| FINANZIAMENTO E FUNZIONAMENTO DELL’UNIVERSITÀ: PICCOLE PROVOCAZIONI DA ADAM SMITH |
| Scuola e Università | ||||
| 06 novembre 2008 | ||||
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Per il buon funzionamento dell’università pubblica occorre non solo che le risorse siano adeguate, ma anche che esse siano ben utilizzate. Non si può, ovviamente, non essere d’accordo con la maggior parte di coloro che in questi giorni sono preoccupati per gli effetti sul sistema universitario italiano della L. 133/2008 (conversione del D.L. 112/08): la progressiva riduzione del finanziamento ordinario, dell’organico e dell’avanzamento stipendiale dei docenti, in un Paese che già destina un quota esigua delle risorse in tale direzione, segnala una sottovalutazione del ruolo strategico della ricerca universitaria.
D’altra parte, chi scrive e legge questa rivista - si tratta principalmente di docenti universitari, in buona parte economisti - sarà altrettanto d’accordo sul fatto che per valorizzare quel ruolo strategico occorre non solo che le risorse siano adeguate, ma anche che esse siano ben utilizzate.
Nel divertissement che segue farò parlare per me Adam Smith, che nel 1776 analizzava in modo lucido e spietato le cause del malfunzionamento di alcune università inglesi a lui contemporanee. La sua analisi, vertente tra l’altro sulla remunerazione dei docenti, sulla governance dell’università, e sul valore legale del titolo di studio, potrà, spero, essere di aiuto alla riflessione comune. Aggiungerò solo piccole chiose (in tondo) alle poche proposizioni di Smith riportate (in corsivo); suggerisco a chiunque di leggere l’intera parte da cui le seconde sono tratte1.
Nelle nostre università le norme esistenti fanno sì che si possa fare scarso o nullo uso dei questionari di valutazione della didattica da parte degli studenti; e dunque si spiega lo scarso o nullo impegno con cui essi sono compilati.
Sarebbe bello sentire (non solo ora, ma soprattutto nei decenni passati) magnifici Rettori proporre una revisione degli schemi di remunerazione, anziché dire solo "Studenti, siamo con voi", oppure "Fra tre anni dovremo chiudere".
La governance: senati accademici, consigli di amministrazione e norme statali
Pare che i momenti in cui gli "organi di governo" si ringalluzziscono e sono più attivi siano quelli in cui si deve decidere sulla distribuzione delle (poche) risorse, usualmente sulla base delle maggioranze che hanno eletto i Rettori, e che si aspettano da loro riconoscenza.
Se l’autorità a cui [il docente] è sottoposto risiede […] in qualche altra persona estranea […] non è molto probabile che gli sia concesso di trascurare completamente il proprio dovere. Un’autorità indipendente per la valutazione del sistema universitario? Consigli di amministrazione indipendenti? Senati "senza portafoglio"?
La poche norme comuni esistenti in Italia circa i doveri dei docenti parlano appunto di ore/anno. E la lobby degli accademici riesce spesso a bloccare qualsiasi riforma.
Valore legale del titolo di studio Tutto ciò che costringe gli studenti in un collegio o in una università, a prescindere dal merito e dalla reputazione degli insegnanti, tende […] a diminuire la necessità del merito e della reputazione.I privilegi dei laureati nelle arti, in legge, in medicina e in teologia, quando si possono ottenere solo rimanendo un certo numero di anni in una certa università, costringono necessariamente gli studenti ad andare in quella università, a prescindere dal merito e dalla reputazione degli insegnanti. Di conseguenza, l’etichetta "Dottore in…" può essere apposta sulla propria carta intestata, indipendentemente da merito e reputazione; ed anche quella di "Professore universitario in…".
Il sistema universitario, però, deve dotarsi delle strutture necessarie a rendere possibile la mobilità: investire in residenze e servizi, non unicamente in posti di ruolo per coloro ai quali essi sono stati promessi.
Epilogo
Smith trae da queste considerazioni l’amara conclusione che un sistema privato è da preferire ad uno pubblico. Ma chi non sarebbe d’accordo, se il sistema pubblico funziona come descritto sopra? Naturalmente, chi scrive accarezza l’idea alternativa, che sia cioè possibile e necessario riformare il sistema pubblico: Smith stesso, appena dopo le proposizioni riportate, aggiunge che il sistema pubblico delle scuole inglesi dei suoi tempi, a diversità delle università, pareva funzionare bene. Non è quindi necessario pensare che l’unico rimedio sia la privatizzazione. Anche perché, come Smith sottolinea in una sua altra opera, la Teoria dei sentimenti morali, la maggiore o minore disponibilità a pagare (delle famiglie degli studenti) dipende da quelli che sono in ogni momento i canoni di giudizio su cosa sia da apprezzare nella società; e purtroppo, dice Smith, spesso tende ad essere apprezzato ciò che è connesso con l’arricchimento rapido, che si ottiene non tanto attraverso l’amore dell’argomentazione corretta ma tramite l’inganno dei sentimenti altrui. Lasciando ad un "mercato" di questo tipo il destino dell’università, chi si farebbe ancora carico della necessità di insegnare non solo i classici della cultura greca o moderna, ma anche la matematica o la fisica teorica, nonché la sociologia o la teoria economica? Occorrerebbe comunque un intervento pubblico.
1) Si tratta della parte II del Cap. 1 del Libro quinto della Ricchezza delle nazioni (trad it. Mondadori, 1973, vol. 2, pp. 750-76); talora ho tradotto liberamente dal testo che si può scaricare da http://www.gutenberg.org/etext/3300.
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