Home arrow Immigrazione arrow LE PROPOSTE DELLA LEGA SUGLI IMMIGRATI: TANTA IDEOLOGIA (SBAGLIATA) E QUALCHE RAGIONE
LE PROPOSTE DELLA LEGA SUGLI IMMIGRATI: TANTA IDEOLOGIA (SBAGLIATA) E QUALCHE RAGIONE
Immigrazione
di Maria Concetta Chiuri, Nicola Coniglio, Giovanni Ferri
21 ottobre 2008

lega_ferri.jpgRiteniamo la maggior parte delle proposte recentemente avanzate dalla Lega Nord sbagliate e controproducenti, ma vi sono anche degli spunti ragionevoli. Vediamo dapprima gli aspetti più discutibili. Innanzitutto fa ribrezzo sentirsi proporre, tanto più in un paese in cui l’85% della popolazione si dichiara cattolico, il divieto a celebrare le nozze tra un partner italiano e un partner privo di permesso di soggiorno oppure imporre ai medici che curano clandestini di denunciarli all’autorità, (senza considerare che tale divieto parrebbe reintrodurre dalla finestra quello che l’UE ha cacciato dalla porta, cioè il reato di clandestinità migratoria).

L’intervento vorrebbe anche introdurre referendum specifici per l’autorizzazione a realizzare nuovi campi ROM o edifici di culto per confessioni religiose che non hanno stipulato intese con lo Stato (proposta che potrebbe alimentare la sindrome NIMBY a danno esclusivo degli immigrati, che ovviamente in quei referendum non potrebbero votare). D’altro canto, chi volesse evitare di marchiare la strategia della Lega come palesemente e pregiudizialmente anti-immigrati non sarebbe certo aiutato dalla scelta di collegare tutte queste proposte – che se approvate nel loro insieme modificherebbero in modo sostanziale la politica immigratoria italiana – impacchettandole dentro al DDL sulla sicurezza (nomen omen, il termine suggerisce che gli immigrati sono solo un problema di ordine pubblico). Il tutto è avvalorato anche dal fatto che la strategia della Lega è invece muta sui datori di lavoro che quegli stessi immigrati illegali hanno assunto richiamandoli sul nostro territorio (come noto, visto che non siamo nel paese delle meraviglie, i clandestini non nascono nei prati!).

Una tra le proposte ci appare, tuttavia, meritevole di riflessione. Si tratta dell’introduzione del permesso di soggiorno a punti sulla quale gli scriventi si erano già espressi all’inizio del 2007 (cfr. Chiuri, Coniglio e Ferri, 2007).

 

In difesa del permesso di soggiorno a punti

 

Al contrario di quanto denunciato da più parti a seguito della proposta della Lega, non c’è nulla di aberrante in un meccanismo in cui i punti assegnati al migrante aumentano o riducono le possibilità di rinnovare il permesso di soggiorno o ottenere la cittadinanza. A nostro modesto avviso, un sistema di punti in itinere potrebbe svolgere un importante ruolo di pungolo verso una maggiore integrazione e, al tempo stesso, verso un’acquisizione di capitale umano a beneficio dei migranti stessi oltre che delle comunità di accoglienza. Si tratta in sostanza di un meccanismo di incentivi, al pari di altre regole scritte e non scritte che permeano la vita collettiva di ogni paese.

Il sistema potrebbe prevedere la concessione di punti nel caso compiano alcune azioni positive e oggettivamente verificabili (come ad es. l’investimento in istruzione generale o specifica, la conoscenza della lingua italiana, il numero di giornate lavorative effettuate, il reddito dichiarato, la partecipazione alla vita sociale del paese e a programmi di integrazione). Il raggiungimento di un punteggio minimo dovrebbe poi dar diritto ad una rinegoziazione del permesso di soggiorno alla scadenza o alla concessione della cittadinanza. Al contrario, azioni non desiderabili (anch’esse osservabili), quali reati, dovrebbero portare a una riduzione di tali diritti (e se particolarmente gravi all’espulsione).

