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UNA PROPOSTA PER RIPRENDERE IL CONFRONTO SULLA RIFORMA DELLA CONTRATTAZIONE
Relazioni industriali
di Giuseppe Ciccarone, Enrico Saltari
09 ottobre 2008

ciccarone_saltari_tavolo_confindustria_sindacati.jpgL’incipit dell’ipotesi di riforma della contrattazione presentata da Confindustria conferma l’analisi della crisi dell’economia italiana da noi sostenuta in diversi contributi apparsi su nelMerito.com: "L’economia italiana soffre di bassa crescita (…) La vera emergenza è la produttività (…)".

La proposta Confindustria mira dunque, secondo il suo stesso titolo, al "rilancio della crescita del Paese attraverso la maggiore produttività", al "miglioramento della competitività delle imprese e delle retribuzioni dei lavoratori", allo "sviluppo dell’occupazione". Il punto di partenza della piattaforma di maggio dei sindacati confederali, anche se più ampio, condivide questi obiettivi, mirando al "miglioramento delle condizioni di reddito, di sicurezza e qualità del lavoro dei lavoratori attraverso la crescita della qualità, del nostro paese, delle sue reti materiali e immateriali, del suo stato sociale e della qualità, competitività e produttività delle imprese". Diversa sembra tuttavia, almeno alla CGIL, la declinazione di uno strumento cruciale (il modello di contrattazione) attraverso il quale conseguire quegli obiettivi, rilevanti per tutta l’economia e la società italiana, non solo per le parti contraenti.

Noi crediamo che una riforma condivisa della contrattazione, volta a favorire la crescita dell’economia attraverso il rilancio della produttività, sia un traguardo da raggiungere nel più breve tempo possibile. Per questo motivo vogliamo contribuire al riavvicinamento delle parti avanzando una proposta, basata su un vero "scambio politico-economico", capace di riavviare un confronto troppo presto interrotto.

Come argomentiamo in modo più diffuso nell’altro articolo pubblicato su questo numero di nelMerito.com, la proposta di Confindustria sembra volta a favorire l’aumento della produttività soprattutto attraverso l’utilizzo, nella contrattazione aziendale, di un "premio variabile" disegnato in modo da consentire "l’applicazione dei particolari trattamenti contributivi e fiscali previsti dalla normativa di legge" e legato agli incrementi di produttività, all’andamento economico dell’impresa e ad "altri elementi rilevanti ai fini del miglioramento della competitività" aziendale.

Noi non crediamo che sia possibile rilanciare la crescita della produttività operando soltanto sull’intensità dell’impegno profuso dai lavoratori. L’insufficiente crescita della produttività registrata negli anni passati dipende in misura determinante anche dal rallentamento del tasso di crescita del rapporto capitale-lavoro, ed è dunque necessario operare anche per accrescere la produttività legata all’investimento in progresso tecnico.

A noi sembra che in una economia dove i salari sono più bassi e l’inflazione è più alta che nelle altre nazioni europee, un progetto "per tutto il paese" debba recuperare anche un elemento fondamentale alla base dell’accordo del 1993: la contrattazione deve favorire il contenimento dell’inflazione interna, piuttosto che innescare conflittuali rincorse salariali.

Una proposta alternativa per contenere l’inflazione deve a nostro avviso poggiare su due elementi. Il primo riguarda le liberalizzazioni. Il tasso di inflazione programmata non è più in grado di rappresentare un’ancora alle aspettative, e dunque di controllare l’inflazione effettiva, perché queste non si determinano più "all’interno del paese", ma vengono legate dalla Banca Centrale Europea alla stabilità dei prezzi attraverso politiche dei tassi d’interesse in grado di scoraggiare la rincorsa prezzi-salari. Ciò non implica, però, che "il patto sociale" non possa incidere sulle componenti dei prezzi interni.

Molti aumenti dei prezzi sono dovuti agli elementi monopolistici presenti nei nostri mercati dei beni. La moderazione salariale e la "flessibilizzazione" del mercato del lavoro non sono state accompagnate da significative misure di "liberalizzazione" dei mercati di beni e i tentativi operati in questa direzione dal precedente governo non hanno certo goduto di forte sostegno da parte delle associazioni imprenditoriali, al cui interno è ben forte la componente che gode di significative "rendite di posizione" e che lotta per non perderle.

Una maggiore concorrenza in quei mercati potrebbe consentire molteplici risultati: contenimento del mark-up sui costi e dunque dei prezzi; maggiore tenuta del potere d’acquisto dei salari; incentivo agli investimenti innovativi quale strumento competitivo per la conquista di quote di mercato e dunque agli aumenti della produttività dipendente dal fattore capitale.

Il secondo elemento riguarda il ruolo del governo. Il governo non può rimanere estraneo alla trattativa, al più assumendo un ruolo di mediatore tra le parti, o addirittura adottando un controproducente atteggiamento basato su minacce, come il mancato rinnovo della detassazione degli straordinari (il cui contributo sembra peraltro, almeno in questa fase di difficoltà economica, minore di quello desiderato, a causa della riduzione che si va registrando nelle ore di straordinario). Due sono i motivi. Per un verso, il governo è esso stesso controparte per l’importante ruolo della Pubblica Amministrazione quale datore di lavoro. Per un altro, il governo potrebbe favorire il raggiungimento di un accordo "alto", impegnandosi a realizzare significativi interventi sulla fiscalità generale per ridurre l’impatto che l’inflazione ha sul potere d’acquisto di lavoratori dipendenti e pensionati.

Lo spazio disponibile, ma anche il desiderio di non togliere spazio alla negoziazione tra le parti coinvolte, non ci consentono di scendere ora nei dettagli della nostra proposta, ma ci preme chiarire ulteriormente lo "scambio" che ne è a fondamento. Il governo partecipa attivamente all’accordo dichiarando in che modo è disposto ad intervenire sulla fiscalità generale per sostenere salari reali e pensioni. I sindacati accettano di contribuire ad incentivare quella parte della produttività legata all’impegno dei lavoratori in tutti i settori di attività e di continuare a discutere con la controparte per individuare un indicatore di inflazione condiviso. Confindustria accetta di contribuire ad un ampio progetto di aumento della concorrenza in tutti i settori dove il grado di monopolio è maggiore che negli altri paesi europei.




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