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LE SFIDE DELLA GLOBALIZZAZIONE A SETTE ANNI DAL G8 DI GENOVA
Internazionali
di Roberto Tamborini
08 luglio 2008

g8_genova2.jpgA sette anni dal G8 di Genova, le ombre lunghe del lato oscuro della globalizzazione sono arrivate fino ai paesi ricchi, rendendo meno ricchi, se non più poveri, diversi strati sociali che formavano il nerbo del capitalismo moderno: il ceto medio. Molto da riflettere per una sinistra in cerca di una buona politica per una buona economia.


Sono trascorsi sette anni dai fatti di Genova del luglio 2001. Se guardiamo indietro ci rendiamo conto di vivere in un altro pianeta. Quello era il pianeta prima dell' 11 settembre 2001, prima della guerra all'Afghanistan e Iraq, prima di Guantanamo, prima delle due più gravi crisi finanziarie del capitalismo contemporaneo scatenatesi nel suo centro propulsivo (quella del 2001-02, e quella del 2007-08, in corso), prima dell'arricchimento (relativo) dei popoli di Cindia e dell'impoverimento (relativo) dei ceti medio-operai dei paesi ricchi. Quello era il pianeta della "fine della storia" decretata da Francis Fukuyama o, più precisamente, dal crollo del Muro di Berlino e dal Pensiero Unico delle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione.

In quel pianeta, i critici e avversari della globalizzazione erano a loro volta globalisti, globalisti nell'antagonismo anti-sistema e globalisti nelle aspirazioni e ricette per un modo più giusto, più democratico, più pulito, più bello. "Perdenti di tutto il mondo unitevi" era il loro motto, slogan, grido di dolore e di rabbia. Infiammavano i cuori dei giovani ricchi, e le strade, le auto, le banche e i McDonalds, in nome di e per le masse dei perdenti della globalizzazione che, all'epoca, sembravano tutti altrove, negli altri mondi del pianeta.

Oggi la parte ricca del pianeta che plays global ha sbattuto contro un nuovo muro, invisibile, che separa i perdenti e i vincenti del gioco globale. Come avvenne agli ignari abitanti della Berlino vera, nella spazio di un mattino abbiamo scoperto che il nuovo Muro Globale ha tagliato in due anche la nostra città. La geografia dei vincenti e dei perdenti non coincide più con le vecchie coordinate Nord (ricco)-Sud (povero), ma è trasversale e, soprattutto, non riguarda più entità geo-politiche (le Nazioni), ma invidui in carne ed ossa. Il Sud povero è ovunque, ovunque ci sia qualcuno che ha un'istruzione medio-bassa, lavora in un settore di beni o servizi a bassa innovazione tecnica, ha una scarsa rete di protezione assicurativa, è succube di cattive istituzioni pubbliche, e si trova a competere con altri "concittadini economici" che guadagnano un salario che in dollari o in euro costa molte volte meno del suo.

Ora che le cose stanno così, il pianeta ricco si è messo ad interrogarsi sulle grandi questioni dell'economia globale. Cosa funziona e cosa no. Chi ci guadagna e chi ci perde. Come possiamo evitare gli eccessi della finanza e regolare i mercati. Come possiamo garantire più equità distributiva, offrire assicurazioni efficaci contro i rischi globali. Come possiamo coniugare mercato e democrazia. Queste domande sono fuoriuscite dai circoli critici e no-global, e sono nelle agende delle cancellerie e dei vertici delle istituzioni che contano davvero. Dopo Stiglitz, il Nobel che attaccò i guardiani del Washington consensus quando non lo faceva nessuno, ora Paul Krugman, altra stella di prima grandezza, racconta nel suo ultimo libro tutto quanto in questo mondo, partendo dal suo paese, è inaccetabile alla coscienza di un liberal del XXI secolo(1).

Dunque il pianeta di oggi non è più quel popolo della piazza di Genova 2001. Tranne che in Italia, dove il governo è lo stesso. Gli stessi sono il presidente del consiglio, il ministro dell'Economia, e un buon numero di altri ministri. E a scendere, gli stessi partiti di maggioranza, gli stessi leader e, più o meno, la stessa base sociale. Così come dall'altra parte, all'opposizione (se escludiamo il fatto "tecnico" che un pezzo di essa non è più in Parlamento ma è rimasta in piazza). Ma forse no. Forse è solo un'apparenza. Anzi quasi certamente, il popolo italiano che ha eletto questo governo sa benissimo di cosa stiamo parlando, sta facendo esperienza diretta di cosa significa vivere col nuovo Muro Globale in casa. E ha chiesto aiuto. Prima di tutto, si dice, sulla sicurezza. Ma è chiaro che non si tratta solo dell'incolumità della persona e dei beni. Si tratta di sicurezza economica, del posto di lavoro, della pensione, e poi del proprio posto nella società, della propria identità. Sappiamo anche come è andata: grosso modo, gli italiani a Nord del Muro Globale (on the sunny side of the street diceva un vecchio pezzo jazz) hanno votato sinistra, quelli a Sud hanno votato a destra. Segno che quelli che si trovano o si sentono (a torto o a rgione) dalla parte povera del Muro sono di più.