Del resto, meccanismi del tipo permesso di soggiorno a punti sono già adottati da altri paesi ad alta intensità d’immigrazione come Canada, Nuova Zelanda e Australia per selezionare i migranti in ingresso. Il punteggio viene attribuito sulla base di una serie di requisiti legati alle abilità e competenze dei migranti e, coloro che superano una determinata soglia ottengono il permesso di soggiorno. Questi meccanismi hanno funzionato bene in questi paesi consentendo una selezione positiva di migranti a beneficio dei processi di integrazione degli stessi. E’ importante ricordare che questo canale d’ingresso non è (e non può essere) l’unico: è fondamentale prevedere canali che consentano l’immigrazione di coloro che sono costretti a lasciare il proprio paese (es. rifugiati e richiedenti asilo) per motivazioni extra-economiche e il ricongiungimento familiare.

Naturalmente, come ogni cosa che riguardi la Pubblica Amministrazione in questo paese, vi è anche il rischio che la macchina amministrativa non sia in grado di gestire al meglio una normativa di questo tipo. Però, anche considerando il successo (almeno iniziale) della patente di guida a punti, ci pare che questa preoccupazione non dovrebbe essere tale da sconsigliare il tentativo di introdurre il permesso di soggiorno a punti.

Infine, è però importante rimarcare che, per poter esplicare il suo apporto alla riduzione degli immigrati clandestini, il permesso a punti necessita di altri provvedimenti di accompagno. In primis, occorre un ampliamento delle quote. Difatti, difronte ad un’elevata domanda di forza lavoro immigrata un sistema di quote troppo rigido, come quello attuale, non fa che generare clandestinità nei flussi in ingresso. La vera sfida di una seria politica immigratoria è duplice: (i) far confluire l’esercito di invisibili verso una condizione di regolarità e (ii) mantenere i migranti in tale condizione. Il permesso a punti in itinere potrebbe essere un utile strumento per raggiungere il secondo obiettivo ma solo una rimozione dell’attuale impianto di politiche miopi e restrittive potrebbe far raggiungere il primo.

Occorre quindi fare tutto il possibile per de-ideologizzare il dibattito sugli immigrati, specie sui clandestini, e portare la riflessione di policy sulle questioni concrete e applicative.

Come abbiamo argomentato, il permesso a punti (all’ingresso e in itinere), accompagnato da un sistema di quote che consenta flussi più in linea con le necessità del mercato del lavoro italiano, potrebbe rivelarsi un utile strumento per incentivare prima l’afflusso di immigrati regolari (e magari più qualificati) al posto dei clandestini e poi mantenerli regolari e favorirne l’integrazione sociale ed economica. Pertanto, esso può essere un valido strumento anche a fini di integrazione e non ci si deve lasciar traviare dal fatto che una proposta potenzialmente valida si accompagna ad altre inaccettabili: ciò per non buttare via il bambino con l’acqua sporca.

 

 

Riferimento bibliografico:

Chiuri M. C., Coniglio N. e Ferri G. (2007), L’esercito degli invisibili: aspetti economici dell’immigrazione clandestina, Il Mulino, Bologna.

  Commenti (1)
Scritto da Ilya Kulyatin, il 27-10-2008 11:54
Facciamo un passaporto a punti agli italiani, facciamogli fare un test di italiano.. Si voleva dimostrare di non essere di principio contro la Lega? E che senso ha un partito con le uniche proposte nel proprio programma elettorale sul federalismo e sulla caccia all'extracomunitario cattivo/complicazione della vita dell'extracomunitario buono? Ha un senso? Bossi ha un motivo per esistere? Per fortuna si fa notare che la normativa italiana potrebbe non riuscire a seguire questo sistema. E' un paese segnato dalle lotte tra la destra e la sinistra. Una lotta miope, ormai senza senso. Cosa fare? Perche' non dare piu' poteri all'UE? Leghiamoci le mani pure per le politiche sociali!

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >