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IL TRAMONTO DEMOGRAFICO DEL MEZZOGIORNO*
Mezzogiorno
di Alessandro Rosina
15 ottobre 2008

rosina_giovani_mezzogiorno.jpgIl Libro Verde sul welfare del ministro Sacconi è "dedicato ai giovani e alle loro famiglie, perché vuole concorrere a ricostruire fiducia nel futuro" (p. 3). Quale futuro può del resto avere un paese con sempre meno giovani e che investe così poco sulle nuove generazioni? Una domanda che sta diventando sempre più drammatica soprattutto in riferimento al Mezzogiorno.

*Articolo pubblicato anche su neodemos.it

 

Pochi figli e i migliori se ne vanno.

Negli anni Ottanta la popolazione italiana under 15 (fascia cruciale per le dinamiche produttive e riproduttive future) era pari a circa 12 milioni. Al censimento del 2001 era scesa a poco più di 8 milioni. Secondo le previsioni Istat fatte in tale periodo (base 2001), all’orizzonte del 2031 le persone sotto i quindici anni erano destinate a scendere fino a poco più di 6 milioni e mezzo. Le più recenti previsioni (base 2007) forniscono invece uno scenario demografico meno pessimistico, che contempla una discesa poco sotto gli 8 milioni.

In pochi anni il quadro prospettico è quindi cambiato, conseguenza del consolidarsi della ripresa delle nascite italiane e, soprattutto, dell’immigrazione (www.demo.istat.it). Dinamiche queste, però, limitate all’Italia centro-settentrionale. Per tale area del Paese le nuove previsioni rivedono infatti al rialzo la popolazione under 15, destinata a salire da qui al 2031 da 5,3 a 5,6 milioni (anche se in termini relativi scenderà dal 13,2 al 12,8%). Nel Sud invece la revisione è fortemente verso il basso: l’ammontare delle più giovani generazioni è destinato a scendere nello stesso periodo da oltre 3 milioni a poco più di 2 milioni e 300 mila.

Si tratta di un vero e proprio tracollo delle risorse più giovani del Mezzogiorno (oltre un quinto in meno). Se ancora ad inizio degli anni Novanta l’Italia meridionale era una delle aree più prolifiche della Comunità Europea, è ora diventata, in meno di vent’anni, una delle aree con più accentuata denatalità. Un’evoluzione imprevista, che ha spiazzato i demografi italiani, ma coerente con la sempre più solida relazione positiva tra partecipazione delle donne al mercato del lavoro e fecondità che si osserva nel confronto tra paesi occidentali. In tale processo l’Italia, ma soprattutto la sua parte più a sud, è rimasta il fanalino di coda. Occupazione femminile e figli possono crescere assieme se esistono adeguate misure di conciliazione tra lavoro e famiglia. Nel Meridione tale conciliazione risulta più difficile che altrove per la carenza di servizi per l’infanzia ma anche per la tradizionalmente maggiore asimmetria di genere1.

Nel Nord Italia, viceversa, il tasso di fecondità totale ha iniziato moderatamente a risalire a partire dalla metà degli anni Novanta arrivando a superare, in modo del tutto inedito, i livelli del meridione. Dal 1995 al 2006 la fecondità congiunturale settentrionale è passata da 1,05 a 1,38 figli, mentre quella del Sud è scesa da 1,41 a 1,33 figli.

Sul contenimento del declino delle nuove generazioni nel Nord e la drastica riduzione nel Mezzogiorno pesano però ancor più le dinamiche migratorie. Se da qui al 2031 il Sud perderà oltre un giovane su cinque, nel Nord-Centro Italia oltre un giovane su cinque sarà straniero.

Contribuiscono poi ad accentuare lo svantaggio demografico del meridione anche i consistenti flussi verso Nord per motivi di studio e di lavoro. Secondo i dati Istat, ripresi nel Rapporto Svimez2, tra il 1997 e il 2007 oltre 600 mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno. Ad andarsene sono soprattutto i giovani più dinamici e qualificati3, in cerca di migliori opportunità di formazione e professionali. Un fenomeno preoccupante, allo stesso tempo causa e conseguenza dell’impoverimento economico e culturale di tale area del Paese.

 

 

Una popolazione sempre più vecchia e povera.

Chi rimane nel meridione si trova, del resto, sempre più in difficoltà nel conquistare una propria autonomia. Il tasso di occupazione di un laureato in età 25-34 è, ad esempio, di oltre 20 punti percentuali più basso nel Sud rispetto al resto d’Italia (55% contro il 78%, dati Istat, media 2007). Lo testimoniano anche i dati sul ritardo nell'uscita dei giovani dalla famiglia di origine. Come rilevato dalle indagini Istat, negli ultimi anni il peso crescente delle difficoltà oggettive di uscita (disoccupazione, lavoro precario e reddito insufficiente) si è fatto sentire con particolare intensità sui giovani meridionali. Nel 2006, nella fascia 18-34 a vivere ancora con i genitori è il 62% nell’Italia meridionale e il 58% in quella settentrionale. Tra chi vive con i genitori gli occupati sono il 30% nel Sud e il 60% nel Nord.

