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IL SISTEMA MULTIPOLARE E L'ALLARGAMENTO DEL G8* E-mail
Internazionali
di Paolo Guerrieri
16 luglio 2008
g8.jpgIl mondo è cambiato. Nuove potenze emergenti, quali Cina e India, occupano da protagonisti la scena internazionale. Se ne sono accorti un pò tutti. Tranne il G8, che continua a essere incentrato sui sette grandi paesi occidentali più la Russia e da tempo non riesce a offrire risposte adeguate ai problemi di natura globale che affliggono il sistema internazionale.
*Articolo pubblicato anche su Affarinternazionali.it


In un’era in cui l’interdipendenza delle merci, dei capitali e dei lavoratori è cresciuta fortemente e si è estesa in misura significativa all’area emergente, le leve dell’economia mondiale non sono più nelle sole mani di questi paesi, come negli anni settanta, quando l’allora G7 (la Russia venne cooptata più tardi) fu creato e cominciò a operare. La ricetta può essere una sola: allargare il G8 e coinvolgere le nuove potenze emergenti così da formare un nuovo più rappresentativo direttorio del sistema globale.

 

Un’ennesima conferma è venuta dall’ultima riunione del G8 in Giappone. L’agenda del summit si presentava densa di temi e sfide di grande rilevanza, soprattutto in campo economico. Tutti in qualche modo legati alla triplice crisi finanziaria, energetica e alimentare che ha mutato in negativo le prospettive dell’economia mondiale in questi ultimi mesi. Gli otto grandi si sono limitati, nella maggior parte dei casi, a prendere atto della loro gravità arrivando ad auspicare soluzioni che sono tuttavia fuori della loro portata in quanto dipendono anche dalle scelte dei grandi paesi emergenti. Il risultato è che i problemi sono rimasti tutti sul tavolo, in attesa di una qualche risposta.

 

La crisi alimentare

La crisi dei beni alimentari che ha portato negli ultimi mesi a una fortissima crescita dei prezzi dei prodotti alimentari e, in taluni casi, a una loro scarsità fisica, è una prima grande sfida da affrontare nel nuovo sistema multipolare. Anche per le tensioni sociali che ha sollevato, soprattutto nei paesi e nelle regioni più povere. Le risposte sono venute da molti paesi, ma in ordine sparso, con l’introduzione di aiuti e sovvenzioni di vario tipo fino all’imposizione del divieto della esportazione di prodotti alimentari. Una misura, quest’ultima, gravida di rischi per le reazioni a catena che può alimentare a livello internazionale.

 

La crisi dei prodotti alimentari ha molteplici cause e richiede quindi risposte a più livelli. A breve servono aiuti umanitari e assistenza alimentare ai paesi e regioni più povere. A medio-lungo termine occorre accrescere l’offerta agricola aumentando la produttivitá del comparto agricolo tanto nei paesi in via di sviluppo che in quelli avanzati. Si calcola che la produzione agricola dovrà aumentare del 50 per cento da qui al 2030 per soddisfare la domanda crescente, soprattutto dei paesi emergenti. Saranno così necessari investimenti in innovazione, liberalizzazione dei mercati agricoli e graduale eliminazione dei sussidi alla produzione di biocarburanti.

E’ dunque evidente che una simile strategia richieda una azione coordinata a livello internazionale che coinvolga tutti i paesi, avanzati e emergenti, unitamente alle maggiori istituzioni internazionali (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, WTO ecc.)

Lo ha ribadito anche il G8 nella riunione della settimana scorsa limitandosi tuttavia a confermare lo stanziamento di 10 miliardi di dollari deciso all’inizio dell’anno per gli aiuti e il sostegno alla produzione agricola e predisponendo una task force per monitorare la realizzazione di questi impegni.


La lotta alla povertà e l’Africa

Non molto di più è stato fatto con riferimento agli impegni nei confronti dei paesi più poveri e in particolare dell’Africa.

Da un lato sono stati ribaditi gli impegni di Gleneagles, quando nel summit di 3 anni fa, gli Otto grandi avevano promesso di aumentare gli aiuti destinati al continente africano: 25 miliardi di dollari entro il 2010. Attualmente solo il 14% degli aiuti promessi è arrivato a destinazione. Francia, Canada e soprattutto Italia hanno già ridotto gli aiuti internazionali invece di aumentarli.

Anche l’obiettivo dell’Accesso Universale alle cure e trattamento per l’AIDS da raggiungersi entro il 2010 appare sempre più lontano e fuori portata. L’impegno allo stanziamento di 60 miliardi di dollari già preso allo scorso Vertice di Heilegendamm è stato confermato, ma verrà spalmato su cinque anni invece che su tre: può essere un passo indietro, col rischio di limitare l’accesso alle terapie antiretrovirali.