Sappiamo anche che una buona parte della spiegazione di questo risultato elettorale sta nel fatto che, come di regola, ha vinto la parte politica che ha capito il problema del giorno e da che parte schierarsi, a che parte dare voce e risposte. La parte vincente ha, come di regola, un guru e le sue scritture, Giulio Tremonti e il suo La paura e la speranza. Se questi simboli indicano qualcosa di vero (e le urne dicono che deve essere così) allora vuol dire che il governo di questa Italia non è più quello del 2001. E' quasi il suo opposto: dalla repressione dell'anti-globalismo di lotta, all'incarnazione dell'anti-gloablismo di governo. Dei due sentimenti evocati dal libro di Tremonti, è chiaro che la destra ha puntato (in tutto il mondo) sulla paura e il ritorno dello Stato, della Nazione, della Patria, piccola o grande che sia, come scudi protettivi locali. Occorre una certa spregiudicatezza per essere mercatisti quando il mercato tira e anti-mercatisti quando il mercato fa male, ma la spregiudicatezza in politica è una virtù (nel breve periodo).

La sinistra riformista italiana ha tutti i mezzi intellettuali e politici per dare all'Italia della paura risposte migliori per affrontare la globalizzazione, governarla, coglierne e distribuirne i frutti in maniera progressiva. Ma occorrono, prima, alcuni passaggi culturali e politici non facili. Primo, è evidente che occorre capire perchè si sono persi i territori a Sud del nuovo Muro, che dovrebbero essere riserve naturali delle sinistre (ma questo non è avvenuto solo in Italia, e, in verità, dovrebbe essere un interrogativo drammatico soprattutto per le sinistre estreme). Secondo, non è mai stato vero, e non lo è ora più che mai, che non c'è differenza tra destra e sinistra. Se le domande e i bisogni dei cittadini non sono "né di destra né di sinistra", le risposte lo sono. Bobbio docet. Terzo, la sinistra riformista italiana deve superare lo stato di spaesamento, cioè mancanza di punti di riferimento, in cui si è venuta a trovare rispetto alla incessante oscillazione della società moderna tra stato e mercato, individuo e collettività. La sua lunga ed estenuante marcia verso la socialdemocrazia europea è giunta a termine fuori tempo massimo, quando quel modello di stato, governo, società venne travolto dal moto irresistibile degli anni '80 e '90 verso il mercato e l'individuo. Ora anche quella fase del pendolo, e lo zeitgeist del riformismo di quella fase - antitrust, basse tasse e flessibilità - così faticosamente (e goffamente) inseguiti per aprire la cassaforte del consenso della New Society dell'era Blair-Clinton, sembrano terminati o, quanto meno, aver perso forza propulsiva e attrattiva. Non che il nostro paese non abbia ancora bisogno di accurate dosi di quegli ingredienti, e di partiti e istituzioni che li sappiano somministrare seriamente. Ma nel frattempo, fuori e dentro i nostri confini, la pubblica opinione è sconcertata e colpita dalla (ri)scoperta dei notevoli danni che può subire affidandosi (o venendo affidata) troppo alle mutevoli sorti dettate dalla "mano invisibile". Ed è ritornata a domandare "cose" che il mercato non è in grado di garantire. Ma rimane vero che il vecchio stato assistenzial-protettivo socialdemocratico non funziona più.

Le nuove sfide chiedono una ridefinizione complessa del ruolo dello stato rispetto al mercato, e bisognerà spingersi (di nuovo) oltre i confini della legislazione pro-competition e della fiscalità light. Come, ad esempio, l'esercizio dell'equità distributiva, la fornitura di beni pubblici strategici, e la protezione universale dai rischi globali. Le quali cose, non possono e non devono essere solo sporadici interventi dettati dall'emergenza o da qualche richiamo di antiche culture, ma il frutto di un'idea di società e del bilanciamento dei vari meccanismi e istituzioni che ne regolano gli interessi, privati e pubblici, e ne salvaguardano i valori, privati e collettivi. Sfide nuove e formidabili, certo, ma non del tutto ignote alla buona scienza economica e sociale moderna, non solo grazie a Stiglitz e Krugman, ma anche ad Arrow, Rawls o Sen. Per vincere queste sfide (e magari le prossime elezioni) non basta più solo fare bene i "compiti a casa" che ci assegnano la Commissione Europea o qualche eminente pamphlettista nostrano.

 

 

1) Ne riferisce Marco Leonardi su questo sito:
 http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=213&Itemid=142.

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