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LA CAPACIT└ IMPRENDITORIALE TRA GLI STRANIERI IMMIGRATI
Immigrazione
di Andrea Villa
18 settembre 2008

villa_imprese di immigrati.jpgLa costruzione di indicatori per la ricerca socio-statistica sull’immigrazione ha, da tempo, raggiunto un discreto grado di profondità e completezza, riuscendo a realizzare una costante lettura dei numerosi dati quantitativi fruibili presso le molteplici istituzioni. Questa circostanza mette in condizione chi opera nel settore di usufruire di un panorama multidimensionale rispetto ad un fenomeno troppo spesso sinteticamente espresso attraverso l’utilizzo di luoghi comuni.

Il grande merito di questi studi (Cnel-CaritasMigrantes) è quello di riuscire a produrre conoscenza su alcune delle principali modalità di inserimento di quegli immigrati che, a costo di grandi fatiche, riescono a costruire un percorso legale di vita all’interno del nostro Paese.

 

In questo contesto, la capacità da parte dello straniero di costituire una impresa regolare, indicatore di integrazione socio-economica diventato significativo a partire dal 2002 (141.393 al giugno 2007), sembra essere, sempre più, il frutto di un intenso processo di mobilità sociale di tipo verticale, con picchi molto alti per alcune particolari nazionalità (Magreb, Cina, Romania). È utile ricordare che questo fenomeno, negli ultimi tre anni, ha registrato un incremento del 46%. Il sensibile aumento registrato può, evidentemente, essere letto alla luce dell’applicazione della l. n. 189/02 che, da sei anni, regola la posizione del soggiornante, vincolando il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro al possesso di un regolare contratto e/o di attività autonoma (ovviamente, ciò non riguarda gli stranieri comunitari). I dati, da più punti di vista, confermano questa correlazione. Ad esempio, nel 2006, i visti concessi per lavoro autonomo sono stati 650, mentre, dal 2005 a tutto il 2006, gli iscritti stranieri alle Camere di Commercio sono aumentati di 10.424 unità: soltanto un imprenditore su 16 proviene direttamente dall’estero, confermando il passaggio di stranieri già presenti sul territorio dalla precaria categoria del lavoro dipendente, nel tentativo di sfuggire all’illegalità, alla regolare iniziativa privata. Infatti, bisogna sottolineare il fatto che l’imprenditorialità immigrata è caratterizzata, come il resto del tessuto produttivo italiano, da un accentuato dinamismo sia nelle nascite che nelle chiusure di imprese e questo, per gli stranieri, da un lato può essere il sintomo di una certa difficoltà nel trovare/mantenere un’occupazione da subordinato dipendente, dall’altro certifica la grande propensione all’iniziativa da parte degli immigrati (del resto ampiamente riscontrabile anche nelle decine di migliaia di attività commerciali in nero che, per molte etnie, rappresentano il primo stadio di approdo, ovvero la prima rudimentale forma di integrazione socio-economica da parte del cosiddetto outsider).

Il Cnel conferma che l’imprenditorialità straniera regolarmente registrata è, perlopiù, costituita da micro-imprese "chiamate a fornire il reddito di sussistenza ai diretti interessati piuttosto che a creare lavoro anche per terzi, spesso orientate nei settori del commercio, delle costruzioni o delle telecomunicazioni (call centers per collegamenti internazionali e affini). Tuttavia va detto, a ridimensionamento dell’aggettivo etnico così ricorrente, che il modello prevalente è quello dell’impresa aperta a tutto il mercato, quindi tesa a offrire beni/servizi non solo alla nicchia del proprio gruppo nazionale di riferimento", (Ricci).

Come riscontrato nelle rilevazioni degli anni precedenti, il fenomeno, alla fine del 2006, registra una ripartizione sul territorio molto differenziata: dal 36,8% ed il 27,2% rispettivamente del Nord-Ovest e del Nord-Est, al 23,6% del Centro, fino al 7,9% del Sud ed il 4,5% delle Isole. A livello provinciale il contesto che attrae maggiormente l’iniziativa imprenditoriale degli stranieri è Milano (16.871 titolari, l’11,9%), subito seguito da Roma (12.379, pari al 9%). L’incidenza del genere femminile tra i titolari di impresa con cittadinanza estera è del 16% (dato nazionale). Rispettando le particolarità culturali e le attitudini, la divisione per settori è connotata fortemente dalle nazionalità di appartenenza. Così i gruppi provenienti dal continente africano (magrebini ed Africa nera) si concentrano nel commercio, lo stesso per gli asiatici, in particolare Bangladesh, Pakistan e Cina (questi ultimi, in particolare, nel tessile); nel settore edile si concentrano prevalentemente i macedoni, gli albanesi, i romeni e i bosniaci, così come, in dimensioni più lievi, i magrebini; nel settore dei servizi all’impresa, delle telecomunicazioni e dei trasporti emergono le nazionalità sudamericane (peruviani), gli egiziani e i nigeriani.

Cercando di ripercorrere quella dinamica di mobilità sociale, che trasforma l’imprenditorialità, oltre il dato economico, in uno status di emancipazione sociale molto ambito, alcune ricerche sul campo si sono impegnate nel ricostruire alcune delle tappe vissute, in concreto, dalle persone immigrate in Italia. La grande maggioranza dei lavoratori immigrati intervistati nel corso di queste indagini ha, in effetti, dichiarato di essere passata per diversi lavori di tipo subordinato, molti dei quali in nero ed in condizioni di clandestinità; un passaggio indispensabile , per la maggioranza, al fine di accumulare il capitale economico per l’avviamento dell’impresa. Alcune di queste esperienze hanno vissuto la progressiva ascesa sociale, pur mantenendosi nell’ambito della medesima categoria di lavoro, avendo così la possibilità di acquisire nel tempo l’esperienza e le competenze necessarie allo sviluppo dell’attività privata. Molti altri immigrati imprenditori, invece, hanno dichiarato titoli di studio elevati (diploma, laurea) conseguiti nel Paese di origine, una parte dei quali avendo avuto l’opportunità, prima di migrare, di esercitare professioni e ruoli di responsabilità.

Successivamente al consolidamento dell’immigrazione per motivi di lavoro ed alla formazione dei primi nuclei familiari e delle prime generazioni nate da immigrati, un altro passaggio molto importante sta vivendo il modello migratorio italiano. D’altra parte, come dichiara lo stesso Rapporto Unioncamere 2007, "il consolidamento dell’imprenditoria immigrata è stato fondamentale in questi anni per la tenuta della piccola dimensione produttiva italiana: senza l’apporto dei migranti, infatti, il numero di microimprese avrebbe subito, negli ultimi anni, una perdita secca di 23.366 unità".

 

 

Per ulteriori approfondimenti sul tema :

Idos, 2007, Dossier Statistico Immigrazione, Roma, Caritas Migrantes.

Cnel, 2008, Rapporto. Indici di integrazione degli immigrati in Italia, Roma, 2008.

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