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OPPOSIZIONE, GOVERNO OMBRA, ALTERNATIVA. LE DUE LINEE NEL PD E LA NECESSARIA “TRANSUSTANZIAZIONE”
Politica e Istituzioni
di Francesco Clementi
04 luglio 2008

governo ombraEra il 1990. Il Muro di Berlino era caduto e sotto di sé era stata sepolta anche la teoria sulla conventio ad excludendum per il governo nazionale, quando appariva, proprio nel gennaio di quell’anno, un volume per i saggi tascabili della Laterza curato da Gianfranco Pasquino (con contributi di Oreste Massari e Antonio Missiroli), dal titolo significativo "Opposizione, governo ombra, alternativa".

Era un testo importante perché oltre ad essere, come noto, una tra le prime ricerche comparate in italiano sulle opposizioni politico-parlamentari (sulla scia dei pionieristici lavori di Robert Dahl del finire degli anni sessanta), analizzava l’esperienza britannica e tedesca, e indicava pianamente al pubblico italiano i vari modelli di opposizione parlamentare, i loro pregi e difetti, i loro vantaggi e svantaggi. Ebbe una buona fortuna, e tuttavia, considerati i tempi e il sistema politico-partitico di allora, probabilmente non tutta quella che avrebbe potuto avere. Era un volume forse prematuro per l’epoca: capace sì di innescare un dibattito politico-culturale importante; incapace, però, di innescare fino in fondo negli operatori della politica comportamenti davvero conseguenti.

Tuttavia, "il la" che diede alla cultura politica dell’epoca non smise di propagare, come un sasso gettato in uno stagno, la sua forza, facendo arrivare la sua eco fino a noi.

Oggi dopo diciotto anni, un sistema politico-partitico più volte profondamente modificato e un’altalena di sistemi elettorali adottati per le elezioni politiche nazionali, ci si è trovati – forse per la prima volta – nelle condizioni politiche, partitiche e parlamentari per affrontare fino in fondo le domande (e i dilemmi) che il titolo di quel volumetto racchiudeva in sé. Da un lato, la forza di scommettere sulla capacità di rappresentare con progettualità tutto il bisogno di un’opposizione fortemente programmatica presente nella società; dall’altro, la possibilità di offrire una qualità del facere opposizione che, essendo capace di trasformare l’offerta di proposta politica in Parlamento e dunque nel Paese, riesca anche a migliorare conseguentemente la qualità stessa della democrazia italiana.

Queste domande oggi suonano non soltanto quanto mai in consonanza con la realtà elettorale e parlamentare uscita dalle urne, ma anche – se non soprattutto – hanno sfondato il muro del silenzio della cultura politica più ampia, presentandosi ormai come pensieri radicati nella percezione e nel sentire della maggior parte degli elettori che hanno votato per il Partito democratico.

Ha fatto bene, a mio avviso, dunque, il Partito democratico, nella sua veste di principale partito di "opposizione" parlamentare, a proporsi da subito in questa chiave di lettura, costituendosi e attrezzandosi propriamente, anche attraverso un autorevole e credibile governo ombra.

E tuttavia ciò basta? Non credo.

Perché la capacità di rispondere a quelle istanze, se non ha forza di superare l’onda del momento post-elettorale andando oltre l’atteggiamento momentaneamente positivo degli operatori della politica, traducendosi quindi in regole – chiaramente visibili, chiaramente esigibili, chiaramente sanzionabili – rischia di far perdere, svilire e svuotare da dentro (con le inevitabili delusioni conseguenti nell’elettorato) la stessa idea di opposizione "di governo", attuale core business del Pd (e forse non per un tempo tanto breve…).

Il necessario passaggio ulteriore è quello dunque di affrontare, così come in parte pare stia già avvenendo in parlamento, il tema della riforma dei regolamenti parlamentari avendo il coraggio di operare in quella sede non in maniera tattica ma con una chiara linea strategica, ponendosi (e proponendosi) cioè davvero come un "governo in attesa".

Al momento, in questo quadro, sembrano leggersi almeno due linee dentro lo stesso Pd.

Da un lato, troviamo chi ritiene che tradurre nei regolamenti parlamentari un forte Statuto dell’opposizione, anche in relazione alla formazione del "governo ombra", sia tatticamente del tutto errato, in quanto ridurrebbe, in qualche modo, lo spazio politico del Pd in un mero "dialogo a due" (governo/maggioranza e principale opposizione), bloccando così, a loro avviso, la possibilità di allargare lo spazio politico del Partito democratico attraverso azioni, interazioni e accordi con altre forze politiche di opposizione (ad esempio, l’Udc).

