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BREVETTI IN ITALIA. IMPRESE E TERRITORI DELL’ALTA TECNOLOGIA
Economia reale
di Carlo Trigilia, Francesco Ramella
12 novembre 2008

trigilia_brevetti.jpgGuardando ai dati dell’ultima European Innovation Scoreboard (2008), trova ampia conferma l’immagine di debolezza dell’Italia sul fronte dell’innovazione. Il nostro Paese si posiziona al 23° posto nella graduatoria dei 37 analizzati, con un punteggio (0,33) che lo colloca al di sotto della media europea (0,45) e a notevole distanza dalle realtà più avanzate. Ma è veramente realistica quest’immagine? Di solito si obietta che questo tipo di graduatorie tende a sottostimare sistematicamente la nostra capacità innovativa.


Ed è vero. Data la forte presenza di piccole e medie imprese specializzate nei settori del made in italy, in Italia i processi innovativi sono maggiormente basati su logiche incrementali, più difficili da cogliere e misurare tramite indicatori formalizzati. Non casualmente la nostra posizione tende sensibilmente a migliorare quando nelle comparazioni internazionali viene considerata l’innovazione nel suo complesso, e non solo quella legata all’alta tecnologia (si veda per esempio, l’indagine Eurostat sulle imprese innovative). Tuttavia, anche sul versante dell’alta tecnologia, le prestazioni risultano tutt’altro che trascurabili. Il modello italiano appare meno debole di quanto solitamente si creda, sia in termini complessivi, sia – ancor di più – se si esclude il Mezzogiorno.

 

Indicazioni in questo senso vengono dalla prima indagine sistematica sulle imprese che brevettano. La ricerca ha analizzato le domande di brevetto depositate dalle imprese italiane tra il 1995 e il 2004 presso l’ente europeo di protezione dei diritti di proprietà intellettuale (EPO)1. Delle oltre 28 mila domande complessive di brevetto circa la metà (il 46,7%) proviene dai sistemi locali del Nord-Ovest (con la Lombardia che da sola conta per un terzo del totale) e un altro 43,3% da quelli della Terza Italia, mentre il Lazio e il Mezzogiorno esprimono la quota rimanente, rispettivamente il 5,6% e il 4,3%. In particolare, risalta chiaramente il ruolo predominante svolto dalle grandi regioni innovative (Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte, Toscana e Lazio) che insieme rappresentano circa l’85% dei brevetti italiani. Al loro interno sono soprattutto le grandi città metropolitane a giocare un ruolo di primo piano. Milano, da sola, con oltre 5.500 domande rappresenta circa il 20% del totale nazionale. Aggiungendo altre quattro città metropolitane del Centro-Nord (Torino, Bologna, Roma e Firenze) si raggiunge il 41%. Anche le città medio-grandi (oltre i 100 mila abitanti) comunque assumono un rilievo non secondario, assicurando circa un terzo dei brevetti complessivi.

 

Per quanto riguarda la distribuzione settoriale, oltre la metà dei brevetti si concentra nei settori a medio-alta tecnologia (soprattutto nella meccanica), mentre quelli ad alta tecnologia rappresentano circa un quarto del totale (con un ruolo di rilievo del comparto farmaceutico e degli apparecchi medicali). Sotto il profilo territoriale, nell’alta tecnologia spicca Milano per la farmaceutica, seguita da Roma e da Siena; e sempre Milano, seguita questa volta da Bologna, per gli apparecchi medicali. Nella medio-alta tecnologia primeggiano Bologna nella meccanica strumentale, Torino negli autoveicoli e mezzi di trasporto, Milano nella chimica.

 

Le imprese italiane che brevettano delineano un modello nazionale con due distinti sistemi settoriali e territoriali dell’innovazione. Il primo è quello della meccanica (in particolare della meccanica strumentale), con le sue basi relativamente più radicate nelle città della Terza Italia e una buona dotazione di infrastrutture, beni collettivi e di reti sociali corte (locali o regionali). Questa prima componente del modello evidenzia l’importanza delle conoscenze tacite e delle relazioni con i clienti e i fornitori quali motori dell’innovazione. Si pone dunque più in continuità con i meccanismi dell’innovazione diffusa di tipo distrettuale. Minore rilevanza assumono invece le spese dirette per la ricerca e sviluppo e gli addetti con elevati titoli di studio. L’innovazione nella meccanica alimenta il volume più elevato di brevetti (il 31% del totale nazionale) e di nuovi prodotti basati sulla tecnologia, e sostiene inoltre un tasso di occupazione comparativamente non trascurabile.

