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UN CUNEO SELETTIVO? E-mail
Fisco
di Franco Osculati
19 febbraio 2008

cuneo fiscaleSi vuole da più parti ridurre l’imposta sui redditi da lavoro in modo differenziato (genere, produttività). Le misure proposte sono di difficile attuazione e non rispondono appieno ai criteri di efficienza e equità che il maggior tributo dell’ordinamento deve garantire. L’Ire, insieme ai contributi sociali, costituisce il cuneo. Essenziale continuare a ridurlo senza ricorrerete a provvedimenti molto sofisticati.

 

Un sistema complesso. Il gettito dell’Ire, l’imposta sui redditi delle persone fisiche, si aggira attorno ai 150 miliardi, il 70% e, rispettivamente, il 36% delle imposte statali dirette e totali. Una parte dei proventi Ire affluisce agli enti locali sotto forma di compartecipazione. Inoltre, Regioni e Comuni applicano addizionali di una certa consistenza. Secondo le elaborazioni operate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze i "contribuenti" Ire (allora Irpef) nel 2004 (ultimo anno con dati disponibili) furono, per la precisione, 40.492.096. Il dato comprende persone che, fatti i conti, non erano tenuti a pagare e soggetti che, per vari motivi, compaiono più volte. Anche al netto di questi, gli italiani tangibilmente interessati dall’imposta sui redditi personali ammontano a qualche decina di milioni. A fronte di numeri di questa ampiezza è inevitabile che qualunque modifica ad un’aliquota, o ad una definizione di base imponibile o di contribuente o di sostituto, si ripercuota come un’onda anomala su un oceano di registrazioni, pagamenti, acconti, conguagli, ricevute, rettifiche, ricorsi, rimborsi e simili adempimenti (a riscontro cartaceo e/o elettronico). Per di più la complessità delle regole e le eccezioni alle medesime (agevolazioni, e simili, per l’una o l’altra categoria) accrescono la probabilità di comportamenti maliziosi (come elusione e evasione). L’Ire è un congegno gigantesco, un sistema ad alta inerzia e uno strumento da maneggiare con cura.

Sgravi selettivi. Periodicamente si affacciano ipotesi di modifica del tributo. Le più recenti riguardano i compensi delle lavoratrici e i redditi da lavoro connessi con i guadagni di produttività aziendali. Per tali compensi e redditi si auspica una riduzione selettiva del carico fiscale.

Di queste proposte non sono in discussione le finalità. Da un lato, infatti, si vuole porre riparo alla bassa partecipazione al mercato del lavoro femminile italiano e, dall’altro, si intende accrescere i redditi disponibili (di una parte) dei lavoratori senza appesantire i costi delle imprese. In entrambe i casi, dunque, i temi di fondo sono l’efficienza e lo sviluppo. Si può, invece, dubitare che le misure consigliate siano praticabili (come scrivere una "norma fiscale" sulla produttività che valga per anni e per milioni di contribuenti? Lo straordinario è sinonimo di produttività?), efficaci e persino desiderabili.

Anzitutto, c’è da temere che le due politiche possano in parte elidersi. Poiché in Italia, tra gli attivi, ci sono più maschi che donne, il premio fiscale ai lavoratori "produttivi" andrà più ai primi che alle seconde. Per vedere lo stesso problema in modo diverso, c’è da chiedersi se alle lavoratrici "produttive" spetteranno due premi.

In secondo luogo, rimane qualche dubbio specifico sull’efficacia di ciascun strumento proposto. Per quanto riguarda gli sgravi di genere: la differenza tra salari maschili e femminili in Europa è in media del 15% e in Italia del 23% a favore dei primi. Essa è dovuta non tanto al fatto che un tornitore donna o un cassiere donna percepisca una remunerazione inferiore a quella di un pari grado uomo, ma al fatto che è meno frequente che le donne (penalizzate dalla maternità e dalle cure degli anziani) diventino capo-tornitore o capo-cassiere. Si dovrebbe quindi rispondere non tanto con aliquote donna/uomo differenziate, ma con i più consueti strumenti degli sgravi per carichi di famiglia.

Per quanto riguarda gli sconti fiscali alla produttività, bisogna distinguere tra il breve e il lungo periodo. A lungo andare (ma può essere questione di pochi anni) le differenze potrebbero scomparire. L’agevolazione ai lavoratori del settore "produttivo" (inteso molto approssimativamente come quello con il secondo livello di contrattazione) richiamerà lavoratori dal settore non produttivo. Le differenze tra salari e stipendi netti, in un primo momento indotte dal premio fiscale accordato al settore produttivo, tenderanno a colmarsi.

