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Relazioni industriali
di Paolo Bosi
19 agosto 2008

stagflazione_bosi1.jpgIn tutto il mondo l’inflazione sta rialzando la testa e nei paesi europei essa assume esclusivamente la natura di inflazione da costi delle materie prime importate, in primis del petrolio. Questo tipo di inflazione è alla base della scarsa performance delle nostre economie: prezzi del petrolio più elevati si diffondono attraverso il meccanismo di formazione dei prezzi a tutti i beni; l’aumento dei prezzi riduce il potere di acquisto, la domanda aggregata reale e quindi la produzione e l’occupazione.


Il moltiplicatore fa il resto. Insomma è la stagflazione, sperimentata e ampiamente discussa dagli economisti trent’anni fa in occasione delle prime due grandi crisi petrolifere.

Questo fenomeno ha evidenti riflessi sul dibattito di politica economica interna tra governo e parti sociali. Rispuntano da parte sindacale concetti che erano stati esorcizzati nel periodo di inflazione quasi-zero: l’indicizzazione dei salari. Ancora nessuno ha "osato" avanzare esplicitamente questa proposta, ma l’idea serpeggia comunque all’interno del dibattito sul tasso di inflazione programmato che viene indicato dal governo nel Dpef e che ha riflessi sulle guidelines della riforma del modello di contrattazione tra sindacati e Confindustria. L’inflazione che deve essere eventualmente recuperata dalla contrattazione nazionale deve essere solo la core inflation, non anche quella importata: questa è una "grandine", esterna al conflitto distributivo interno e deve essere pagata da tutti. In questo senso la Confindustria, il Governo, ma anche alcuni autorevoli esponenti dell’opposizione morbida, ad esempio Carlo Dell’Aringa, economista dell’Arel su Il sole 24 ore in un articolo di alcune settimane fa.


Lo stesso ragionamento è stato riproposto con riguardo ad un altro effetto prodotto dall’inflazione: il fiscal drag. Intervenendo su La Voce su un puntuale articolo di Massimo Baldini, del 28 luglio, che mostrava gli effetti distributivi di un ipotetico tasso di inflazione del 4%, vicino appunto al valore corrente, Vito Tanzi e Luca Paolazzi hanno contestato l’opportunità di utilizzare il tasso effettivo e non quello al netto dell’inflazione importata, la core inflation. Giusta, a mio avviso, la risposta di Baldini, che l’inflazione che incide sul potere di acquisto e che rappresenta un problema per i cittadini è la prima; il tema merita tuttavia di essere approfondito.


L’idea di fare riferimento solo alla core inflation escludendo quella indotta dagli aumenti della materie prima nasce da una preoccupazione di carattere distributivo. Non sarebbe equo, come si è detto, reintegrare la perdita del potere di acquisto prodotta da un fenomeno che ha colpito tutte le parti sociali, lavoratori e imprese. In realtà la verità di questa affermazione dipende dal meccanismo di formazione dei prezzi che le imprese decidono di adottare e quindi la risposta al problema non è così ovvia.


In modo un poco più semplificato ma rigoroso il problema potrebbe essere posto in questi termini. Immaginiamo un’economia in cui si discuta della ripartizione del prodotto tra lavoratori, tutti salariati, e imprenditori, in cui la produzione è realizzata usando capitale, lavoro e importazioni di petrolio. Il valore aggiunto aggregato di questa economia è pari al valore della produzione lorda (al lordo cioè del costo del petrolio) e il costo del petrolio stesso. La grandezza rilevante a cui guardare per vedere la dinamica della distribuzione può opportunamente essere la quota del valore aggiunto dell’economia che va a favore dell’una e dell’altra parte sociale. Concentriamoci sulla quota del lavoro, pari al rapporto tra monte salari e valore aggiunto. Questo indicatore può essere espresso come rapporto tra salario e una grandezza che è pari al prodotto tra la produttività e prezzo del valore aggiunto, che in un’economia che importa materie prime è la differenza tra il prezzo della produzione lorda, nel senso detto, e costo unitario delle materie prime stesse. Per chi è avvezzo all’algebra questa grandezza può essere scritta così:

quota= w/u(p-mpm)


ove w è il salario, p il prezzo della produzione (lorda), pm il prezzo del petrolio e m il rapporto tra quantità di importazione di petrolio e prodotto lordo. Il quesito è ora questo: che effetto ha un aumento di pm ha sulla quota distributiva in presenza e/o in assenza di indicizzazione dei salari?