Dall’altro, vediamo chi ritiene che, proprio il regolamentare lo Statuto dell’opposizione e il "governo ombra" nei regolamenti parlamentari, vorrebbe dire radicare e rafforzare non soltanto strutturalmente (e figurativamente) il Pd come partito in Parlamento e nel Paese, ma anche – se non soprattutto – privilegiare la capacità espansionistica del Pd nei contenuti, e nella sua volontà di essere un partito a vocazione maggioritaria, dotandosi per queste ragioni proprio di strumenti regolamentari capaci di valorizzare appieno le proposte della maggiore opposizione, facendo emergere così in maniera forte il suo indirizzo politico alternativo di governo.

Per i primi, dunque, il governo ombra sarebbe utile solo come strumento politico di opposizione; per i secondi, invece, esso sarebbe decisivo anche nella sua veste di strumento istituzionale di opposizione.

Queste due linee – mi rendo conto – possono apparire, di fronte alla probabile intera durata della legislatura, la visione di due mere differenti tattiche: divergenti più sul quando delle scelte da compiere in tema di riforme (e quindi sul fattore tempo) piuttosto che sull’an, e cioè sul contenuto delle stesse (che prima o poi sarebbero per bene da compiere).

E tuttavia non credo che ci si possa limitare a ciò.

Esse sembrano nascondere in nuce anche due strategie ed idee diverse sullo stesso senso politico da dare al Partito democratico, al netto delle necessarie alleanze politiche da concludere con altri partiti per vincere le elezioni, valutazione comunque ampiamente condivisa da entrambi i sostenitori delle due linee.

I sostenitori della prima linea, infatti, in coscienza non sembrerebbero contare fino in fondo né sulla capacità del Pd di riuscire ad espandersi di più in futuro in termini politici e elettorali, grazie alla forza delle sue proposte riformiste, né, del pari, sulla disponibilità/mobilità dell’elettorato italiano a recepire e premiare elettoralmente le sue proposte; essi sembrerebbero – si licet – "arrendersi" al fatto che molto oltre quella soglia percentuale il Pd non possa sensatamente aspirare ad arrivare. Insomma, pessimisti, e dunque, rassegnati.

I sostenitori della seconda linea, invece, fiduciosi che il Pd non sia (o sia stato) soltanto un mero esperimento politico o la fine di un percorso, ma invece sia l’inizio dello stesso e che anzi abbia bisogno, oggi come non mai, di radicarsi, strutturarsi, proporsi nel Paese e in Parlamento come il principale partito di opposizione, pronto a "farsi governo" alle prossime elezioni politiche, ritengono invece necessario e decisivo avere il coraggio di percorrere la via della rottura del "pak politico-elettorale" che da decenni caratterizza il nostro elettorato. E fare ciò non soltanto attraverso proposte adeguate di governo alternativo, ma anche attraverso la strutturazione, nelle regole parlamentari – e per i più arditi addirittura in quelle costituzionali – di un convincente Statuto dell’opposizione ("governo ombra" compreso). Questa sarebbe la scelta chiara e diretta, capace di contribuire a dare, al pari degli altri paesi europei, una forte e corretta soluzione alla c.d. "anomalia politica italiana", da sempre da tutti denunciata.

Pertanto, per i sostenitori di questa linea, pur non comprimendo evidentemente il necessario e opportuno dialogo e confronto tra i partiti che si oppongono al governo, il radicamento e il riconoscimento pieno, nelle regole parlamentari, del valore e del ruolo della maggiore opposizione al governo, non soltanto darebbe maggiore visibilità e legittimità alla funzione oppositiva ma vieppiù rappresenterebbe, attraverso il conseguente riconoscimento e tutela nelle regole parlamentari, proprio quella compiuta formalizzazione dell’essenza strutturale e organizzativa dell’opposizione, architrave comune di tutte le "opposizioni di governo" di tipo europeo, strumento di base per chi vuole far conoscere (e ottenere ulteriore consenso) le sue proposte alternative di governo. Insomma, ottimisti, e dunque, propositivi.

Non si vede ancora quale linea prevarrà.

Tuttavia, una cosa mi pare certa. Se il Partito Democratico, approfittando della possibilità di riuscire ad approvare una riforma dei regolamenti parlamentari, non farà una vera e propria opera di cristiana "transustanziazione", trasformandosi in corpo vero e riconoscibile, qualsiasi scelta che opererà in futuro non sarà altro che il riproporre modi e forme delle caratteristiche fenomeniche del suo passato piuttosto che tangibili segni che predicano, manifestano e realizzano il futuro di se stesso dentro un Paese che aspira ad essere "normale".

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