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LA CRISI DEL RISPARMIO GESTITO VISTA ATTRAVERSO I DATI MICROECONOMICI
Finanza
di Vincenzo Chiorazzo, Carlo Milani
29 luglio 2008

fondi_comuni.jpgI dati più recenti confermano l’acuta crisi in cui versa l’industria dei fondi comuni. Secondo Assogestioni, nei primi 6 mesi di quest’anno la raccolta netta dei fondi aperti è diminuita di oltre 70 miliardi, tal che dal 2004 ad oggi i deflussi complessivi si cifrano in circa 140 miliardi. Secondo i dati dell’ultima Relazione della Banca d’Italia, la quota di fondi comuni in rapporto alle attività finanziarie delle famiglie, cresciuta molto rapidamente a partire dal 1995 e che aveva raggiunto il suo picco nel 2000, è scesa nel 2007 intorno al 7% contro il 9,2 della Francia, il 10,7 della Spagna, l’11,6 della Germania.


A queste evidenze macro si sono aggiunte, da inizio d’anno, informazioni di carattere più microeconomico derivanti dall’indagine sui bilanci delle famiglie che aiutano a meglio comprendere il quadro delle scelte compiute in materia di risparmio gestito dagli italiani. Le abbiamo sintetizzate nella tabella 1 dove, accanto ai risultati dell’ultima indagine, resa disponibile a gennaio 2008 ma relativa alla situazione del 2006, abbiamo riportato le evidenze relative al 1995, 2000 e 2004. La tabella mette in luce come nel 1995 solo il 5% delle famiglie deteneva fondi comuni di investimento e gestioni patrimoniali; nel 2000, tale quota si è quasi triplicata (13,4%) ed è poi scesa al 9% nel 2004 e al 7,7% nel 2006, con una flessione che assomma dunque a circa 5 punti percentuali e mezzo rispetto a sei anni prima. La tavola mostra altresì le principali caratteristiche economiche e socio-demografiche delle famiglie che acquistano fondi comuni e gestioni patrimoniali. Vi si osserva che si tratta soprattutto di unità:

 

- il cui capofamiglia è maschio, ha un’età compresa tra i 41 e i 65 anni (l’età media è pari a 52 anni nel 2006), è occupato come lavoratore indipendente e ha un titolo di studio elevato (laurea o superiore);

 

- del Centro-Nord piuttosto che del Mezzogiorno, anche se nell’area meridionale del Paese la domanda appare stabile nel tempo;

 

- ad elevato reddito (appartenenti al quarto quartile della distribuzione; nel 2006 il reddito medio di chi investe nel gestito era pari a circa 54 mila euro, contro un valore medio nazionale di poco meno di 32 mila euro);

 

- relativamente agiate (le famiglie che scelgono i prodotti del risparmio gestito sono soprattutto quelle con una ricchezza netta(1) mediamente elevata: circa 570 mila euro di patrimonio nel 2006, contro una media complessiva di 240 mila euro).

 

E’ di interesse notare che tra il 1995 e il 2006 è aumentato il peso relativo delle famiglie con capofamiglia femmina: il rapporto maschi/femmine era di 2,3 punti nel ’95 ed è diventato di 1,5 punti nel 2006. E’ altresì cresciuto il peso relativo delle famiglie del Mezzogiorno: il rapporto tra Centro-Nord e Mezzogiorno è passato dai 7 punti del ’95 ai 4 punti circa del 2006. Osservando la ripartizione per classe di età del capofamiglia dei nuclei familiari che investono nel risparmio gestito appare poi di rilievo come sia diminuito di peso il ruolo dei giovani: le famiglie con un capo avente meno di 30 anni erano il 5,6% nel 1995, mentre risultano il 3,5% nel 2006.

 

Altre evidenze si colgono guardando dinamicamente alla relazione tra domanda e titolo di studio del capofamiglia: nel 2006 la quota di investimento nel gestito delle famiglie con capo senza alcun titolo risultava inferiore a quella del ’95, con ciò evidenziandosi come la scarsa cultura, anche finanziaria, possa aver indotto a ridurre l’esposizione verso fondi e gestioni patrimoniali. Dalla classificazione per qualifica professionale del capofamiglia risulta inoltre che nel periodo considerato il peso dei "lavoratori autonomi" è stato sempre superiore a quello dei dipendenti. Tale evidenza è in linea con i risultati offerti dalla letteratura sul comportamento delle famiglie in presenza di rischi multipli(2): le famiglie che affrontano un rischio da cui non possono immunizzarsi, come è il caso del rischio di reddito di un lavoratore autonomo, tendono ad esporsi meno a rischi evitabili, come quelli finanziari connessi con investimenti non diversificati.

 

Per finire, il dato relativo alla classe di reddito familiare evidenzia che tra il 1996 e il 2006 il rapporto tra le quote del primo e ultimo quartile è aumentato, segnalando quindi che le famiglie meno agiate tendono, in proporzione, ad investire di più nel gestito rispetto a quelle benestanti. Viceversa, prendendo in considerazione la ricchezza complessiva netta il rapporto tra primo e ultimo quartile, nello stesso arco temporale, si è ridotto.

 

In conclusione, le informazioni microeconomiche sembrano evidenziare come nel periodo 2000-2006 la disaffezione verso i fondi comuni abbia riguardato soprattutto i nuclei familiari con capo famiglia molto giovane o piuttosto anziano, con basso titolo di studio e con un limitato livello di reddito e di ricchezza. Ciò spinge a rimarcare come un aiuto alla crisi in atto venga in questa fase anche da due fondamentali punti di debolezza del nostro Paese: la limitata crescita del reddito disponibile e il modesto livello di cultura finanziaria delle famiglie. Restano naturalmente in prima linea i molti problemi da tempo enfatizzati dal dibattito e segnalati, più di recente, dal Governatore della Banca d’Italia e dal Presidente dell’ABI come fronti su cui agire: dal trattamento fiscale al maggior ruolo delle piattaforme distributive aperte, da una governance delle SGR che ne favorisca l’autonomia delle scelte dalla proprietà alla maggiore trasparenza dei prodotti finanziari offerti alla clientela.

 

 

1) La ricchezza netta viene definita come la somma di attività reali e finanziarie meno i debiti contratti.

2) Si veda al riguardo Gollier C., 2001, What does the classical theory have to say about household portfolios?, in L. Guiso, M. Haliassos, T. Jappelli (eds).

 

tabella_famiglie.jpg

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