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ROBIN HOOD TAX... MA FINO A QUANDO? E-mail
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di Maria Grazia Pazienza

robin hood taxNon è ancora chiaro quanto della vertiginosa crescita del prezzo del petrolio degli ultimi anni sia attribuibile alla speculazione piuttosto che all’eccesso di domanda, ma certo è che l’incremento dei prezzi ha avuto considerevoli effetti di impatto sulla produzione e sul reddito disponibile, parzialmente mitigati in Europa dalla debolezza del dollaro. In tutti i paesi importatori si stanno levando voci di protesta e richieste di intervento per una mitigazione dell’impatto: negli Stati Uniti la possibile reintroduzione di una windfall tax sui guadagni delle imprese petrolifere(1) è entrata nella campagna presidenziale e nel Regno Unito si discute di ritocchi al sistema della North Sea Oil Tax, vigente dal 1975.

In Italia, dopo aver a lungo discusso di riduzione delle accise o di sterilizzazione dell’Iva sui carburanti, il Ministro Tremonti è in procinto di proporre un prelievo aggiuntivo volto a colpire – presumibilmente - i profitti delle imprese energetiche e, forse, anche quelli del settore finanziario.

Tale extra prelievo è stato presentato con grande enfasi comunicativa e ribattezzato come Robin Hood Tax: «È stato detto che le tasse sono bellissime, io non credo che le lo siano in tutti i casi. La Robin Hood tax lo è, perché toglie ai petrolieri per dare la possibilità, a chi ha bisogno di cibo, di tirare avanti» ha detto il Ministro alla stampa, caricando tale intervento di grandi speranze e dunque di enormi responsabilità.

 

Ma è possibile un prelievo differenziato sui profitti per alcune categorie di imprese? Si e sono diversi gli esempi di aliquote maggiorate proprio sulle imprese energetiche nei paesi produttori. La stessa esistenza di una imposta sui profitti delle società di capitali, come livello di tassazione aggiuntivo rispetto al prelievo sui dividendi, si giustifica sotto diversi profili, tra cui l’esistenza di una soggettività diversa dell’impresa rispetto ai proprietari nel caso delle grandi public companies, e la possibilità per l’erario di ottenere un gettito regolare e anticipato rispetto al momento in cui i profitti arrivano ai proprietari dell’impresa e possono essere tassati. Ma la corporation tax è per una parte della letteratura un vero e proprio strumento di politica industriale, che consente di limitare il potere monopolistico di alcune imprese o promuovere settori o aree in difficoltà (possibilità peraltro piuttosto difficile in Europa vista la severa normativa che regola gli aiuti di stato alle imprese).

 

Questione diversa è invece l’efficacia di un provvedimento di questo tipo, ovvero la possibilità che un incremento del prelievo sui profitti si traduca semplicemente in una riduzione delle rendite senza modificare il prezzo, ovvero senza che ci sia traslazione sui consumatori o altri soggetti economici. In via generale la teoria economica sottolinea che per le imprese che hanno come obiettivo la massimizzazione del profitto, il prelievo tipo corporation tax non può essere traslato e dunque provoca una riduzione del livello dei profitti. Innalzare l’aliquota di tassazione significherebbe pertanto ridurre le rendite monopolistiche senza altri effetti sull’economia. Basta peraltro muoversi in un contesto di impresa che persegue la massimizzazione delle vendite (o della quota di mercato) o di fissazione del mark up e i modelli indicano che la tassazione dei profitti di impresa provoca una variazione delle quantità prodotte, con una traslazione sui prezzi finali. Inoltre, anche muovendosi in un contesto tradizionale, la mobilità dei capitali tende a far ricadere l’incidenza sui fattori meno mobili come il lavoro, con una traslazione all’indietro tanto più regressiva quanto più c’è forza lavoro non qualificata. Infine, è noto che la tassazione dei profitti di impresa è ritenuta distorsiva perché tende a scoraggiare gli investimenti sia considerando la compressione del cash flow a disposizione, sia con riferimento a una nozione di costo del capitale.

