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EFFICIENZA DEL PROCESSO DEL LAVORO E RISPARMIO DI RISORSE NELLA MANOVRA ESTIVA DEL 2008
Giustizia
di Luigi De Angelis
12 novembre 2008

deangelis_diritto_del_lavoro.jpgLa manovra estiva del 2008 (d.l. 112/08, convertito nella l. 133/08) contiene un intervento sul processo del lavoro ispirato a finalità d’ efficienza, e, in un caso, di contenimento della spesa pubblica. Altro intervento è poi tuttora all’ esame del Parlamento, e per questo non ci se ne occuperà in questa sede. Appunto quanto alla manovra estiva, attraverso le norme processuali del d.l. 112 cit. si è cercato di contrastare l’ uso anomalo del ricorso al giudice e ad un tempo lo sperpero inutile di attività nell’ ambito di un processo, quello del lavoro e della previdenza, che versa in una notevole situazione di crisi: la sua durata media è, infatti, di oltre due anni in primo grado e ancor più in appello. 


Con la previsione dell’ obbligo di riunificazione dei procedimenti in materia di previdenza e assistenza (art. 20, commi 7-9) si è inoltre inteso contrastare, in una logica di moralizzazione e di risparmio del pubblico denaro, la scorretta pratica processuale, invalsa in alcune regioni italiane, di frazionare in più cause le pretese relative ad arretrati pensionistici ed accessori, con i conseguenti affollamento dei ruoli degli uffici giudiziari e moltiplicazione di spese giudiziali a carico degli enti previdenziali. Si è così stabilito che in materia previdenziale e assistenziale la parte ha l’ obbligo di non frazionare il credito nel ricorrere al giudice, e che, se invece questo avvenga, il giudice ha il dovere, e non la sola facoltà, di riunire i vari procedimenti. Ove per un caso qualsiasi (ad es., il giudice non fosse a conoscenza della pluralità dei procedimenti) non si sia proceduto alla riunione, si dispone, anche in sede di giudizio d’ impugnazione, l’ improcedibilità delle domande introdotte successivamente alla prima; vale a dire: che le domande stesse non fossero o non siano esaminabili nel merito. Una disciplina in qualche modo simile si è poi introdotta per i procedimenti esecutivi, che sono volti a realizzare coattivamente quello che è già stato accertato come dovuto.

 

Il su richiamato decreto, rifacendosi a precedenti esperienze (in particolare, in materia di controversie societarie), stabilisce ancora, all’ art. 53, che in materia di lavoro e di previdenza il giudice (di primo grado), quando all’ esito del processo dà lettura in pubblica udienza della decisione, debba contestualmente leggere i motivi della medesima. Solo nei casi di particolare complessità può riservarsi un termine, non maggiore di sessanta giorni, per depositare tali motivi. Non sono però previste espressamente le conseguenze per l’ inosservanza delle previsioni, e ciò implica delicati problemi interpretativi.

La logica della nuova disciplina è non solo e non tanto di ridurre in qualche modo i tempi di definizione del processo, ma soprattutto di contenere nel necessario l’ attività occorrente per la stesura della sentenza; un’ attività, che come tutta l’ attività giudiziaria è una risorsa limitata e preziosa e che quindi non va sprecata. Ciò significa non che la motivazione della sentenza debba essere incompleta – la motivazione, infatti, serve a giustificare la decisione, e quindi non può non rispondere a tutte le questioni postesi nel giudizio - ma che essa debba essere concisa, come del resto è previsto in generale dal codice di procedura civile per la redazione dei provvedimenti giudiziari. La concisione, o, se si vuole, la sintesi, richiede però professionalità e sforzo, e, ancor prima, un atteggiamento culturale di approccio alla controversia (anzi, più in generale, all’ espletamento della funzione) che ponga equilibratamente attenzione non solo alla giustezza della soluzione ma anche alla prontezza e rapidità della medesima. E su questo vi è non poco da fare, anche dal punto di vista dell’ impegno nella formazione dei magistrati e degli avvocati.

 

Chi scrive è consapevole che la nuova disciplina che si è sommariamente descritta, e che peraltro, ancor più quanto alla riunificazione dei procedimenti, pone delicati problemi interpretativi, non sia certo risolutiva – né vuole esserlo – dei problemi del processo del lavoro, che dipendono, come ritengono gli studiosi della materia, da cause estranee alle regole processuali; regole le quali, pur risalenti per il processo del lavoro al 1973, sono nel loro complesso buone e, anzi, molto buone. E’ altrettanto consapevole che sarà tutto da verificare se le finalità che con le disposizioni su esaminate ci si è prefisso di raggiungere saranno in concreto realizzate, anche perché – ciò vale, lo si è indirettamente accennato, con riguardo al suddetto modo di redazione delle decisioni – si deve fare i conti con una formazione, quella attuale degli operatori, che guarda all’ efficienza del processo con inadeguata attenzione. Crede però che vada valutato positivamente tutto quanto si muova nella direzione dell’ uso congruo ed utile della giustizia, e delle risorse di cui essa si avvale.

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