Per rispondere a questa domanda è necessario conoscere quale è l’effetto di un aumento di pm su p, e , se i salari non sono costanti ma sono indicizzati, anche dell’effetto che l’aumento di p esercita su w (attraverso la scala mobile o la contrattazione collettiva).


Per valutare il primo effetto si deve però conoscere il meccanismo di formazione dei prezzi. Un tempo - quando l’insegnamento di Sylos Labini era ancora ben presente agli studiosi di economia e, va detto, con profitto data la natura del problema (inflazione da costi) - si sosteneva che il meccanismo di formazione dei prezzi, almeno nel breve periodo, fosse basato sulla teoria del mark up: una teoria molto semplice, secondo cui i prezzi vengono fissati dalle imprese imponendo un margine di ricarico sui costi unitari di lavoro e di beni intermedi, che ha la funzione di coprire i costi di ammortamento e consente di realizzare un profitto normale coerente con il grado di monopolio del settore. A livello macro il prezzo della produzione lorda nazionale p è pari al prodotto tra il mark up, q, maggiore dell’unità, (pari ad esempio 1,6 se la percentuale di ricarico è il 60%) e la somma del costo del lavoro per unità di prodotto (w/u) e del costo unitario della materie prime (mpm). Ancora per chi non si fa spaventare da formulette :

p= q(w/u+mpm)


Bene, se ora facciamo alcuni conti, per vedere come varia la grandezza quota al variare di pm, tenendo conto dell’equazione di formazione dei prezzi secondo il mark up, si può vedere - risparmio al lettore i calcoli, ma rinvio quello interessato, ad esempio, ad alcune righe di un mio libro del 1981(1) (si insegnavano queste cose allora..) – che, se i salari non sono indicizzati al 100%, la quota del reddito che va al lavoro diminuisce.


Se invece si immagina che i salari siano indicizzati al 100% - una proposta che oggi fa inorridire non solo Governo-Confindustria, ma anche molti economisti del partito democratico – la quota del lavoro resta inalterata. Provare per credere, oppure accontentarsi dell’esempio della tabella.


Come salta fuori questo risultato, così impalatabile per gran parte del ceto politico ed economico? Il cuore del problema è la formula di formazione dei prezzi, in cui si immagina che la percentuale di ricarico, il mark up, venga applicato non solo al costo del lavoro, ma anche costo delle materie prime. In soldoni, le imprese cercano di fare profitti anche sui costi delle materie prime importate.


Certo, si potrebbe anche supporre che i prezzi vengano fissati in altro modo: ad esempio che il mark up si applichi solo ai costi del lavoro e non al costo del petrolio. Ancora una formuletta:

p = qw/u + mpm


Se questo fosse il meccanismo scelto dalle imprese per fissare i prezzi, gli effetti di un aumento del prezzo del petrolio sulla quota del valore aggiunto che va ai lavoratori non muterebbe, anche se l’indicizzazione è inferiore al 100% o nulla.

esempio_bosi.jpg



La questione è quindi ragionare su quale sia il comportamento più probabile delle  imprese. E’una questione empirica, ma purtroppo le evidenze empiriche su questo tema, come spesso accade, non ci sono di grande aiuto. Sono scarse e soprattutto non concludenti. Chi scrive pensa che sia più frequente il primo criterio; è il modo più naturale di ragionare da parte di chi fissa i prezzi; anzi, non è improbabile che le imprese, approfittando della "maledizione" esogena dell’aumento del prezzo del petrolio, possano essere addirittura tentate di aumentare il mark up.
 

Se si accetta che il meccanismo di formazione dei prezzi sia un mark up applicato a tutti i costi, e quindi anche a quelli delle materie prime, non è quindi così irragionevole che, seppur timidamente, qualcuno cominci a parlare di indicizzazione; o, complicando il quadro con l’imposta personale progressiva, di restituzione integrale del fiscal drag.