Per quanto le verifiche sull’incidenza siano molto scarse, sin dagli anni sessanta (Kryzaniuk e Musgrave (1963)) non sono mancate le evidenze del fatto che la tassazione sui profitti delle imprese viene effettivamente traslata su altri soggetti, ed in tempi recenti è stato messo in evidenza come, con l’accresciuta mobilità dei capitali, la corporation tax abbia penalizzato principalmente il lavoro (Maffini e altri (2008), anche su questo forum).

 

I due settori probabilmente coinvolti dal provvedimento, quello energetico e quello finanziario, sono accomunati da un assetto a dir poco lontano dalla concorrenza perfetta (con elevate rendite) e da una recente attenzione mediatica che li rende protagonisti perfetti per una Robin Hood Tax.

Il settore bancario, in particolare, ha con il sistema tributario un rapporto altalenante e non sempre trasparente, subendo spesso una pressione fiscale più intensa rispetto alle altre imprese (si pensi alla differenzazione in termini di aliquote Irap) ma anche beneficiando in misura consistente di alcuni regimi specifici (si vedano le alterne vicende dell’Iva sui servizi finanziari) e di alcuni recenti interventi di riforma. Gli ultimi dati disponibili dell’Anagrafe Tributaria (2004) indicano un contributo del settore bancario di oltre un tre miliardi e mezzo di euro, con una quota di circa il 12% del gettito complessivo dell’Ires. Tuttavia, tutte le analisi empiriche sul tema hanno messo in evidenza una netta traslazione della tassazione sui margini praticati dal sistema bancario che tendono a lasciare inalterati i profitti netti (si vedano ad esempio le recenti analisi di Chiorazzo e Milani (2008) o Albertazzi e Gambacorta (2007) e si ripercuotono nel medio periodo sui prezzi praticati a consumatori e imprese.

Le imprese del settore energetico, che si muovono in un’ottica ancora più globalizzata di quella del mondo bancario, sono colpite da diverse forme di prelievo tra cui le royalties sull’estrazione dei prodotti (come noto molto limitata nel caso italiano), le accise sui prodotti energetici (che vengono totalmente traslate sul consumo) e le imposte sui profitti. Guardando ai dati di gettito Ires, i settori rilevanti (estrazione di prodotti energetici e raffinazione), caratterizzati da valori medi di imponibile e imposta molto elevati rispetto alle altre imprese, contribuiscono al gettito Ires per circa un miliardo e 200 milioni di euro; va peraltro notato che, nonostante la nota profittabilità del settore, la quota di imprese capienti è comunque inferiore al 50% (in linea con la media nazionale).

 

In definitiva, anche considerando un ulteriore aumento del volume dei profitti negli ultimi tre anni, rimane misterioso come una sovra aliquota Ires per questi settori possa realmente generare risorse tali da alleviare la situazione di «..chi ha bisogno di cibo…» senza poi determinare un aumento dei prezzi praticati sui prodotti o un effetto sui salari reali della forza lavoro impiegata. Inoltre il tema degli investimenti delle imprese operanti in campo energetico dovrebbe essere valutato con particolare attenzione in un momento in cui siamo stretti tra l’urgenza di ridurre le emissioni e la necessità di investire in tecnologie che aiutino la diversificazione degli approvvigionamenti energetici, anche perché la crescita dei prezzi delle materie prime crea pressione e incertezza anche sui bilanci delle imprese di raffinazione e intermediazione.

La Robin Hood Tax, di sicuro impatto mediatico e potenzialmente capace di fornire un non trascurabile ammontare di risorse nel breve periodo potrebbe perciò determinare un peggioramento degli impatti distributivi nel medio periodo, e un minore profilo degli investimenti in nuove tecnologie.

 

Maria Grazia Pazienza

 


 

Albertazzi, Ugo e Gambacorta, Leonardo, "Bank Profitability and Taxation" (November 2007). Bank of Italy Temi di Discussione (Working Paper) No. 649.

Chiorazzo V. e C. Milani (2008) The determinants of bank profitability and the role of taxation: evidence from EU banks, mimeo.

Kryzaniuk, M. and Musgrave, R. (1963), The Shifting of the Corporation Income Tax, Baltimore: Johns Hopkins Press.


1) Un prelievo sui profitti delle imprese petrolifere è stato vigente negli Stati Uniti tra il 1980 e il 1988 e ancora durante la seconda guerra mondiale.

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