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FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE: PRESENTE E FUTURO*
Internazionali
di Giorgio Gomel
10 luglio 2008

riforma_fmi.jpgGli eventi della finanza mondiale dell’ultimo anno hanno condotto a una brusca flessione nella lunga espansione dell’economia del mondo che perdurava, ininterrotta, dal 2003. L’attuale fase, gravida di rischi e incertezze, rende più manifesti alcuni irrisolti problemi di governo del sistema monetario e finanziario internazionale.

*Articolo pubblicato anche su Affarinternazionali.it


Instabilità crescente

Con l’affermarsi della globalizzazione finanziaria e il parallelo polarizzarsi dei rapporti di cambio verso poche aree monetarie (dollaro, euro, yen), il sistema è divenuto più instabile. In regime di fluttuazione dei cambi e in assenza di coordinamento delle politiche monetarie, gli investitori, privati e ufficiali, rivedono continuamente la composizione del proprio portafoglio, per riflettere il variare delle aspettative su cambi e tassi di interesse. Ne deriva una volatilità di fondo delle relazioni di cambio tra le principali valute, accresciuta dalla sofisticatezza degli strumenti creati con l’innovazione finanziaria, e dall’incapacità degli intermediari di gestire i rischi connessi con questi strumenti.

 

La risposta della comunità internazionale a questi problemi di instabilità si è articolata lungo una varietà di direttrici, sul piano nazionale e non. Ma è stata nei fatti insufficiente.

 

Oggi urge rafforzare la cooperazione fra i paesi di rilevanza sistemica, al di là delle configurazioni consolidatesi (G7/G8). Due gli obiettivi principali: 1) evitare persistenti disallineamenti nei cambi, in modo da moderare le fluttuazioni tra le valute chiave prima che queste divengano eccessive; 2) valutare le ripercussioni internazionali delle politiche perseguite dai principali paesi e l’evolversi delle condizioni dei mercati finanziari mondiali.

 

Il ruolo del Fondo Monetario Internazionale

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) rappresenta, assieme al Financial Stability Forum (FSF), la prima sede in cui questa cooperazione può svolgersi. Entrambe le istituzioni, infatti, offrono un luogo naturale di analisi e di stimolo all’azione per i maggiori attori dell’economia mondiale.

 

Dalla nascita nel 1944 l’FMI ha ampliato la sua membership dagli originari 40 agli attuali 184 paesi. Le sue tradizionali funzioni ("sorveglianza", attività di prestito e assistenza tecnica) sono mutate nel corso del tempo. La "sorveglianza" ha subito i mutamenti più radicali. Alla luce delle crisi finanziarie della fine degli anni novanta e dell’attenzione più marcata sul settore finanziario dell’economia, essa si è estesa dal campo più tradizionale delle politiche macroeconomiche a quello dell’adozione e osservanza di codici di buona condotta in materia di vigilanza sul sistema bancario, di regole di mercato, di trasparenza delle informazioni statistiche. La funzione finanziaria, invece, ha continuato a imperniarsi sulla originaria struttura di "cooperativa di credito" del Fondo. In sostanza, il capitale sottoscritto dai paesi membri (le "quote") è impiegato per erogare prestiti a membri in difficoltà di bilancia dei pagamenti; le principali innovazioni in questo campo hanno riguardato la creazione di nuovi strumenti di assistenza finanziaria. Negli anni, lo stock di credito dell’FMI ai paesi membri ha oscillato attorno a un trend che è rimasto crescente fino all’inizio degli anni ’90; i picchi testimoniano l’avvicendarsi di crisi che hanno investito diverse categorie di paesi: prima quelli industriali, colpiti dai rincari del petrolio negli anni settanta, poi quelli emergenti, che hanno sofferto di crisi del debito estero negli anni ottanta, e soprattutto di turbolenze dal lato dei movimenti di capitale negli anni novanta.

 

Oggi l’FMI è una istituzione in forte crisi di identità, e nel mezzo di una transizione resa più difficoltosa dai problemi prodotti, paradossalmente, dalle favorevoli condizioni che hanno caratterizzato l’economia mondiale negli ultimi anni. La domanda di credito da parte dei tradizionali "clienti" del Fondo è quasi scomparsa (in valore assoluto, lo stock di prestiti dell’FMI è sceso sotto i livelli dei primi anni ottanta). Poiché il reddito netto del Fondo monetario dipende dai prestiti, è venuta meno la principale fonte di copertura delle spese. D’altro lato, molti paesi emergenti hanno teso ad accumulare ingenti riserve, anche riflettendo l’obiettivo di svincolarsi dalla tutela finanziaria dell’FMI. Oggi tali riserve superano di oltre 10 volte la dimensione finanziaria del Fondo; non sono mancate proposte, soprattutto da parte dei paesi asiatici, di utilizzarne una parte per istituire nuovi "fondi monetari regionali".