Ma, si oppone, questo finirebbe per creare una spirale inflattiva e l’inflazione è dannosa soprattutto per i lavoratori e per le categorie meno abbienti. Ciò è indiscutibile, anche se sarebbe bene distinguere tra inflazione vera e propria (un aumento persistente dei prezzi) e il processo di cui stiamo qui parlando, che sarebbe semplicemente l’effetto di diffusione di uno shock una tantum dei prezzi del petrolio che ha esattamente la funzione di evitare una caduta della quota del valore aggiunto che va ai lavoratori. Ma se si vuole evitare questo effetto di diffusione, certo pericoloso e sgradevole, perché dovrebbero essere proprio i salariati i primi ad offrire il braccio da sacrificare per il bene della patria? Non sono già stati scottati abbastanza in passato quando hanno visto governi che hanno prima dato alle imprese (riduzione del costo del lavoro del governo Prodi), e poi non hanno più onorato, complice un cambio di maggioranza, le promesse riduzioni fiscali?

Come fare, allora? Bisognerebbe "educare" le imprese e i commercianti a modificare le proprie opportunistiche abitudini nel fissare i prezzi. Le politiche di liberalizzazione, tanto sbandierate a destra e sinistra, potrebbero giovare. Ma che fatica a introdurle e quanto lenti e incerti sono i risultati. Meglio quindi tutelare prima i salariati, già oggi discriminati dall’inflazione - magari con interventi una tantum, per evitare l’alimentazione di aspettative inflazionistiche - in attesa che un piano rigoroso di liberalizzazioni manifesti chiaramente i suoi effetti.


__________

1 Teoria della politica fiscale, Il Mulino, Bologna.

  Commenti (1)
E se lo shock petrolifero non fosse "una
Scritto da Diego d'Andria website, il 01-09-2008 10:16
Mi soffermo sulle conclusioni riportate nei capoversi finali dell'articolo. 
Se è vero che la spiegazione del prof. Bosi è convincente e ottimamente argomentata a favore dell'apertura di un dibattito su una indicizzazione dei salari, mi sembra vi siano alcuni timori (delle "ipotesi di lavoro", per così dire) di cui tener conto. 
In particolare, non è affatto scontato che lo shock inflazionistico legato al prezzo degli idrocarburi sia anch'esso un fenomeno "una tantum", come l'intervento che si vorrebbe proporre per i salari. 
 
Sulle recenti impennate dei mercati energetici e in particolare del petrolio, non mi pare vi sia uniformità di vedute: c'é chi punta il dito sugli speculatori i quali, complici le insicurezze dei mercati finanziari di quest'ultimo anno, avrebbero "giocato" più del dovuto; alcuni temono che il famigerato Peak Oil si stia avvicinando, e adducono a riprova di ciò il rallentamento della produzione petrolifera mondiale rispetto all'andamento della domanda aggregata; altri, infine, attribuiscono larga parte dell'effetto-prezzo al deprezzamento del dollaro e ai collegati aggiustamenti (monetari) dei mercati e delle banche centrali. 
 
Ora, e particolarmente nel caso si sposi la tesi del Peak Oil, la quale suggerisce effetti rialzisti sul prezzo delle materie prime energetiche nel medio e lungo periodo, la catena di saliscendi dei prezzi attorno ad un trend crescente, non sarebbe uno "shock una tantum" ma, piuttosto, un effetto permanente (seppure "a singhiozzi" come è tipico dei mercati in cui il prezzo di riferimento oscilla secondo logiche cicliche). 
In questo caso, e considerati i tempi (lunghissimi!!) delle riforme liberalizzatrici italiane, siamo davvero disposti a rischiare l'introduzione di uno strumento di amplificazione inflattiva quale la indicizzazione dei salari? E anche ipotizzando un aggiustamento dei salari imposto una tantum, come affrontare allora i prossimi rialzi del petrolio, se non con altri interventi una tantum, che genererebbero, prevedibilmente e molto presto, aspettative inflazionistiche? 
E' appena il caso di ricordare che l'ipotesi di un progressivo mismatch fra domanda e offerta di materie prime energetiche è particolarmente influente nel nostro paese (che dipende per oltre l'80% dalle importazioni), e sembra altamente probabile alla luce degli attriti geopolitici fra i contrapposti blocchi di influenza. 
 
Anche io sono convinto che non si possa chiedere un ulteriore sacrificio ai salariati italiani. L'indicizzazione salariale, a seconda dello scenario internazionale dei prossimi anni, potrebbe essere un ottimo strumento di breve termine verso le riforme strutturali auspicate (= liberalizzazioni nei mercati e sgonfiamento della spesa pubblica), o piuttosto, rivelarsi una "ultra-solution" (nel senso dato a questo termine da Paul Watzlawick) che aggrava i problemi invece di risolverli.

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