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SCUOLA ELEMENTARE: LE RAGIONI DELLA PROTESTA
di Lisa Vozza
06 novembre 2008

vozza_scuola_elementare.jpgIl DL Gelmini dice: un insegnante prevalente, 24 ore settimanali, scuola solo di mattina, per il pomeriggio ciascun Istituto può organizzarsi come vuole. Prevede 8 miliardi di euro in meno in tre anni, numeri importanti che si traducono in decine di migliaia di posti di lavoro in meno, ma anche in disservizi e spese per le famiglie e in un’offerta formativa impoverita per i bambini.


Nelle ultime settimane un ampio movimento di protesta, cui ho partecipato come genitore di scuola elementare, ha messo in evidenza alcune questioni di sostanza, sul tempo pieno e sul maestro unico, sulla disparità di tagli fra scuole pubbliche e paritarie, sull’applicazione carente del federalismo, e una questione di metodo, che ha a che fare con lo spregio delle regole democratiche.

 

La scuola pubblica va difesa, ma anche migliorata, con investimenti anziché tagli, riducendo il turnover degli insegnanti e migliorando la didattica dell’area matematico-scientifica.

 

Tempo pieno, maestro unico, inglese

La misura sulla riduzione d’orario colpisce soprattutto le aree più avanzate del Paese, le grandi città, dove la scelta del tempo pieno è maggioritaria (a Milano, è al 91%) e dove la maggior parte delle donne lavora.

 

È opinione di molti addetti ai lavori che il tempo pieno, impegnando gli insegnanti a momenti di apertura e confronto, sia uno strumento di controllo qualità e di peer-review dell’operato di un docente all’interno della propria classe. Solo il tempo pieno permette infatti, con le ore di compresenza degli insegnati, di lavorare a gruppi, di aprire le classi momenti di attività comuni che permettono agli insegnanti di misurarsi gli uni con gli altri. Queste considerazioni sono peraltro confermate dalle rilevazioni OCSE, che trovano i migliori risultati degli alunni soprattutto al Nord, dove il tempo pieno è più diffuso.

 

Il tempo pieno è anche uno strumento di uguaglianza e di mobilità sociale: i bambini che stanno più tempo a scuola hanno maggiori probabilità di completare la scuola secondaria, superando lo svantaggio che può essere determinato dalla famiglia di origine (vedi www.lavoce.info/articoli/pagina1000656.html).

 

Le classi dei bambini di oggi sono molto più variegate e complicate di quelle di 40-50 anni fa. Il tempo pieno consente di dedicare il tempo necessario a tutti: bambini iperstimolati, bambini ‘normali’, bambini in difficoltà, bambini stranieri, ciascuno con i propri bisogni e peculiarità. Come farà il maestro unico, con meno ore e senza la collaborazione dei colleghi, a garantire tutto quello che faceva nel tempo pieno? Dovrà anche insegnare inglese, dopo sole 150 ore di corso di formazione, perché a regime gli insegnanti specialistici non ci saranno più.

 

Togliere a tanti per dare a pochi?

Se le misure appena approvate prevedono tagli cospicui, niente di simile sembra prospettarsi per i benefici pubblici alla scuola paritaria. Oltre 40 milioni di euro è la dote che la sola Regione Lombardia regala alle famiglie che scelgono le scuole private. Un dono fuori da ogni proporzione per 63 mila ragazzi, contro circa un milione di iscritti alle scuole pubbliche, soprattutto alla luce degli scarsissimi risultati: secondo i dati OCSE 2007 gli studenti delle scuole paritarie si collocano agli ultimissimi posti, tra Cile, Azerbaijan, Giordania e Uruguay.

 

Il divario crescente delle risorse fra scuola pubblica e paritaria va di pari passo con le disparità di ricchezza e di reddito. Di nuovo sono i dati OCSE a dircelo. Se la scuola pubblica si depaupera, i meno abbienti riceveranno un’educazione peggiore, determinando un aggravamento nello stallo della mobilità sociale che è già oggi una pesante zavorra per la crescita del Paese.

 

Classi ponte e federalismo

Sull’istituzione di classi ponte per immigrati molte parole sono state spese: è la sbavatura più eclatante nel quadro della spinta verso il differenziamento, preferito ai tentativi di integrazione e di gestione della complessità sociale. Peraltro non ci sono evidenze scientifiche dell’efficacia di una simile misura (vedi l’opinione di Tullio de Mauro, linguista ed ex Ministro della pubblica istruzione
http://archiviostorico.corriere.it/2008/ottobre/17/modello_francese_gli_alunni_mescolati_co_9_081017023.shtml

Inoltre che fine fa l’autonomia degli enti locali e delle regioni, quando il governo demanda loro i compiti più ingrati previsti dal pacchetto di leggi sulla scuola, come la chiusura delle scuole più piccole? E dove si trovano i fondi per tutte le attività che lo Stato delega agli enti locali?

 

Lo spregio delle regole democratiche

Oltre alle questioni di sostanza, i comitati hanno anche contestato il metodo usato dal governo per l’approvazione del DL Gelmini e connessi, senza discussione, con voto di fiducia; e l’atteggiamento sordo e sprezzante del Ministro e di diversi esponenti della maggioranza.

 

Il direttore di Famiglia cristiana ha colto nel segno scrivendo: «Quando una Finanziaria s’approva in nove minuti e mezzo; quando, furtivamente, si infilano emendamenti rilevanti tra le pieghe di decreti legge, il Parlamento si squalifica». Servirebbero investimenti e invece accade l’opposto: lo Stato si ritira dai propri doveri costituzionali. «Perché non per la scuola? Si richiedono sacrifici alle famiglie, ma costi e privilegi di onorevoli e senatori – sottolinea Famiglia cristiana – restano intatti».

 

Proposte per una scuola migliore

Le misure appena approvate, in primis i tagli indiscriminati, andrebbero al più presto sostituiti da riforme organizzative e investimenti per la didattica.

 

Primo fra tutti andrebbe eliminato l’elevato turnover di insegnanti, legato soprattutto al precariato, che determina continui balletti di supplenti e gravi problemi di discontinuità dell’attività didattica. Si tratta di inefficienze cospicue, che costituiscono un oggettivo elemento di debolezza della scuola pubblica a confronto con quella privata.

 

Miglioramenti importanti sono auspicabili anche nella didattica, soprattutto dell’area matematico-scientifica, dove, in base ai dati dell’indagine TIMSS (http://nces.ed.gov/Timss/timss03tables.asp?Quest=1&Figure=1), si notano debolezze preoccupanti anche alle elementari. Occorrerebbe investire per una migliore formazione scientifica degli insegnanti e per l’aggiornamento, basato su comprovati metodi di insegnamento. Il ritorno al maestro unico, non specializzato nell’area umanistica o matematico-scientifica, non sembra favorire questo percorso.

 

Se questi urgenti problemi non saranno affrontati, per i prossimi anni c’è da aspettarsi un peggioramento della situazione complessiva della scuola elementare, a fronte di tagli indiscriminati e nessun progetto didattico-formativo.

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