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SERVIZI PUBBLICI LOCALI: UN'OCCAZIONE PERDUTA E-mail
Enti locali
di Emilio Barucci, Bernardo Giorgio Mattarella
19 agosto 2008

lanzillotta_barucci_mattarella.jpgOltre che per le bollette, i servizi pubblici locali sono entrati a fare parte dell’immaginario collettivo per almeno due motivi: sono una riserva di caccia della ‘‘casta’’ come luogo di sottogoverno con i loro consigli di amministrazione e una presa sull’economia non indifferente (attorno all’1% degli occupati e del PIL); hanno rappresentato una delle secche su cui si è arenato il governo Prodi per l’azione concertata dell’ala sinistra della coalizione e degli enti locali.


Ci prova adesso il governo Berlusconi con l’articolo 23-bis sui servizi pubblici locali nella manovra d’estate. Un governo forte e coeso che dice di voler liberalizzare, deburocratizzare e delegificare iniettando vitamine nell’economia italiana non ha fatto un grande sforzo riproponendo la ‘‘Lanzillotta’’ numero II (quella che doveva entrare in finanziaria nel dicembre 2007), versione già frutto di una mediazione al ribasso e quindi edulcorata della ‘‘Lanzillotta’’ numero I (disegno di legge del luglio 2006 del governo Prodi).

Lo schema è il medesimo: la gara è la via maestra per l’affidamento dei servizi pubblici locali ma vi è spazio per una deroga significativa: ‘‘per situazioni che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace ed utile ricorso al mercato, l’affidamento può avvenire nel rispetto dei principi della disciplina comunitaria’’. L’ente che batte la strada della deroga deve motivare la scelta mediante un’analisi di mercato (secondo il provvedimento Lanzillotta ci doveva anche essere un confronto con l’offerta privata) da trasmettere all’antitrust e all’autorità di settore per un parere non vincolante.

Beninteso, è un passo in avanti rispetto alla disciplina finora vigente, in base alla quale la gara era solo una delle opzioni, tra le quali gli enti locali potevano liberamente scegliere. Ma vi sono diversi profili di criticità. In primo luogo si interviene per decreto su una materia che fino adesso è stata disciplinata in modo unitario nel testo unico degli enti locali. Il testo unico rimane ora monco con l’aggravante che non ci si preoccupa nemmeno di individuare le parti abrogate della vecchia disciplina: dovranno essere amministratori e giudici a individuare le parti "incompatibili" con quella nuova e, quindi, abrogate. Si parla tanto di sfoltimento e riordino della legislazione, ma poi lo stesso decreto, che "taglia" migliaia di leggi (di per sé dimenticate), crea disordine in una materia ordinata. Altrettanto negativo è il ricorso alla delegificazione su temi importanti: il testo rimanda all’emanazione di regolamenti - e, quindi, lascia mano libera al Governo - su questioni cruciali quali attività contrattuale dei gestori, durata degli affidamenti, rapporto tra regolatori e gestori, rapporto tra la nuova disciplina generale e quelle di settore, e soprattutto definizione dell’ambito dei servizi liberalizzati e di quelli gestiti in esclusiva.

Veniamo alla sostanza della deroga. Il balletto del parere demandato alle Autorità di regolamentazione si presta a tre equivoci: a) lo spettro delle motivazioni che possono essere addotte è molto ampio, non è limitato a valutazioni del mercato, sulle quali l’Autorità potrebbe esprimersi, ma include considerazioni sociali (perdita di posti di lavoro?) su cui un’Autorità avrebbe ben poco da dire, b) la presenza di più Autorità in gioco che potrebbero avere opinioni diverse, c) il parere che non è vincolante. È possibile che il TAR, in presenza di un parere contrario da parte dell’Autorità, seguirà quest’ultima. Ammettiamo che sia così, ma cosa succede nel caso di due pareri diversi? Si tratta comunque di un meccanismo di efficacia incerta, perché il controllo del TAR si innesta su valutazioni ampiamente discrezionali degli enti locali. Un meccanismo che non mancherà di generare contenzioso (non diversamente, peraltro, da quello finora vigente). Da valutare la portata del riferimento alla normativa comunitaria che innova in meglio rispetto alla normativa esistente sulla gestione in house e potrebbe offrire alle autorità di controllo nuovi strumenti per sindacare le scelte degli enti locali.

Il localismo e la frammentazione dell’offerta (per i piccoli comuni) è da sempre un alibi contro l’apertura alla concorrenza evocando il caso dei paesi di montagna e delle isole. C’è del vero ma sono casi limite: in attesa del riordino degli enti locali promesso in campagna elettorale, si dovevano introdurre incentivi agli enti locali per creare dei bacini di gara ottimali. Il decreto si limita a stabilire che gli enti locali possono stabilire bacini di gare ottimali, cosa che fino ad ora hanno fatto raramente, facile prevedere che continueranno a non farlo.

Un’ulteriore nota negativa: la norma si applica a tutti i settori, compreso il trasporto pubblico locale, settore per il quale sono in vigore norme più avanzate nel favorire la concorrenza per il mercato. Un passo indietro quindi in questo settore. Infine due punti positivi con qualche distinguo. L’eccezione dell’acqua, introdotta dal governo Prodi su pressioni di Rifondazione Comunista, è stata eliminata: questo è un bene, il settore necessita infatti di investimenti che il settore pubblico non è stato in grado di garantire e di un’apertura alla concorrenza. Nel provvedimento si afferma la proprietà pubblica delle reti. La norma è quantomeno equivoca: attribuisce un potere di esproprio o impone un divieto di privatizzazione di asset in mano pubblica? Il primo caso sembra improbabile e sarebbe dannoso, il secondo sarebbe un segnale positivo nella direzione di un ruolo dello Stato nelle infrastrutture (ma non nella gestione).

In definitiva si poteva osare di più piuttosto che seguire una strada già ‘‘spianata’’, ed ingoiata, dal precedente Governo. Si poteva tappare qualche buca: nei vincoli stringenti alle deroghe e nel superamento del localismo nell’offerta si gioca l’apertura effettiva alla concorrenza dei servizi pubblici, i passi in questa direzione sono timidi. E’ facile prevedere che lo spettro della gara sarà usato come bastone per ottenere condizioni vantaggiose nell’affidare i servizi ma gli affidamenti diretti continueranno ad essere la regola e non la deroga.

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