Il secondo sistema dell’innovazione è quello dell’alta tecnologia in senso stretto, che in Italia ha un peso non trascurabile. Raccoglie circa un quarto dei brevetti, è più forte nei settori della farmaceutica, degli apparecchi medicali,degli strumenti di precisione e delle telecomunicazioni. È relativamente più radicato nel Nord-Ovest, nelle grandi città metropolitane, specie a Milano, ma anche a Roma e in altre città minori della Terza Italia. Anche in questo caso, i sistemi locali più specializzati godono di una buona dotazione di infrastrutture e beni collettivi che arricchiscono le economie esterne. Le reti relazionali sono però più ampie e vedono rapporti rilevanti non solo delle imprese (grandi e piccole) tra di loro, ma anche tra le imprese e le università e i centri di ricerca. Inoltre, è presente una dotazione di capitale umano più ricca (laureati, ricercatori) rispetto a quella che si riscontra nei sistemi della meccanica e nella media nazionale. Maggiore è infine la presenza dei servizi avanzati.

 

Questi sistemi d’innovazione risultano altamente concentrati sotto il profilo territoriale. Sia nella meccanica che nell’alta tecnologia, poco meno di 50 sistemi leader (circa il 6% del totale) rendono conto di oltre i due terzi dei brevetti prodotti nei rispettivi settori. Vi sono quindi evidenti economie di agglomerazione di cui occorre tenere conto in qualsiasi ipotesi di intervento in termini di politiche. Questo fattore è del resto confermato anche dall’importanza che assume la dotazione di infrastrutture e beni collettivi per il funzionamento di questi sistemi, che li distingue nettamente dalle aree più deboli in termini di capacità di brevettazione. Accanto agli aspetti territoriali, l’indagine mette in luce anche la rilevanza della dimensione relazionale. L’approfondimento condotto sui brevetti con più proprietari e quello sulle imprese leader, mostrano chiaramente un processo di costruzione sociale dell’innovazione attraverso reti di relazioni formali e informali tra imprese, università e centri di ricerca.

 

Insomma, contrariamente a quanto a volte si pensa, il territorio conta anche per l’alta tecnologia, sia per gli effetti di agglomerazione e la disponibilità di economie esterne più tradizionali e di beni e servizi collettivi, sia per economie più legate alla generazione di nuove conoscenze attraverso le capacità relazionali. Ed è proprio la debolezza del contesto ambientale il fattore che sembra spiegare di più la debolezza del Mezzogiorno. Se si escludono le regioni meridionali, le performance riportano l’Italia nettamente al di sopra della media europea per capacità di brevettare (brevetti per abitante).

 

Dunque un modello più solido del previsto, le cui connotazioni specifiche – in particolare il peso della meccanica – permettono di spiegare il curioso paradosso di un Paese che appare sottodotato sul terreno degli input dell’innovazione (spesa in R&D, livelli di istruzione, ecc.) ma ottiene dei risultati in termini di output, in particolare di brevetti, ben superiori a quelli che ci si potrebbe aspettare sulla base degli input. Ma se i processi di innovazione tecnologica non sono poi così deboli, che cosa si può dire delle politiche?

 

A confronto degli altri Paesi europei, in Italia le istituzioni pubbliche spendono comparativamente meno per R&D, ma molte più imprese ricevono finanziamenti individuali per l’innovazione. Si può ipotizzare che gli incentivi siano distribuiti in modo scarsamente selettivo e coinvolgano un’elevata platea di imprese ma con importi di modesta entità. A ciò si aggiunga che il ruolo della componente relazionale e sistemica nell’innovazione è trascurato. Piuttosto che promuovere la formazione di reti tra imprese, e tra imprese e strutture di ricerca, le politiche sono più fortemente sbilanciate, rispetto a altri contesti europei, verso l’incentivazione delle singole aziende. Le valutazioni ex post mostrano poi la scarsa efficacia di questi strumenti nel promuovere effettivamente l’innovazione e la stessa capacità brevettale.

Insomma, un modello più solido del previsto, ma politiche poco coerenti con i processi concreti di costruzione sociale dell’innovazione, che andrebbero quindi profondamente ridisegnate.

 

 

1 Imprese e territori dell’alta tecnologia in Italia, a cura di C.Trigilia e F.Ramella, Rapporto di Artimino sullo Sviluppo Locale, Iris, Prato, Settembre 2008. 

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