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LA TRASFORMAZIONE DELLE POLITICHE DI SVILUPPO TERRITORALE E L'IMPATTO NEL MEZZOGIORNO
Mezzogiorno
di Gianfranco Viesti
17 luglio 2008

ponte_sullo_stretto.jpgCon un insieme di interventi di grandissimo impatto, il Governo ha profondamente trasformato, nelle quantità e nella qualità, le politiche di sviluppo territoriale in corso nel nostro paese da un decennio. La ricostruzione di questi interventi è resa difficilissima, forse non casualmente, dalle modalità scelte per metterla in atto. Ma per quanto è possibile vedere l’impatto di queste scelte sarà fortissimo, e contribuirà ad accrescere le profonde difficoltà economiche in cui si trovano le regioni del Mezzogiorno.


Si tenga presente che questi interventi si sommano ad altre misure di taglio di spesa che riguardano l’intero paese, e che contribuiranno agli effetti depressivi sull’economia del Sud.


Il Governo è partito cancellando ogni obiettivo quantitativo di intervento in conto capitale nel Mezzogiorno. Per la prima volta da dieci anni, infatti, nel DPEF 2009-11 non appare più l’obiettivo di una corretta ripartizione territoriale della spesa totale in conto capitale: sin dal DPEF 2000-03 fu inserito l’obiettivo di portare al 45% del totale la quota del Mezzogiorno. Tale obiettivo fu poi riconfermato da tutti i Governi della Legislatura 2001-06 guidati da Silvio Berlusconi. Fu improvvidamente rivisto al ribasso nell’ultima Legislatura fino al 41,4%. Si ricordi che, a partire dal 2001 da quell’obiettivo ci si è però progressivamente allontanati: nel 2006 la quota del Mezzogiorno sul totale della spesa in conto capitale del settore pubblico allargato è stata il 32,1% del totale. Rispetto all’obiettivo programmatico uno scarto in meno di quasi 10 miliardi di euro all’anno. Ora quell’obiettivo è stato anche formalmente abbandonato.

 

Alle (mancate) parole si sono affiancati i fatti. Il parziale finanziamento del taglio ICI prima casa è stato ottenuto tagliando circa 1,4 miliardi di euro destinati a infrastrutture di trasporto in Calabria e Sicilia. A parte l’errore, in termini generali di politica economica, di finanziare un taglio permanente di entrate con un taglio una tantum di spesa in conto capitale, colpisce la totale incongruità di tale scelta con la supposta intenzione di costruire il Ponte sullo Stretto. Un taglio decisamente più rilevante è stato operato con le tabelle allegate al decreto 112. La dotazione finanziaria della "missione" "Sviluppo e riequilibrio territoriale" del Ministero per lo sviluppo economico (MISE) è stata ridotta per il triennio 2009-11 di ben 7720 milioni, su 8,5 precedentemente disponibili. Si tratta di fondi FAS, destinati per l’85% al Mezzogiorno.

Le riduzioni di investimenti pubblici finora decisi per il prossimo triennio al Sud ammontano dunque ad almeno 8 miliardi di euro: una cifra colossale, equivalente a poco meno di metà dell’attuale, contenuto, valore annuale.

 

Con tre diversi emendamenti al decreto, il Governo ha poi provveduto a stravolgere la programmazione della spesa per lo sviluppo territoriale. Con il nuovo articolo 6 bis ha conferito ad un nuovo "fondo per il finanziamento in via prioritaria di interventi finalizzati al potenziamento della rete infrastrutturale di livello nazionale, ivi comprese le reti di telecomunicazione e quelle energetiche" tutte lo risorse del Quadro Strategico Nazionale (QSN) 2007-13 fatti salvi i programmi già esaminati dal CIPE. Si tratta di circa 14 miliardi di euro di fondi FAS (circa 12 nel Mezzogiorno), fra cui spiccano le grandi risorse previste per il potenziamento dell’istruzione al Sud. Nulla nel testo fa capire che il Governo si senta impegnato a rispettarne la destinazione territoriale. Quanto alle scelte di merito, la programmazione definita nel QSN viene buttata via. E’ del tutto probabile che divengano così irraggiungibili gli "obiettivi di servizio" stabiliti dal QSN per il miglioramento di alcuni servizi collettivi al Sud, a cominciare, ancora, dall’istruzione.

Con l’altro emendamento il Governo si è impadronito di ulteriori 14,5 miliardi di risorse ancora disponibili (perché "liberate" dall’utilizzo di "progetti coerenti") a valere su programmi regionali e nazionali del 2000-06 e del primo biennio del 2007-13. Anch’esse saranno destinate a "interventi finalizzati al potenziamento della rete infrastrutturale di livello nazionale e regionale". Ma tali risorse espropriate – che erano nella disponibilità di Regioni e del Ministero dei Trasporti – sono vincolate ad un utilizzo negli stessi territori e sugli stessi assi di intervento su cui erano state originariamente programmate, a meno di un negoziato o di un aperto conflitto con la Commissione Europea. Infine, con un ulteriore emendamento il Governo vuole riprogrammare altri 700 milioni di vecchie risorse FAS.

 

Si tratta complessivamente di 29,2 miliardi di euro, sulla cui destinazione geografica e di merito non vi è più alcuna certezza. E’ lecito immaginare che il Governo possa voler finanziare con queste risorse la costruzione di centrali nucleari, magari nel Mezzogiorno, per favorirne lo sviluppo; così come il Ponte sullo Stretto, ma magari non le strade e i binari per arrivarci. Colpisce, in tempi di supposte riforme federaliste, lo stravolgimento di un processo programmatorio centro-periferia e la mortificazione del ruolo delle Regioni, e degli stessi Ministeri (a cominciare da quello dell’Istruzione) con la concentrazione di ogni potere nelle mani di una sola persona. Il Ministro Giulio Tremonti potrà decidere da solo come spendere quasi 30 miliardi di euro.

 

Infine, Claudio Scajola, con il provvedimento di riorganizzazione del MISE impedirà di fatto al Dipartimento per le Politiche di Sviluppo e Coesione (DPS) di svolgere il proprio prezioso ruolo di programmazione, monitoraggio, controllo e informazione sulla spesa. E’ stata abolita la Direzione Studi, che era responsabile della redazione del Rapporto sulle Politiche di Sviluppo che è l’unico documento governativo che consente di avere un quadro preciso di ciò che sta avvenendo, e che si è caratterizzato per precisione e imparzialità con tutti i diversi governi degli ultimi dieci anni. E’ stata abolita la Direzione Fondi Comunitari, che aveva il fondamentale compito di monitoraggio e controllo degli interventi e di interagire con le istituzioni comunitarie. Soprattutto è stata accorpata al DPS la Direzione Incentivi, stravolgendo così il fondamentale ruolo di istituzione terza e di garanzia del DPS rispetto ai centri di spesa, e considerando così – con un ritorno ad un lontano passato – politiche di coesione e incentivi materia identica. Tutto questo mentre la delega per le politiche di sviluppo e coesione non è stata ancora attribuita.

 

Colpiscono in queste decisioni la rapidità e determinazione dell’azione. La loro frammentarietà, senza alcuna illustrazione politica della strategia in atto. La centralizzazione di potere nelle mani di Tremonti a danno di Regioni e altri Ministeri: più che il federalismo il modello di riferimento sembra il monarca assoluto del Settecento. Il silenzio totale della grande stampa di informazione, con la parziale eccezione del Sole 24 Ore. Colpisce – quantomeno finora – la voce assai flebile delle parti sociali, e delle stesse Regioni (su questi specifici temi). E colpisce senz’altro il silenzio dell’opposizione politica.

 

Questi fatti sembrano dimostrare che il Governo Berlusconi ha deciso di far pagare alle regioni più deboli sia una parte cospicua dell’aggiustamento necessario per i conti pubblici sia i propri obiettivi strategici (come il nucleare). Ciò non potrà che aggravare il difficilissimo momento economico del Mezzogiorno, in attesa di un mitico "federalismo fiscale", che potrebbe definitivamente sancire la divisione del nostro paese in due aree con condizioni socio-economiche, diritti di cittadinanza e prospettive di sviluppo profondamente diverse. Una secessione di fatto.

  Commenti (1)
Aggiornamento dell'autore
Scritto da Gianfranco Viesti, il 17-07-2008 20:20
Con un emendamento appena approvato Ŕ stato fortunatamente stabilito che i fondi FAS di cui si parla nell'articolo (primo emendamento del Governo) saranno utilizzati con la tradizionale ripartizione 85% Mezzogiorno 15% CentroNord. Tutta la materia Ŕ comunque ancora oggetto di analisi (e di possibili cambiamenti) dalle Camere

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