attenzione particolare anche azioni che non comportano un impegno finanziario diretto a carico del bilancio pubblico2. In questa ottica presentiamo di seguito alcuni interventi che, se coordinati opportunamente, possono avere un impatto significativo nel dare maggiore certezza ed esigibilità alle somme vantate dalle imprese nei confronti delle pubbliche amministrazioni, affinché possano rappresentare un collateral in grado di migliorare il loro merito di credito nei confronti del sistema bancario.

A tal fine, un primo punto essenziale consiste nella certificazione da parte delle pubbliche amministrazioni dei crediti vantati dalle imprese nei loro confronti. Tenuto conto del grado di efficienza delle pubbliche amministrazioni, occorrerebbe probabilmente introdurre un termine massimo di risposta ad esempio di 30 giorni, con relativa responsabilità pecuniaria del funzionario responsabile del procedimento, alle richieste di certificazione da parte delle imprese. L’importo minimo del credito per il quale introdurre la possibilità di ottenerne la certificazione potrebbe ammontare 10 mila euro, dal momento che è la stessa soglia attualmente prevista dal comma 9 dell’articolo 2 del DL 262/2006, che rappresenta l’ulteriore snodo cruciale su cui intervenire per migliorare la liquidità dei crediti vantati dalle imprese nei confronti della PA. Tale norma, difatti, prevede che le amministrazioni pubbliche prima di effettuare, a favore di privati, il pagamento di un importo superiore a diecimila euro, debbano verificare, attraverso una procedura telematica gestita da Equitalia, se il beneficiario è inadempiente all’obbligo di versamento derivante dalla notifica di una o più cartelle di pagamento. In tal caso, Equitalia procede al pignoramento delle somme per le quali l’impresa è inadempiente, mentre la parte residuale viene regolarmente pagata.

Ferma restando la desiderabilità di una norma di questo tipo, appare comunque opportuno introdurre modifiche per far sì che le imprese non abbiano un ruolo meramente passivo in questa procedura. In particolare, sarebbe opportuno consentire alle imprese interessate di poter interagire attivamente con Equitalia, al fine di poter ottenere sia informazioni sulle risultanze a loro carico3 sia, soprattutto, una certificazione ex ante che non sussistano condizioni ostative a pagamenti a loro favore da parte delle pubbliche amministrazioni. Conseguentemente, appare desiderabile integrare il DL 262/2006 con una norma che consenta alle imprese l’accesso alle informazioni di Equitalia e preveda esplicitamente il diritto a ottenere una certificazione di regolarità.

A fronte della assenza di costi finanziari (come da titolo) ovviamente esiste la possibilità che la norma venga sfruttata in maniera illecita attraverso false certificazioni. Ciò comporta la necessità di definire un sistema di controlli incrociati cui il sistema bancario dovrebbe potrebbe accedere. La certificazione dell’Amministrazione e quella Equitalia potrebbero essere indirizzate automaticamente all’Istituto di credito indicato dall’imprenditore per via telematica ad esempio.

Attraverso la duplice certificazione sulla sussistenza e sull’immediata esigibilità, i crediti nei confronti della pubblica amministrazione potrebbero entrare a pieno titolo nel sistema di garanzie che le banche solitamente richiedono a fronte dell’apertura di una linea di credito . Ciò favorirebbe sensibilmente lo smobilizzo di questi crediti, soprattutto in presenza di un preciso accordo con le banche, in cui queste ultime si impegnino a riconoscere un valore a tale certificazione, che rappresenterebbe una condizione idonea per la concessione di un credito agevolato alle imprese, eventualmente garantito dalle somme vantate nei confronti della PA. Oltre al risparmio notevole in termini di interesse (il cui costo aggiuntivo rispetto alla media UE stimato da Confartigianato è di circa 1 miliardo per anno), un organico intervento normativo volto a favorire la certificazione circa la sussistenza e l’immediata esigibilità dei crediti vantati dalle imprese nei confronti della PA consentirebbe di limitare gli effetti di una contrazione di liquidità alle imprese, i cui effetti potrebbero essere disastrosi per il tessuto produttivo.




* Le opinioni espresse sono a titolo personale e non coinvolgono l'Istituzione di appartenenza.

 

1) La letteratura economica ha da tempo documentato che la risposta delle banche alla propria sottocapitalizzazione consiste in una contrazione dell’offerta di credito: cfr. Peek, J. and E. Rosengren (1995), The Capital Crunch: Neither a Borrower nor a Lender Be, Journal of Money, Credit, and Banking 27, 625-38.

2) Sebbene vada tenuto conto che, per quel che concerne gli impegni inerenti spese in conto capitale, i ritardi nei pagamenti a favore delle imprese sono sovente imputabili alla necessità di rispettare i vincoli imposti alle amministrazioni locali dal patto di stabilità interno.

3) A parte i casi, non rari, in cui le imprese non sono neanche a conoscenza della sussistenza di un proprio debito nei confronti della PA, può verificarsi comunque una discrasia, non solo temporale, circa le informazioni detenute da Equitalia sulle opposizioni presentate dalle imprese alle cartelle di pagamento e sull’effettivo stato dell’arte del contenzioso fra imprese e amministrazione fiscale. La possibilità per le imprese di interrogare preventivamente Equitalia consentirebbe loro di risolvere per tempo questo tipo di problemi.

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