Home arrow Internazionali arrow LA RIFORMA DELLA GOVERNANCE DEL FMI*
LA RIFORMA DELLA GOVERNANCE DEL FMI*
Internazionali
di Andrea Fracasso
17 luglio 2008

imf_fracasso.jpgIl 28 Aprile 2008 il Consiglio dei Governatori del FMI ha approvato una serie di misure per la riforma del sistema di governance dell’Istituzione. Questo risultato è certamente benvenuto. Tuttavia esso necessita di riforme più coraggiose che riflettano maggiormente i cambiamenti mondiali, che aumentino la sua legittimità politica e che ne migliorino l’efficienza operativa.
*Articolo pubblicato anche su Affarinternazionali.it

La governance del FMI è stata a lungo osteggiata da diversi paesi in via di sviluppo in quanto essa attribuiva un potere decisionale eccessivo ai paesi avanzati, agli Stati Uniti in particolare. Ciò derivava, in primo luogo, dalla distribuzione in capo ai vari paesi delle quote e dei voti base che concorrono a formare i voti complessivi di cui dispongono i membri del FMI. Dato che gli USA detengono una quota di circa il 17% e i paesi europei una quota ancora maggiore (superiore al 30%) se considerati congiuntamente, la capacità dei paesi emergenti di influenzare le decisioni più importanti del FMI, che necessitano di una maggioranza dell’85% dei voti, sono state a dir poco limitate. I paesi emergenti ad alta crescita e aperti al commercio (come Cina, India, Messico, Brasile e Russia) sono inoltre rimasti sottorappresentati per molto tempo. L’attribuzione di una maggior importanza avrebbe richiesto che altri paesi sovrarappresentati accettassero una contrazione delle quote detenute: in assenza di tale accettazione, la distribuzione delle quote non ha seguito l’evoluzione dell’economia mondiale e il peso politico dei membri ha rispecchiato sempre meno quello economico.

Sebbene fosse da tempo chiaro a tutti che la legittimità politica del FMI necessitasse di una revisione della governance, un accordo sul processo di riforma delle quote e dei voti fu raggiunto solo durante l’incontro annuale del FMI a Singapore nel 2006. Durante questo incontro, nell’ambito del processo di riforma promosso dall’allora direttore generale Rodrigo de Rato nel 2005, è stato deciso di accrescere immediatamente le quote di Cina, Turchia, Corea del Sud e Messico e, successivamente, di avviare un processo di riforma per la revisione del meccanismo che regola il calcolo delle quote e del numero di voti base di ciascun membro. Il progetto è stato approvato il 28 Marzo 2008 dal Consiglio Esecutivo e il 28 Aprile dal Consiglio dei Governatori del FMI con il voto favorevole del 95% dei membri votanti e del 93% degli aventi diritto. Il piano prevede una ridistribuzione immediata delle quote così da aumentare del 5% quelle di almeno cinquanta Pvs e la triplicazione dei voti base così da compensare i paesi più piccoli e assicurare loro di avere «voce» nelle decisioni.

Visto che le quote non determinano solo il potere di voto, ma contribuiscono anche a definire il tetto massimo di prestiti concedibili ai paesi, la riforma prevede una revisione del calcolo delle quote sulla base sia della grandezza relativa dei paesi, sia della loro potenziale esposizione alle fluttuazioni nei movimenti internazionali di capitali e di beni. Così è stata faticosamente definita una nuova e unica "formula" per la valutazione del peso dei paesi che si basa a) sul Pil (sia a prezzi di mercato 60% sia a parità di poteri di acquisto 40%), b) sull’apertura al commercio internazionale (seppur valutata in termini lordi e non secondo il valore aggiunto dei beni scambiati), c) sul livello delle riserve valutarie e, infine, d) sulla volatilità dei capitali e dei beni. Nonostante il meritorio tentativo di individuare una formula unica, intelligibile e comprensiva (invece che le formule numerose e ambigue usate in precedenza), la soluzione individuata non è soddisfacente rispetto alle sue stesse ambizioni: oltre a non prendere in considerazione la dimensione della popolazione dei paesi, l’applicazione della formula tel quel produrrebbe paradossalmente una crescita ulteriore delle quote dei paesi avanzati a scapito della maggior parte di quelli in via di sviluppo.

Per questa ragione la nuova formula, pur corretta con un meccanismo di compressione automatica che limita il peso dei paesi più grandi, è stata utilizzata esclusivamente per individuare i paesi maggiormente sottorappresentati (out-of-line) e non per definire la nuova distribuzione delle quote. Quest’ultima è invece stata decisa politicamente sulla base di cambiamenti ad hoc alla distribuzione pre-esistente all’incontro di Singapore: a) i paesi avanzati (tra cui l’Italia), che avrebbero visto il loro peso aumentare secondo la formula, hanno rinunciato ad una parte dell’aumento; b) i paesi particolarmente sottorappresentati in relazione al Pil calcolato in parità di potere di acquisto hanno ricevuto un aumento di almeno il 40% rispetto al livello precedente Singapore, c) i quattro paesi che hanno visto le loro quote aumentare a Singapore, ma che ancora risultano fortemente sottorappresentati, hanno ottenuto un ulteriore aumento minimo del 15%.

Il problema di questa soluzione sta nel fatto che, anche se questi aggiustamenti hanno certamente concorso ad una riduzione della distanza tra il ruolo economico dei paesi nel mondo e di quello politico all’interno del FMI, essi derivano da una ridistribuzione eccezionale e calcolata in modo arbitrario. Nonostante l’impegno formale del FMI a far seguire questo aggiustamento da una serie di adeguamenti con cadenza quinquennale, il processo e l’entità della riforma ora conclusi rendono poco probabile un rapido riequilibrio delle posizioni dei paesi in via sviluppo. Visto che il FMI non si occupa solo di fornire risorse ai paesi in difficoltà, ma anche di sorvegliare e coordinare le economie dei singoli paesi e quella globale, una maggior rappresentanza dei paesi emergenti è certamente auspicabile.

La decisione di triplicare i voti base (da 250 a 750 per ogni paese) è invece da leggersi con favore. Essa infatti attribuisce maggiore voce ai paesi più piccoli. Inoltre, la riforma prevede l’emendamento dello Statuto del Fondo così che venga mantenuto al 5,5% il peso relativo dei voti base sui voti complessivi (conferiti dalle quote e dai voti base) qualora venissero aumentate le quote totali del FMI. Anche se negli anni ‘70 i voti base pesavano ben oltre il 10%, a partire dagli anni ‘90 essi si sono assestati a un mero 2% dei voti complessivi a causa del loro mancato adeguamento all’aumento del numero d’insieme di quote.

Sfortunatamente, altre questioni importanti al centro del dibattito sulla governance del FMI non sono stati toccati dalla riforma approvata dal Consiglio(1). In particolare non sono stati discussi i criteri e la trasparenza del processo di selezione del vertice del FMI. Secondo la prassi, il direttore generale è un europeo che raccoglie il gradimento degli Stati Uniti e il primo vice direttore è un rappresentante indicato dal Tesoro americano. Oltre alla nazionalità dei candidati, molti paesi lamentano la scarsa trasparenza nel processo di selezione delle candidature, che è parte di un processo di negoziazioni di una più ampia serie di cariche internazionali. Altre istituzioni (OCSE, UNDP, OMC) sono state più coraggiose nel cambiare le pratiche di elezione dei propri vertici di quanto non abbiano finora fatto la Banca mondiale e il Fondo.

Un tema cruciale nella governance è quello della rappresentanza dei paesi nei consessi ristretti a ventiquattro membri, in particolare il Consiglio Esecutivo. Nella maggior parte dei casi, un direttore esecutivo rappresenta anche un gruppo di paesi (constituency) oltre al proprio. Questo fa sì che i paesi europei siano decisamente sovrarappresentati. Un ampliamento del numero di Direttori Esecutivi aumenterebbe la rappresentatività dei paesi emergenti, ma complicherebbe il funzionamento del Consiglio. Se i paesi europei accettassero di esprimersi con una voce unica, tuttavia, il numero dei paesi rappresentati potrebbe crescere senza un allargamento complessivo del Consiglio. Questo sviluppo è tuttavia ancora poco probabile: la posizione europea sarebbe certamente più forte in quanto unica e comune, ma sarebbe anche sostenuta da un potere inferiore a quello di cui oggi gli stessi paesi europei possono disporre se concordassero una posizione comune.

Quanto detto mostra come, sebbene il dibattito si concentri ora sulla riforma dei voti base e delle quote, gli elementi di governance che potrebbero venir rivisti in futuro sono numerosi: oltre ai citati problemi relativi ai vertici e alla composizione del Consiglio dei Direttori Esecutivi, ricordo la composizione delle constituencies, la composizione dei consigli ristretti e le procedure interne di voto.

Grazie alla serie di riforme intraprese per rivedere governance, finanziamento e attività, il Fondo sembra volersi muovere nella direzione giusta per poter continuare ad accompagnare il processo di integrazione economica e finanziaria mondiale. Tuttavia esso necessita di riforme più coraggiose che riflettano maggiormente i cambiamenti mondiali, che aumentino la sua legittimità politica e che ne migliorino l’efficienza operativa. Le dichiarazioni di Dominique Strauss-Kahn dimostrano che ciò è chiaro al Direttore del FMI. E’ essenziale che tale consapevolezza sia condivisa dagli altri membri e dalle autorità politiche dei paesi avanzati, chiamati maggiormente a riconsiderare la propria posizione di privilegio.

 

 

1) Si veda Targetti e Fracasso, 2008, Le sfide della globalizzazione. Storia, politiche e istituzioni, Francesco Brioschi Editore, Milano sui presunti limiti nell’azione e nella governance del FMI e sulle sfide che oggi esso affronta.

  Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >