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QUALE MIGLIORE USO PER I PROVENTI DELLE DISMISSIONI:RIDUZIONE DEL DEBITO O DELLA PRESSIONE FISCALE?*
Conti pubblici
di Marco Camilletti, Luca Cappellani
19 giugno 2008

tremontiIl debito pubblico italiano è risultato nel 2007 pari al 104 per cento del Pil. Nonostante la riduzione rispetto al 2006 (106,5 per cento), il suo livello è il più elevato d’Europa, con un differenziale di quasi 40 punti percentuali rispetto alla media dell’Area euro. La dimensione del debito risente delle scelte del passato quando il finanziamento del bilancio in disavanzo lo aveva portato, nel 1994, a superare il 120 per cento del Pil. Da allora, diversi fattori(1) consentono al debito di avviarsi su un sentiero di riduzione che, pur con qualche interruzione, è proseguito fino ai nostri giorni.
* Articolo pubblicato anche su www.cer-online.it


Si tratta, tuttavia, di un percorso piuttosto lento se l’obiettivo è quello di riportarlo al 60 per cento del Pil: al ritmo registrato, mediamente, tra il 1995 e il 2007 (1,2 per cento l’anno) occorrerebbero, infatti, circa quarant’anni.

I margini offerti dal bilancio per accelerare il percorso di rientro del debito pubblico appaiono limitati. Nel 2007, la pressione fiscale è stata di oltre un punto percentuale (al netto delle risorse relative al TFR) superiore alla media europea, mentre difficilmente si riuscirà a contenere la spesa primaria nel breve periodo. Una soluzione da più parti prospettata è dunque la dismissione di una quota importante dell’attivo patrimoniale dello Stato. Secondo alcune valutazioni, il valore del patrimonio cedibile potrebbe raggiungere i 400 miliardi di euro(2). Se utilizzati per ridurre il debito, ne conseguirebbero notevoli risparmi in termini di minore spesa per interessi. Queste minori uscite potrebbero tuttavia, come già accaduto nel recente passato(3), essere distratte verso altre finalità.

Ipotizzando che si riescano a trovare le modalità per realizzare tale ambizioso obiettivo, il policy maker dovrebbe dunque scegliere se "conservare" tali risparmi accelerando la riduzione del debito, o se invece utilizzare parte di essi per mitigare il livello della pressione fiscale. La seconda opzione è fondata su motivazioni di natura principalmente "tecnica": la diminuzione delle tasse comporterebbe un aumento del reddito disponibile delle famiglie tale da innescare effetti a cascata su consumi, investimenti e Pil; ad essi implicitamente si rinuncerebbe puntando tutto sulla riduzione del debito.

Per valutare meglio i termini di questo trade-off, abbiamo simulato, con il modello macroeconomico del Cer e per un arco temporale di quindici anni, due diverse ipotesi di utilizzo dei risparmi di spesa per interessi (10 miliardi di euro annui), conseguenti ad una dismissione straordinaria del patrimonio pubblico di importo pari a 200 miliardi di euro (circa 12 punti di Pil):

  A nella prima, la minore spesa per interessi non è ridistribuita, né attraverso una diminuzione della tassazione, né con incrementi della spesa pubblica;

  B nella seconda, la minore spesa per interessi è interamente distribuita alla famiglie, sotto forma di una riduzione permanente dell’Irpef.

Nella tavola seguente i valori dell’indebitamento, del debito, del Pil e del reddito disponibile nei due scenari "alternativi" sono posti a confronto con quelli dello scenario "base", in cui l’operazione di dismissione è assente.

 

tabella_1.jpg

 























Come è prevedibile, i risultati mostrano che in assenza di redistribuzione l’effetto espansivo sul Pil e sul reddito disponibile risulta quasi irrilevante, mentre notevole è l’impatto sulla finanza pubblica: l’indebitamento netto scende di circa mezzo punto l’anno, e alla fine del periodo l’abbattimento del debito sfiora i quindici punti (v. grafico). Nell’ipotesi di redistribuzione della minore spesa per interessi, invece, la diminuzione del debito è limitata alla dismissione iniziale che, peraltro, subisce una continua erosione in rapporto al Pil per effetto della riduzione del saldo primario (a sua volta dovuta alla riduzione della tassazione). D’altra parte il contenimento della pressione fiscale non risulta di ampiezza tale da imprimere una accelerazione significativa alla dinamica del Pil. Anche in questo scenario, dunque, l’incremento del reddito disponibile delle famiglie (+1,23 per cento in quindici anni, pari a circa 15 miliardi di euro l’anno) è limitato a poco più dell’impulso iniziale.

 

tabella_2.jpg

 





















Tutto questo ci riporta al problema di partenza: qual è il "miglior" utilizzo delle risorse derivanti dalle dismissioni? I risultati delle simulazioni ci dicono che oggettivamente non esistono sostanziali ragioni tecniche che possano indurre a considerare una soluzione "migliore" dell’altra.

Il passaggio fondamentale è dunque la definizione dell’obiettivo, e in tal senso la decisione ha una valenza essenzialmente politica. Se il risultato cercato è la riduzione del debito le risorse dovranno interamente essere destinate a questo scopo. Un utilizzo alternativo sarebbe compatibile solo, infatti, con un obiettivo diverso da quello precedente.

 

Marco Camilletti e Luca Cappellani

 

1) Cfr. Rapporto Cer n.2 del 2008.
2) Cfr. G. Guarino; "Vincoli europei, finanza e patrimonio pubblico"; in U. Mattei, E. Reviglio, S Rodotà (a cura di); "Invertire la rotta. Idee per una riforma della proprietà pubblica", Il Mulino, Bologna, 2007.

3) Cfr. S. Momigliano e P. Rizza, "Temporary measures in Italy: buying or losing time?"; in corso di pubblicazione.

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