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UGUAGLIANZA DI OPPORTUNITĄ E POLITICHE PER LE FAMIGLIE
Famiglia
di Elena Granaglia
15 ottobre 2008
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È diffusa nel nostro paese una concezione della famiglia come cellula vitale e primaria, in grado, se sostenuta da trasferimenti monetari adeguati, di assumersi in proprio le principali funzioni di cura. Anche il Libro Verde di recente presentato dal Ministro Sacconi accoglie tale posizione. Ma è questo l’unico modo di difendere la famiglia e le politiche per le famiglie? In questo breve intervento, vorrei provare a delineare i contorni di una strategia alternativa di tutela della famiglia, a stampo liberale, basata sul valore dell’uguaglianza di opportunità. Quattro ne sarebbero gli elementi caratterizzanti.

Primo, la famiglia sarebbe essa stessa un’opportunità da assicurare a tutti, non lo standard di buona vita che tutti dovrebbero seguire, come implicito nella concezione della famiglia come cellula vitale e primaria. Il che non implica in alcun modo sottovalutare la famiglia: al contrario, l’obiettivo di assicurare l’opportunità della famiglia poggia esattamente sul riconoscimento dell’importanza dell’affettività e della cura che solo la famiglia permette di realizzare. Centrale, nella nozione di opportunità, è, però, la libertà di scelta. Vi sono individui che non vogliono formare una famiglia o vogliono uscire da situazioni familiari divenute insostenibili e tale preferenza va rispettata, senza dar luogo ad alcuna discriminazione.

Nel nostro paese, l’opportunità di fare famiglia è, oggi, spesso violata. La causa è, in parte, l’insufficienza del reddito, come sostenuto anche dai difensori della famiglia come cellula vitale e primaria. Giovani che desiderano formarsi una famiglia sono spesso ostacolati da un domanda di lavoro precario e mal retribuito, da un mercato degli affitti largamente inaccessibile, dall’assenza di un sistema adeguato di ammortizzatori sociali. Coppie che desiderano una famiglia numerosa si scontrano con rischi elevati di cadere in povertà: nel nostro paese, per le coppie con tre o più figli minori, il tasso di povertà relativa, in crescita nel tempo, è giunto a superare, nel 2006, il 30,1% (nel Mezzogiorno, addirittura una famiglia numerosa su due è povera), mentre tra le famiglie estese, caratterizzate dalla compresenza di più generazioni, l’incidenza della povertà è passata dal 18,8% nel 1997 al 22% nel 2006, raggiungendo il 49,1% nel caso di coabitazione con tre o più minori. La causa è, però, anche la carenza di servizi. Ad esempio, in mancanza di sostegni adeguati all’assistenza domiciliare, famiglie che vorrebbero curare a casa propri cari non auto-sufficienti si trovano di fatto obbligate ad esternalizzare la cura.

 

Secondo, l’opportunità della famiglia dovrebbe essere garantita senza richiedere la rinuncia ad altre opportunità fondamentali. In altri termini, dovrebbe sussistere un vincolo di co-realizzabilità fra le diverse opportunità. Le donne, per curare i figli o altri familiari in stato di necessità, dovrebbero non rinunciare non solo al lavoro tout court, ma anche alla uguale possibilità di fare carriera come gli uomini. Similmente, la cura dei figli da parte dei genitori non dovrebbe contrastare con l’eguale opportunità di questi ultimi di acquisire le basi/le competenze necessarie alla formazione e al perseguimento del proprio piano di vita e neppure con la socializzazione alla cultura della cittadinanza (fondamentale al sostegno della più complessiva prospettiva dell’uguaglianza di opportunità). L’esposizione a esperienze di apprendimento e socializzazione al di fuori della famiglia è cruciale per la stessa prospettiva meritocratica oggi sempre più invocata: senza tale esposizione appare, infatti, impossibile contrastare la trasmissione intergenerazionale dei privilegi, inclusi i privilegi culturali. In sintesi, non basta disporre delle risorse per fare famiglia. Occorre anche non dovere rinunciare ad altre opportunità.

Ciò richiede, essenzialmente politiche dei servizi e politiche di conciliazione fra lavoro sul mercato e cura. Vorrei aggiungere come politiche basate sull’uguaglianza di opportunità non possano limitarsi ad assicurare la conciliazione per le donne: devono, al contrario, incentivare la ripartizione paritaria delle responsabilità di cura fra uomini e donne.

Anche su questo piano, molto resta da fare nel nostro paese. L’assenza di servizi di cura dei bambini o, anche laddove servizi sono presenti, le rigidità organizzative e i limiti nella copertura temporale sono un ostacolo potente all’accesso al mercato del lavoro da parte delle donne. Come ancora di recente documenta uno studio della Banca di Italia, circa il 20% delle madri occupate lascia il lavoro alla nascita del figlio esattamente per questa ragione. Le recenti indicazioni in materia di orario della scuola elementare appaiono preoccupanti anche su questo piano. La legislazione in materia di conciliazione fra responsabilità di cura e lavoro è ancora poco sviluppata, con carenze tanto più accentuate quanto più il lavoro si esplica al di fuori dei contratti di dipendenza a tempo indeterminato. Le carenze dei servizi ostacolano, altresì, la co-realizzabilità delle opportunità per i bambini che, in assenza di asili nido, debbono rinunciare ai benefici della relazione con gli altri bambini, e/o per gli adulti non auto-sufficienti, obbligati a dipendere dai propri familiari, anche quando vorrebbero rivolgersi ad altri erogatori di cura.

 

Terzo, pieno rispetto sarebbe assicurato alle eventuali differenze nella concezione di famiglia. Certamente, la conseguenza non sarebbe la legittimazione di qualsiasi preferenza gli individui esprimano. Chi definisce famiglie associazioni diverse da quelle oggi tipicamente considerate tali deve giustificare le proprie posizioni sulla base dell’unico test disponibile per un’etica liberale: facendo vedere come le proprie preferenze non danneggino gli altri, nel nostro caso, alcun componente della famiglia. Al contempo, chi vi si oppone deve, però, utilizzare lo stesso test, rifuggendo da invocazioni del tipo "perché è così", perché "lo penso io", perché "lo impone un’autorità superiore", nella sottovalutazione, peraltro, della sopraffazione e della violenza che si verificano anche nelle tipiche famiglie nucleari.

 

Quarto ed ultimo, come dovrebbe evincersi dalle osservazioni finora svolte, le politiche per la famiglia sarebbero politiche prevalentemente orientate ai singoli: la famiglia è, sì, un’unione /un’unità, ma i componenti della famiglia non sono equivalenti. Le politiche di incentivazione dell’occupazione femminile, ovviamente, sono rivolte alle singole donne. Ma anche le politiche per la non auto-sufficienza dovrebbero essere indirizzate ai singoli (in tanto in quanto in grado di scegliere). Ad esempio, i trasferimenti a favore degli anziani non auto-sufficienti sarebbero ad essi indirizzati, non alle loro famiglie. Saranno poi gli anziani a decidere se e in che misura fare leva sull’erogazione di cura familiare. Ancora, gli assegni per i figli, lungi dall’andare al solo capo-famiglia, andrebbero ripartiti fra i genitori.

Non sarebbero, però, interamente riducibili alle politiche per i singoli individui. Come ben insegna la prospettiva dell’uguaglianza di capacità di Sen, se conta la possibilità di raggiungere un determinato risultato, allora, non ci si può limitare ad assicurare interventi a tal fine prima facie desiderabili. Alla luce della varietà nelle caratteristiche e nelle condizioni individuali, occorre, al contrario, costantemente verificare la coerenza fra interventi e risultati attesi. Se, come qui assunto, la famiglia è un’opportunità fondamentale, è necessario un monitoraggio pubblico teso a garantire la congruità fra i diversi interventi a favore dei singoli e la realizzazione dell’opportunità della famiglia.

 

Ma, l’enfasi sull’eguaglianza delle opportunità non nega le responsabilità? Se la famiglia è considerata un’opportunità, non finiremo per giustificare padri che abbandonano i figli, genitori ricchi che non dovrebbero rinunciare ad alcuna altra opportunità per curare i propri figli, ma che preferiscono delegare alla collettività la cura di questi ultimi, figli che abbandonano i genitori malati o fratelli in buona salute che si disinteressano completamente di fratelli disabili?

Diverse risposte sono possibili. Innanzitutto, una visione così nera del nostro prossimo appare scarsamente condivisibile. Se così fosse, sarebbe a repentaglio la più complessiva prospettiva dell’uguaglianza di opportunità e della cittadinanza. Come ammoniva il povero Will Fern in Concerto di campane di Dickens, contro i ricchi che concepivano il povero come avanzo di galera, "dovete prima supporre la sua buona volontà; perché se è un relitto o una rovina … il suo cuore è diviso dal vostro" e se il cuore è diviso, non vi è spazio per alcuna politica ugualitaria. In sintesi, se posta nelle condizioni adeguate, gran parte di noi associerà la responsabilita alla libertà di scelta.

In secondo luogo, per quanto concerne possibili casi devianti, genitori che hanno scelto di realizzare l’opportunità della famiglia hanno obblighi verso eventuali figli. Rispetto all’esempio dei genitori ricchi, non si dimentichi, invece, il ruolo della interazione fra diversi (dunque, al di fuori della famiglia) ai fini dell’uguaglianza di opportunità per i minori: l’esternalizzazione della cura, in altri termini, è un’opportunità per i bambini. Nel caso, infine, dei legami non scelti, quali quelli dei figli nei confronti dei genitori o fra fratelli, appare complicato, in una prospettiva basata sull’uguaglianza di opportunità, difendere obblighi. L’eccezione, per soggetti con redditi "elevati", potrebbe essere quello dell’obbligo ad una compartecipazione alle spese, in ragione di un assunto di comunanza delle risorse della famiglia di cui tutti hanno goduto.

 

In conclusione, anche i liberali hanno a cuore la famiglia. Semplicemente, la considerano un’opportunità da garantire a tutti, nel riconoscimento della libertà di scelta e della pluralità di opportunità cruciali per il perseguimento dei diversi piani di vita.

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