Sgravi Ire e cuneo. Il cuneo fiscale comprende due voci: l’imposta sui redditi e i contributi. Nel 2006, quando nella finanziaria per il 2007 venne inserito un sostanzioso taglio del cuneo operando sul versante dei contributi via Irap, non si affacciò nessuna ipotesi di variazioni di genere o di produttività aziendale. Allo stesso modo oggi, in rapporto alla tematica del cuneo, non sembra esserci molto spazio per intervenire sul versante dell’Ire con provvedimenti molto sofisticati.

Anzitutto, c’è bisogno di ridurre il cuneo per avere più occupazione totale. Dalla fine degli anni ’90, in Europa (Belgio, Finlandia, Irlanda, Germania, Gran Bretagna, Olanda) si è esplicitamente agito in questa direzione, privilegiando il comparto della manodopera non qualificata mediante facilitazioni contributive e fiscali. In quest’ottica sarebbe inutile distinguere per genere e per settori produttivi e stazionari. In particolare, il contenimento delle aliquote effettive sui redditi più bassi potrebbero rivelarsi a maggior favore delle lavoratrice che dei lavoratori data la frequenza, tra le donne, degli impieghi non a tempo pieno e quindi a reddito limitato.

In secondo luogo, e soprattutto, emerge una sproporzione tra il fenomeno in atto di difficile tenuta dei redditi da lavoro e le ricette di detassazione selettiva. Negli scorsi 25 anni (con dinamica accentuata nel periodo più recente) l’offerta di lavoro mondiale è quadruplicata. Ciò, unitamente ai progressi nelle comunicazioni e nei trasporti e attraverso l’immigrazione della forza lavoro e le delocalizzazioni degli impianti, ha determinato nei paesi di meno recente industrializzazione una caduta della quota sul pil del reddito da lavoro. L’evidenza empirica dimostra che, ceteris paribus, i paesi in minor sofferenza da questo punto di vista sono quelli più attivi nel campo della riduzione del cuneo (ottenuta manovrando sia l’imposta, sia i contributi)(1). Da più di dieci anni il reddito da lavoro dipendente non partecipa alla crescita reale del pil italiano; anzi, il reddito disponibile medio reale per le famiglie degli operai e degli impiegati è diminuito. In questo momento, l’opportunità di una riduzione generalizzata dell’Ire sul lavoro risulta evidente.

Efficienza e giustizia. Nulla come l’imposta sui redditi chiama in causa le ragioni ultime della convivenza in uno stato assestato su una condivisa distribuzione dei diritti e dei doveri. Il tema è vasto e decisivo e merita più di un approfondimento nei prossimi numeri. In questa sede, tuttavia, vale la pena di segnalare che la proposta di detassare gli incrementi salariali derivanti dai progressi della produttività aziendale pone una questione politica, culturale e giuridica di un certo impegno.

 

Il principio di uguaglianza accettato in società come la nostra prevede approssimativamente che si possano assegnare incentivi diversi a fronte di comportamenti diversi. Dunque, trascurando quanto poco siano collegabili i redditi lordi all’impegno dei singoli e dei gruppi, chi più fatica abbia una remunerazione, al netto del fisco, più alta. Sembrerebbe un auspicio in regola con la costituzione. Il principio costituzionale della capacità contributiva (art. 53), però, può essere interpretato in modi diversi. In dottrina proprio l’interpretazione più estensiva ed elastica collega l’osservanza della capacità contributiva all’uguaglianza tra cittadini (art. 3)(2). A parità di sforzo esistono lavoratori meno tassabili? Lavoratori individualmente meritevoli, ma inseriti in un’impresa senza guadagni di produttività, possono essere esclusi dal vantaggio fiscale accordato ai lavoratori di un’impresa con produttività in crescita e misurabile?

 

Franco Osculati

 

 

(1) Cfr. Jaumotte F. e I. Tytell, 2007, How Has the Globalization of Labor Affected the Labor Share in Advanced Countries?, IMF Working Paper, WP/07/298.

(2) Cfr. F.Gallo, 2007, Le ragioni del fisco. Etica e giustizia nella tassazione, il Mulino, soprattutto il cap. 3.

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