Se si guarda poi al 2015, ovvero alla scadenza per il conseguimento degli Obiettivi di sviluppo del Millennio (OSM), va preso atto dell’esistenza di forti ritardi su molti fronti per quanto riguarda proprio i paesi dell’Africa subsahariana. Sfavorevoli rimangono le prospettive soprattutto riguardo agli obiettivi cosiddetti di sviluppo umano.

 

La fame di energia e i cambiamenti climatici

Uno dei temi al centro del vertice del G8 riguardava il cambiamento climatico e l’inquinamento dell’atmosfera. L’obiettivo era di arrivare a un preciso impegno da parte di tutti i grandi paesi a dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2050, con obiettivi intermedi di riduzione da fissare per il 2020 o 2030.

All’apertura in questa direzione degli Otto grandi ha fatto seguito il secco rifiuto dei paesi emergenti, soprattutto di Cina e India, ad assumere impegni che siano fissati in termini quantitativi. Il fatto è che il Gruppo dei cinque paesi emergenti più influenti - Cina, India, Brasile, Messico e Sud Africa – continua a ritenere che l’onere di riduzione delle emissioni – e quindi i costi - debba ricadere in misura preponderante sui paesi più avanzati in quanto responsabili dell’inquinamento fin qui accumulato. Nella dichiarazione finale del Vertice G8 ci si è così limitati a affermare in termini molto vaghi che: "(G8 countries) seek to share...the goal of achieving at least 50 per cent reduction" in collaborazione con i paesi in via di sviluppo (PVS).

La strada per arrivare a un accordo internazionale in tema di energia e ambiente è certamente lunga e irta di difficoltà. Si tratta di conciliare l’inesauribile fame di energia di tutti i maggiori paesi, e in particolare di quelli emergenti, con la lotta al cambiamento climatico e alle sue drammatiche conseguenze nel lungo periodo. Andrà utilizzata un’ampia gamma di strumenti, dalle imposte sulle emissioni, allo scambio dei diritti di emissione, alla definizione di standard, alla diffusione di tecnologie rinnovabili. Ma è evidente che per arrivare a una soluzione collettiva è necessario che le misure di contenimento siano accompagnate da una distribuzione di costi equa e accettabile da parte dei paesi emergenti, in particolare di Cina e India.

A questo riguardo ci si può augurare che a Settembre quando si riunirà l'Assemblea Generale dell'Onu per affrontare gli stessi temi, la ben maggiore legittimità e rappresentanza di questa riunione produca un qualche risultato meno deludente del summit giapponese.


L’economia mondiale e l’allargamento del G8

Infine, pressoché nulli sono stati i risultati del Vertice sui temi della crisi finanziaria e degli squilibri che stanno minacciando da mesi la stabilità dell’economia mondiale dopo il periodo di cinque anni di crescita sostenuta. Com’è noto assai elevate sono le probabilità che la stagnazione in atto nell’economia americana si trasformi in una prolungata recessione e metta così a rischio la ripresa delle altre aree del mondo. Per non parlare dei rischi di aumenti incontrollabili dei tassi di inflazione, in particolare nell’area emergente.

 

Per attenuare le conseguenze più negative del quadro macroeconomico servirebbero meccanismi di coordinamento delle politiche economiche dei maggiori paesi e strumenti efficaci di governance del sistema internazionale nel suo complesso in grado di coinvolgere i nuovi paesi emergenti, soprattutto la Cina. Ma nessuna indicazione in tal senso si può trovare nella dichiarazione finale del Vertice ove ci si limita a ribadire piena fiducia nelle potenzialità di crescita a lungo termine dell’economia mondiale e non si menziona neppure il problema del dollaro che rappresenta viceversa un fattore chiave delle tendenze negative in atto.

 

Per riassumere, se c’è una lezione da trarre dal summit giapponese è riconoscere che questo tipo di vertici hanno perso ormai la loro efficacia nel fronteggiare le grandi sfide mondiali, economiche e non. Tra le cause maggiori vi è la scarsa rappresentatività degli Otto paesi rispetto ai nuovi equilibri e rapporti di potere che si sono affermati nel sistema multipolare in seguito alla rapida ascesa dei paesi emergenti, in particolare di Cina, India e Brasile. E’ auspicabile che se ne prenda atto già a partire dal vertice del 2009 che si svolgerà, com’è noto, in Italia e si proceda a un reale allargamento del G8, pur se nei modi e nelle forme da stabilire.

  Commenti (1)
Scritto da Liberazione, il 15-10-2008 17:14
Mi trovo in pieno accordo sull'ormai dichiarata inutilitÓ di questi summit internazionali, in cui la cosa che accade il pi¨ delle volte Ŕ lo stanziamento di fondi, forse fine a se stesso? Nel senso che scopo ha stanziare miliardi su miliardi quando grosse percentuali finiscono in mano a governi il cui unico scopo spesso Ŕ quello di finazniare l'acquisto di armi i cui pi¨ grandi esportatori sono guarda caso gli Stati Uniti??

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