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LUCI ED OMBRE DEL PIANO PAULSON
Finanza
di Giovanni Ferri
09 ottobre 2008

paulson_ferri.jpgDel Piano Paulson si parla da un anno. Ma ogni volta che appariva, si stava in realtà parlando di qualcosa di diverso, un qualcosa scivolato via via sempre di più sulle spalle dei contribuenti. A ottobre 2007, giusto tre mesi dopo lo scoppio della crisi subprime, Paulson presentò un primo progetto per riattivare il mercato della finanza strutturata, il Master Liquidity Enhancement Conduit (M-LEC).

Con un limitato apporto pubblico, le grandi banche USA avrebbero dovuto formare un super-fondo di 75 miliardi di dollari per dare liquiditá agli Structured Investment Vehicles (SIV) che, a causa della crisi, non riuscivano a emettere commercial papers con cui finanziarsi temporaneamente, in attesa di piazzare i titoli cartolarizzati. Molti osservatori notarono che il fondo non sarebbe stato sufficiente, in quanto si stimava che sarebbero serviti oltre 400 miliardi. Comunque, non se ne fece di nulla.

Da allora il piano Paulson ha rifatto spesso capolino fino a emergere in versione definitiva nella forma di un fondo che acquisterà dalle banche fino a 700 miliardi di attività "tossiche", cioè i titoli strutturati il cui mercato è evaporato da oltre un anno.

In italiano, il nome del progetto non è tanto evocativo. Infatti, il Piano Paulson si chiama Troubled Assets Relief Program, in sigla TARP e tarpare (dal latino extirpare) da noi vuol dire tosare le ali ai pennuti per non farli volare più. Quindi, viene in mente che TARP, più che rimetterli in volo, agli intermediari finanziari taglierà le ali.

Ma, a prescindere dall’aspetto evocativo, quali sono i punti di forza e quali le debolezze del TARP?

Il primo punto di forza è che, finalmente, nonostante la prossimità delle elezioni che sconsigliava interventi di ampia portata (e lo si è assaggiato con la mancata apporvazione in prima battuta al Congresso), gli USA hanno preso il toro per le corna (o forse l’orso per le orecchie?). Come ha giustamente osservato Luigi Spaventa – che già a primavera, dalle colonne del Financial Times, aveva suggerito un provvedimento del tipo Resolution Trust Corporation – TARP, stabilendo un prezzo minimo di riferimento, potrà ridare una qualche liquidità alle banche consentendo loro di mobilizzare attività che la crisi aveva, di fatto, congelato e, consentendo di quantificare le perdite massime, potrà favorire anche la ricapitalizzazione delle banche USA.

Inoltre, TARP supera la fase degli interventi ad hoc con cui, in assenza di criteri chiari e trasparenti, si è scelto di assistere talune istituzioni (la lista sarebbe lunga) e non altre (Lehman Brothers, Washington Mutual, ecc.).

Dunque tutto sta andando bene? Sembra proprio di no.

In primo luogo, non sembrano aver gan che apprezzato la soluzione i mercati azionari con un ampliamento della volatilità e riprendendo la corsa al ribasso. In seconda battuta, se anche non ha coperto bene le pudenda della finanza americana, l’approvazione del piano Paulson ha scoperto quelle delle banche europee, sulle quali i venti di crisi hanno iniziato a soffiare ben più forti che in precedenza. Ciò perché, se non si può parlare di politica "beggar thy neighbour" di stile anni Trenta, certamente il piano Paulson ha sancito il perdurare dell’assenza di coordinamento tra le due sponde dell’Atlantico esponendo più di prima l’Europa (alle cui problematiche di risposta (s)coordinata tra paesi sono dedicati altri approfondimenti).

Vi è poi la questione dell’appropriatezza degli incentivi insiti nel TARP. Vari esperti hanno giustamente osservato che la soluzione non produce adeguata sanzione per i responsabili delle istituzioni finanziarie, sanzione che invece ci sarebbe stata qualora si fosse scelta la strada della nazionalizzazione degli intermediari in difficoltà. E, ancora, si rileva che la soluzione avrebbe difficoltà dal punto di vista operativo nella definizione di classi omogenee di rischio per le attività tossiche da cedere al TARP mediante asta al ribasso: ad esempio, in considerazione della complessità a decifrarne le caratteristiche intrinseche, potrebbe essere impraticabile definire classi abbastanza ristrette e definire classi ampie potrebbe indurre selezione avversa, ampliando le perdite per i contribuenti.

Da ultimo, ad appena quattro giorni dall’approvazione del piano, il Fondo Monetario Internazionale si è risvegliato dalla sua afonia – che stonava con gli ammonimenti a lungo lanciati dalla cugina Banca dei Regolamenti Internazionali – per vaticinare che la dimensione degli interventi richiesti sarebbe ben più ampia dei fondi messi in campo dal TARP e stimabile in circa 1.400 miliardi di dollari. Insomma, il messaggio per Paulson sembra quasi essere "lascia o raddoppia". Con ogni probabilità, il 5 novembre Henry Paulson – ormai un’anatra più che azzoppata nell’opinione pubblica americana dal suo conflitto di interessi per i trascorsi a capo di Goldman Sachs – sarà sulla via dell’uscita per andare a occupare un posto in prima fila nel drappello dei capri espiatori. Chi sa se soddisfare le istanze forcaiole aiuterà a stabilizzare i mercati laddove non ci sono riusciti gli interventi della Fed e del Tesoro.

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