Ciò che c’è di nuovo nella questione meridionale è quindi il fatto che negli ultimi anni il Sud è entrato in una fase di crisi demografica che si affianca e si intreccia negativamente con quella economica4. La maggior denatalità, la minore incidenza complessiva delle immigrazioni dall’estero, gli spostamenti delle componenti più dinamiche e qualificate verso il Nord, le scarse opportunità di impiego e valorizzazione dei giovani, la bassissima partecipazione femminile al mercato del lavoro, rendono inoltre più accentuato e gravoso il processo di invecchiamento della popolazione nel Sud del Paese rispetto all’Italia centro-settentrionale. Per la spirale negativa delle dinamiche demografiche ed economiche che lo stanno caratterizzando, il Mezzogiorno è destinato a diventare una delle aree con peggior rapporto tra anziani inattivi e popolazione occupata. Con l’aggravante che ciò avviene in un contesto nel quale, da un lato, il sistema di welfare pubblico è particolarmente carente ed inefficiente e, dall’altro, le condizioni di salute e di benessere economico degli anziani tendono ad essere peggiori rispetto al resto del Paese.

 

 

Un’Europa sempre più lontana.

E’ difficile trovare nell’Europa occidentale un’area demograficamente ed economicamente più depressa. L’imminente ricorrenza dei centocinquant’anni dall’Unità nazionale è un’occasione importante per riflettere sul fatto che Nord e Sud dello stivale non sono mai stati pienamente uniti. Un fallimento quello della politica per lo sviluppo del Mezzogiorno certificato dal Governatore della Banca d’Italia. Nelle sue recenti "Considerazioni finali" per l’esercizio 2007, Draghi sottolinea come nonostante l’imponente ammontare di trasferimenti pubblici, rimanga profondo il divario tra Sud e Nord del Paese. Un muro invisibile ma profondo continua a separare le due Italie, molto più solido di quello di Berlino. Scrive il Governatore: "nel 2007 il rapporto tra il prodotto per abitante delle regioni meridionali e quello del Centro Nord non ha raggiunto il 60 per cento; resta inferiore a quello di trent’anni fa. In Germania, il prodotto pro capite dei Länder orientali è cresciuto nell’ultimo decennio molto più che nel resto del paese". Il dito d’accusa non può che essere puntato prima di tutto verso una gestione politica inetta e collusa, che ha sperperato risorse pubbliche "troppo spesso distolte verso interessi particolari o preda della criminalità organizzata – [e che] contribuisce a mantenere il Mezzogiorno nella sua condizione di arretratezza e dipendenza economica (p. 13)". Anche il rapporto Svimez sottolinea la mancata convergenza del Sud, in un’Europa che vede al suo interno un generale processo di riduzione delle disparità, da imputare all’inadeguatezza del sistema istituzionale e di governance ad ogni livello.

Cos’ha intenzione di fare il nuovo Governo? Sembra più propenso a tagliare risorse che a investirle meglio. Nel Libro Verde sul welfare, la parola "Mezzogiorno" appare esplicitamente solo nella sezione sui servizi di cura per l’infanzia per sottolineare la grave carenza di cui soffre tale area del Paese, venendo penalizzate sia le nascite che l’occupazione femminile. "Quali e quante risorse investire per incrementare, nei prossimi anni, i servizi per l’infanzia e la famiglia in modo sostenibile?" si chiede il Libro Verde (p. 15). E’ desolante osservare come nonostante il grave e colposo ritardo italiano ci si trovi ancora fermi a questa domanda. Nell’attesa di una risposta ciascuna famiglia continui ad arrangiarsi come può.

 

 

 

(1) A. Rosina, P.P. Viazzo (2008), "False convergenze e persistenze dinamiche", in Oltre le mura domestiche. Famiglia e legami generazionali dall’Unità d’Italia ad oggi, Forum editore, Udine (in corso di stampa).

(2) "Rapporto Svimez 2008 sull’economia del Mezzogiorno", www.svimez.it.

(3) Piras R. (2007) "Rendimento del capitale umano, qualità dell’istruzione e fuga dei cervelli dal Mezzogiorno", Economia & Lavoro, vol. XLI, pp.119-138.

(4) A. Rosina, "Denatalità a Mezzogiorno. La demografia delle due Italie", Vita e Pensiero, n. 4, pp. 73-78.

  Commenti (2)
Scritto da Francesco, il 15-07-2009 10:28
Da meridionale non posso che confermare questi dati che analizzano la drammatica situazione del Mezzogiorno. Aaron afferma che il minor numero di meridionali in giro porterà a una riduzione della spesa sociale e della criminalità, come se fossero dei lebbrosi o degli ebrei al tempo dei nazisti, il cui numero ammorba la purezza del Paese. 
Sinceramente, la maggior parte degli italiani non è così idiota e comprende che la responsabilità di questa situazione è dell'intero paese, e non solo dei meridionali.
Scritto da aaron, il 01-01-2009 19:00
Una cosa positiva per l'Italia la vedo: ci sono e ci saranno sempre meno meridionali in giro. Cio' dovrebbe comportare minor spese sociali di mantenimento e minor tasso di criminalita', oltre ad un aumento medio della statura degli italiani. Questo ci avvicinera' di piu' all'Europa. 
 
Aaron

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