 

Vi è attualmente un consenso a rendere questa istituzione più autosufficiente e meno esposta alle oscillazioni del credito concesso ai paesi membri. Dal lato delle entrate, le principali opzioni riguardano la vendita sul mercato di una frazione delle riserve auree del Fondo (circa 400 tonnellate), l’investimento di una parte delle quote, e l’adozione di politiche di investimento più aggressive delle risorse così ottenute. Dal lato delle spese, il nuovo Managing Director si è impegnato a operare una forte riduzione nel numero di addetti dell’FMI (pari a circa 500).

 

Esigenze di riforma

Nel lungo periodo, tuttavia, rimangono irrisolte alcune questioni relative alla "missione" e alla struttura di governo del Fondo monetario. Queste riguardano il suo ruolo nella prevenzione, gestione e risoluzione delle crisi, e la stessa governance.

 

Circa il primo punto, la caduta del credito dell’FMI riflette anche fattori di ordine strutturale (in particolare, regimi di cambio flessibili, la migliorata qualità delle politiche economiche dei paesi membri, la capacità dei mercati finanziari privati di soddisfare la domanda di credito). Se queste favorevoli circostanze prevalessero anche in futuro, la funzione finanziaria del Fondo, così come è stata svolta finora, diverrebbe obsoleta e andrebbe ridimensionata. Le attività di "sorveglianza" tenderebbero, quindi, a prevalere naturalmente su quelle di prestito. Nel campo della sorveglianza alcuni progressi sono stati già conseguiti, con specifico riferimento a due obiettivi principali: (a) l’individuazione di disallineamenti nei tassi di cambio delle maggiori economie; e (b) il contenimento degli squilibri nelle bilance dei pagamenti. Circa quest’ultimo aspetto, sono giunte a compimento speciali "consultazioni multilaterali" con le autorità di Stati Uniti, Giappone, area dell’Euro, Cina e Arabia Saudita, volte a sollecitare l’adozione di misure atte a contribuire alla riduzione di detti squilibri.

 

La crisi del comparto subprime è stata inizialmente sottovalutata sia dal Fondo monetario sia dalle autorità statunitensi. Le sue ramificazioni hanno svelato carenze nei vigenti assetti di sorveglianza e nei meccanismi di valutazione dei prezzi delle attività finanziarie. Queste disfunzioni impongono la necessità di concentrare il lavoro del Fondo su questioni genuinamente "globali" e finanziarie e, più in generale, quella di rivedere l’intera rete di istituzioni e gruppi che lavorano su questi temi (l’FMI, la BRI, il G10 e il Foro per la Stabilità Finanziaria).

 

Circa la funzione di lending, sono state avanzate proposte per istituire "sportelli" a carattere assicurativo, in favore di paesi non ancora colpiti da crisi e con "fondamentali" economici solidi. Da un lato, esse richiederebbero un notevole aumento del capitale sociale del Fondo, per soddisfare un fabbisogno finanziario potenzialmente assai elevato; dall’altro, esse sollevano forti perplessità sul piano tecnico. In particolare, vi è un’ovvia tensione tra l’obiettivo di impegnarsi ex ante a finanziare eventuali crisi future (creando così il rischio di moral hazard da parte dei paesi beneficiari) e quello di salvaguardare le risorse, che sono contribuite da tutti i paesi membri. Al momento, tali proposte non hanno riscosso il necessario grado di consenso ed è improbabile che vengano attuate.

 

Circa il governo del Fondo, la finalità che ha ispirato la riforma approvata nell’aprile scorso è quella di far sì che il potere di voto e di direzione dell’istituzione rifletta meglio il mutato peso economico dei paesi membri – in particolare quello della Cina e di altri paesi emergenti. La riforma ha comportato una riduzione di quasi 3 punti percentuali nel potere di voto dei paesi avanzati, in favore di quelli emergenti e in parte di quelli più poveri. Quasi due terzi di questa riduzione sono stati a carico dei paesi della UE, che risultano sovra-rappresentati secondo gli indicatori utilizzati per calcolare i valori di riferimento delle quote

 

In prospettiva, la riduzione ulteriore del peso dei singoli paesi europei in seno all’FMI imporrà una revisione dell’attuale assetto, per cui essi sono distribuiti nel Board in otto "constituencies" che raggruppano in modo disorganico paesi dell’UE, dell’Europa e anche esterni all’Europa. Sarebbe auspicabile consolidare i seggi detenuti dai paesi della UE e potenziare per questa via voce e ruolo della UE nell’economia mondiale. L’ipotesi di una "constituency" di paesi europei è la sola praticabile, in assenza di ulteriori progressi nell’unità politica dell’Europa che potrebbero, nel lungo periodo, suggerire una "single chair" europea nel Board dell’FMI.

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