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LA RECESSIONE E LE STATISTICHE DI TRILUSSA
Welfare
di Valentino Larcinese
21 ottobre 2008

mensa _caritas_larcinese.jpgIl credit crunch in corso da piu’ di un anno e il recente drammatico crollo dei mercati finanziari internazionali avranno pesanti conseguenze per l’economia reale. Il Fondo Monetario Internazionale prevede per l’Italia una decrescita del PIL dello 0.1% per il 2008 e dello 0.2% per il 2009. La Confindustria e’ piu pessimista e stima per il 2009 un calo dello 0.5%.

In un contesto in cui tutti i maggiori paesi occidentali andranno in recessione o avranno tassi di crescita prossimi allo zero, la situazione dell’Italia, reduce da 15 anni di stagnazione e gravata da un debito pubblico molto alto, e’ particolarmente grave. Due documenti, entrambi pubblicati il 15 ottobre e apparentemente non collegati, ci forniscono il quadro entro cui si va delineando una questione sociale che, se non affrontata con politiche adeguate di redistribuzione del reddito, potrebbe presto emergere in forme drammatiche. Il primo documento e’ il Bollettino Economico della Banca d’Italia del mese di ottobre, il quale ci fornisce un quadro allarmante su una serie di indicatori aggregati: "i segnali per i prossimi trimestri rimangono negativi", "si indebolisce l’attivita’ di investimento", "il valore aggiunto per occupato nell’economia e’ sceso per il terzo trimestre consecutivo" e "le crescenti preoccupazioni sulla situazione economica hanno deteriorato il clima di fiducia dei consumatori, rendendo piu’ prudenti le decisioni di spesa delle famiglie". Di conseguenza, nel primo semestre del 2008 i consumi sono diminuiti dello 0.3%, sia rispetto al semestre precedente sia rispetto a quello corrispondente del 2007. Il secondo documento e’ il Rapporto sulla poverta’ e l’esclusione sociale in Italia prodotto dalla Caritas Italiana - Fondazione Zocan. Vi si apprende che il 13% della popolazione italiana vive con meno della meta’ del reddito medio italiano (ossia con circa 500-600 euro al mese), che avere piu’ figli aumenta il rischio di poverta’ e che, dopo la Grecia, l’Italia e’, nell’Europa a 15, il paese che fa meno per ridurre la poverta’. Per i piu’ scettici, vale la pena di aggiungere che un quadro molto simile era emerso nel rapporto dell’UNICEF sulla poverta’ infantile pubblicato nel 2007, secondo il quale nel nostro paese un bambino su 6 vive al di sotto della soglia di poverta’. In questa infame graduatoria siamo al terzo posto fra i paesi OCSE: con il nostro 16.6% di poverta’ infantile siamo ben al di sopra, non solo – ovviamente – dei soliti paesi scandinavi (con percentuali di poverta’ infantile intorno al 3%) ma anche della Grecia (12.4%), della Polonia (12.7%) e della Spagna (13.3%). Siamo anche uno dei paesi in cui la poverta’ infantile e’ cresciuta di piu’ negli ultimi 15 anni. Dal rapporto UNICEF si apprendeva anche che l’Italia e’ uno dei paesi in cui l’intervento pubblico ha il minore impatto nel ridurre la poverta’ infantile.

Dunque, lontano dalle fanfare mediatiche, emerge il quadro di un paese in gravi difficolta’ sia per quanto riguarda la performance delle variabili aggregate sia, e ancora di piu’, se si pensa che, dietro le cifre aggregate, si celano enormi disuguaglianze. Il problema veniva posto in termini molto chiari dal poeta romano Trilussa nei suoi famosi versi sulle statistiche: "seconno le statistiche d’adesso/ risulta che te tocca un pollo all’anno:/ e, se nun entra nelle spese tue,/ t’entra ne la statistica lo stesso/ perche’ c’e’ un antro che ne magna due". Applicando il teorema di Trilussa al nostro problema specifico, e’ chiaro che la stagnazione degli ultimi 15 anni e’ stata in realta’ una decrescita del reddito reale disponibile per una parte consistente delle famiglie italiane che non ha mai visto arrivare il suo pollo. Nel frattempo i polli sono aumentati a dismisura su poche tavole. Si potrebbe aggiungere che cio’ e’ avvenuto anche grazie a rendite di posizione (che ben poco hanno apportato alla ricchezza nazionale) di professioni e settori protetti e al fatto che troppo spesso i polli potevano essere impunemente occultati al fisco: le responsabilita’ della politica per quanto accaduto sono dunque ben precise.

Trovandoci alle porte di quella che Krugman ha definito una "recessione economica che sara’ tremenda, spietata e lunga", non e’ affatto da escludere che le difficolta’ economiche di molte famiglie si allargheranno fino a configurare un vero e proprio sprofondamento delle classi medie verso la poverta’. Vale la pena a tale riguardo ricordare l’esperienza storica di molti paesi latinoamericani in cui, mentre le dittature si occupavano di tenere sotto controllo il conflitto sociale, la classe media veniva affossata dalle iperinflazioni. Oggi l’Italia corre un rischio analogo, soprattutto perche’ il governo, se si escludono provvedimenti di facciata e dalla portata comunque molto limitata come la social card, continua a non mostrare alcuna sensibilita’ verso le difficolta’ delle famiglie a reddito medio-basso. Gli esempi abbondano. Si abbassano le imposte alle famiglie piu’ benestanti abolendo l’ICI o l’imposta di successione (entrambe prevedevano generose soglie di esenzione e di fatto venivano pagate solo da fasce di reddito e/o di ricchezza elevati) per poi tagliare la spesa in istruzione, riducendo le prerogative dello Stato nella formazione dei piu’ piccoli e scaricando maggiori responsabilita’ sulle famiglie. Senza nulla togliere al fatto che le risorse per la scuola potrebbero essere usate meglio, questa e’ in ogni caso una politica economicamente e socialmente regressiva, sia per le implicazioni distributive che si generano nell’immediato, sia (e forse soprattutto) per le conseguenze che questa politica dispieghera’ negli anni sull’intera economia nazionale, in particolare sulle prospettive di quei giovani che hanno bisogno della scuola per migliorare la propria condizione economica e sociale. E’ facile, ad esempio, prevedere che eventuali riduzioni del tempo pieno nelle scuole ridurranno la partecipazione femminile al mercato del lavoro e aumenteranno ulteriormente la poverta’ infantile e le opportunita’ di molti piccoli italiani. Piu’ in generale, una scuola pubblica di qualita’ inferiore non potra’ che inasprire le disuguaglianze e aumentare la trasmissione intergenerazionale dei privilegi. L’idea, poi, che i problemi delle famiglie si possano affrontare con una riforma dell’imposta sul reddito in direzione del quoziente familare e’ quantomai fuorviante: passare al quoziente familiare non solo non aiuterebbe i nuclei piu’ bisognosi (si veda al riguardo l’articolo di Paladini sul nelmerito.com del 15 Ottobre) ma avrebbe conseguenze nefaste per la partecipazione femminile al mercato del lavoro, con la conseguenza che poverta’infantile e problemi delle famiglie piu’ esposte potrebbero aumentare anziche’ diminuire.

Occorre invece che si prenda al piu’ presto piena coscienza della grave crisi sociale in corso nel nostro paese e delle prospettive drammatiche che attendono molte famiglie che sono a rischio poverta’ oggi (almeno 15 milioni di italiani, secondo la Caritas) e di quelle che lo saranno nel corso della recessione lunga e profonda che ci attende. Pur senza dimenticare gli stringenti vincoli di bilancio in cui l’Italia deve muoversi, il risanamento operato dal precedente governo e l’allentamento temporaneo del patto di stabilita’ andrebbero usati per aumentare il reddito disponibile di chi e’ oggi piu’ in difficolta’. Diversi istituti di ricerca segnalano che una parte consistente del recente calo dell’attivita’ produttiva e’ da attribuire alla riduzione della domanda interna. E’ solo aiutando le famiglie a reddito piu’ basso (che hanno una piu’ alta propensione al consumo) che si porra’ in atto una politica realmente anticiclica. Altrimenti, come con i tagli fiscali di Bush, i soldi finiranno in depositi off-shore e case al mare ai Caraibi.

  Commenti (1)
Scritto da Antonio Fedi, il 30-10-2008 14:12
E' una vita che mantengo la mia famiglia, moglie e tre figli,da solo, non per scelta. 
Se mia moglie producesse la metÓ del reddito, la mia famiglia pagerebbe meno tasse. 
Becco e bastonato.

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