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LA MANOVRA DI FINANZA PUBBLICA 2008 - 2011: UNA PROSPETTIVA KEYNESIANA
Finanza
di Luigi Bernardi
26 giugno 2008

finanza pubblicaIl Governo ha approvato il Dpef 2008-21011. La ricetta essenziale prevede che il deficit di bilancio (1,9 % del Pil nel 2007) scenda allo 0% nel 2011. Ma i conti non tornano se si considera la stabilità automatica di bilancio e se non si vuole rinunciare ad una prospettiva di crescita. Calcolando una spesa per interessi intorno al 4% del Pil al 2012, l’avanzo primario deve salire dal 3,1% del 2007, appunto oltre il 4%, compensando però anche interventi una tantum in corso o da adottare.

Occorrerebbero quindi tre manovre di 36 miliardi complessivi ex ante, di cui 20,5 destinati a correzione del deficit e la parte restante alla copertura di nuove spese. 
L’impulso restrittivo è quindi pari a circa 0,4 punti di Pil per anno (2009 -2011) e 1,6 punti in totale.

Il conto del Governo sembra essere sbagliato negli obiettivi e anche peggio nei numeri. L’obiettivo sarebbe infatti il pareggio di bilancio voluto dalla UE, adottato con il Patto di stabilità (e crescita) e inserito a sua volta nel Trattato di Amsterdam del 1997. Il "Patto" è poi diventato, almeno a parole, un idola tribus, senza che se ne ricordino ormai più le giustificazioni iniziali. La tesi ufficiale - un dogma per le Banche centrali, per ministri del Tesoro europei di qualunque colore e per economisti "indipendenti", si basa su due sillogismi in apparenza inconfutabili ma in realtà spesso applicati con calcoli infondati.

Come tutti ricordano, il Trattato di Maastrich stabiliva il limite per i disavanzi pubblici al 3%. del Pil. Per evitare che il 3,0% venisse sforato nelle fasi recessive o che per compensare queste ultime fossero richiesti aggiustamenti pro -ciclici, si pose il livello strutturale del deficit (al netto degli effetti congiunturali) appunto allo 0%. Si creava così un buffer di 3 punti: deficit fino al 3% per le fasi negative, ma surplus anche al + 3% per quelle positive. Ricerche UE e BCE hanno infatti rilevato che con la regola del +/- 3% sarebbero quasi inesistenti sia la possibilità di sforare il 3% di deficit che la necessità di politiche restrittive nelle fasi di bassa congiuntura.

In realtà la regola del pareggio fu introdotta anche per motivi del tutto diversi. Perché il Ministro delle Finanze tedesco di allora (Theo Waigel) non poteva opporsi al disegno di Kohl, - che non condivideva - di fare entrare subito l’Italia nell’Euro, con un disavanzo del 3% dal 1997. Introducendo l’obiettivo ulteriore del pareggio a medio termine (inizialmente al 2001!), secondo Herr Theo, l’Italia sarebbe entrata nell’Euro ma ne sarebbe poi stata rapidamente espulsa. E in effetti l’Italia ha sforato il 3% (come tanti altri paesi UE tra cui anche la Germania e la Francia) ma Ecofin non ha mai proposto non solo di espellere qualcuno e nemmeno di comminare sanzioni. Se mai ha annacquato il criterio del 3%, quando ha visto non solo che questo obiettivo (figuriamoci il pareggio!) era risultato chiaramente pro - ciclico negli anni di stagnazione dell’area Euro del 2003-2005.

Gli economisti "indipendenti" (in Italia con la rimarchevole presa di distanza - tra non molti - di Marcello De Cecco e di Luigi Spaventa) hanno poi sempre magnificato il ritorno alla virtù del pareggio di bilancio. Peccato che le stime econometriche abbiano sostanzialmente confermato l’esistenza - sempre discussa in teoria o nelle valutazioni di policy - degli effetti, sia pure smorzati, di fiscal-stance di tipo keynesiano e - con voci quasi unanimi - della flessibilità automatica del bilancio. A sostegno i puristi del pareggio hanno allora inventato i presunti effetti "non keynesiani" del deficit di bilancio: aumento dei tassi e peggioramento delle aspettative, soprattutto al di là di un qualche trigger point. Peccato che questi effetti li abbiano visti in pochi e per non molto di più di un paese come l’Irlanda, durante il periodo di boom attraversato da questo paese negli anni ’80. Nessuna verifica analitica è stata mai passata con successo per economie un po’ più importanti e per tempi prolungati.

Il Governo sembrerebbe poi sbagliare i conti: primo non sarebbero considerati gli effetti restrittivi delle manovre proposte sulla crescita, un antico vizio del Tesoro, giustificato ufficialmente con ragioni formali di contabilità pubblica. Secondo, il Governo trascurerebbe anche gli impatti della crescita sul bilancio. A titolo pedagogico svolgiamo allora un modesto esempio con stime econometriche in cui il duplice legame economia-bilancio è invece considerato, attribuendo alla fiscal stance un impatto di 0,75 ed uno di 0,45 agli effetti di retroazione (come da stima disaggregata BCE).

L’ipotesi sul Pil che il Governo sembra adottare è quella solita della tradizione Dpef, cioè la crescita effettiva (0,5%) per l’anno in corso, il recupero congiunturale (1,5%) nel successivo e, infine, il ritorno alla crescita "potenziale" (al 2,5%) dal terzo anno (2010) fino all’orizzonte di programmazione. Nel 2000-2011 si accumulerebbe un aumento del Pil reale di oltre 7 punti, se si escludono effetti di retroazione Pil - bilancio pubblico. Se questi vengono introdotti, il quadro comincia già a cambiare. La crescita del Pil al 2011 si limita a 5 punti, mentre, per ottenere il pareggio, la manovra va incrementata in senso pro-ciclico, di circa un punto. L’adozione di un’ipotesi meno ottimistica sul Pil ma più realistica (0,5% nel 2008, 1,0% 2009, 1,5% 2010-2011) ha effetti devastanti. La crescita del Pil cala di circa 3 punti e la manovra deve aumentare di 4 punti per ottenere il pareggio. Se infine si combinano l’ipotesi di minor crescita con quella di una manovra di -0,4 punti per anno, al 2011 la crescita reale si azzera, rispetto al valore 2007, mentre la manovra necessaria per il pareggio arriva a circa 6 i 10 punti di Pil sul complesso del periodo 2009 – 2011.

Concludiamo quindi che l’obiettivo del pareggio di bilancio, più o meno credibile, quando adottato da un governo "peronista" quale il nostro, contribuirebbe ad asfissiare l’economia italiana, accompagnandola nel gelido declino in corso già da anni, spesso irriso da alcuni tra gli economisti "indipendenti", quanto richiamato di recente dai citati Spaventa e De Cecco. La conclusione non sorprende, se si considera che in Italia la flessibilità di bilancio è notevole, mentre i moltiplicatori negativi delle entrate pubbliche sono in assoluto più elevati (per lo spazio occupato da imposte indirette e contributi sociali, entrambi più o meno trasferiti sui prezzi) di quelli della spesa (per l’ampiezza della quota dei trasferimenti (retribuzioni pubbliche e interessi inclusi), per cui un bilancio con effetti neutri sull’economia deve essere strutturalmente in disavanzo. Volendo osservare il totem del pareggio, bisogna che siano in deficit le famiglie e/o il conto estero. L’America di Greenspan insegna.

 

Luigi Bernardi

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