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La lezione delle turbo-banche venete E-mail
di Edoardo Gaffeo
25 luglio 2016

Lo scorso 11 luglio il Consiglio Regionale del Veneto si è riunito in seduta straordinaria per analizzare i lavori della “Commissione d’inchiesta sui gravi fatti riguardanti il sistema bancario in Veneto”, finalizzati a ricostruire la dinamica del dissesto che ha contemporaneamente investito Veneto Banca (VB) a Banca Popolare di Vicenza (BPVi). Le risultanze dell’indagine conoscitiva e le proposte avanzate in sede di discussione si sono dimostrate molto limitate, come era d’altro canto lecito attendersi. L’analisi delle vicende relative alle due banche popolari venete consente tuttavia di trarre alcune lezioni su un tema di portata più generale, vale a dire l’individuazione di adeguati strumenti di natura prudenziale volti a prevenire l’insorgere di crisi bancarie sistemiche.


La storia è nota, soprattutto nella parte relativa all’intervento del fondo Atlante in sede di sottoscrizione degli aumenti di capitale che nelle settimane scorse le due banche hanno dovuto effettuare per evitare che l’autorità di vigilanza imponesse loro un bail-in o l’avvio di un processo di risoluzione. In base al metodo di stima, le perdite accumulate dai 210.000 soci – tipicamente piccoli risparmiatori, largamente concentrati su due provincie che complessivamente contano all’incirca 1,8 milioni di abitanti – variano tra gli 11 e i 16 miliardi di euro. Si tratta di numeri la cui valenza sociale è di rilievo assoluto, e che in alcuni casi hanno comportato veri e propri drammi umani. Non stupisce quindi che anche la politica abbia ritenuto necessario approfondire il tema.

Nonostante nella relazione finale predisposta dalla Commissione non sia possibile rintracciare una ricostruzione puntuale delle presunte cause di questa doppia crisi, dalla lettura dei documenti accompagnatori – in particolare, la nota predisposta da Banca d’Italia e la relazione tecnica messa a punto da un team dell’Università Cà Foscari – è possibile ricostruire una narrazione centrata su due punti. Da un lato, le due banche hanno tenuto un comportamento scorretto nella gestione del capitale di rischio, facendo ripetutamente sottoscrivere tra il 2012 e la primavera 2014 nuove azioni (oltre ad una dose massiccia di obbligazioni subordinate) ai propri clienti attraverso operazioni “baciate” (“ti concedo credito solo se una parte la usi per sottoscrivere del capitale della banca, che funge anche da collaterale”), fornendone una valutazione fai-da-te (e, come si è scoperto ex-post, largamente gonfiata) in assenza di procedure e criteri oggettivi, ed evitando di scorporare questa parte di capitale dal patrimonio di vigilanza, come espressamente richiesto dalla normativa. Dall’altro, la qualità dei crediti concessi ha registrato un progressivo deterioramento, in gran parte attribuibile alla tremenda crisi che ha investito l’economia regionale a seguito della recessione che si è protratta quasi ininterrottamente tra il 2008 e il 2014. Le ispezioni effettuate prima da Banca d’Italia e poi dalla BCE hanno quindi comportato la registrazione di pesanti accantonamenti spesati soprattutto tra il secondo trimestre 2015 e il primo trimestre 2016, determinando una situazione prossima allo stato di insolvenza. In poche parole, un mix esplosivo di mala gestio e sfortuna.

Ciò che rimane da chiarire, tuttavia, è quale relazione esista tra questi due aspetti. In effetti, il lasso temporale durante il quale una larga parte degli aumenti azionari è stato collocato con metodi discutibili da VB e BPVi è anteriore alla richiesta di accantonamenti aggiuntivi da parte della BCE. Al tempo stesso, come evidenziato dai dati di fonte Banca d’Italia riportati in Figura 1, questo periodo ha coinciso con l’acuirsi di un fenomeno iniziato alcuni anni prima, vale a dire un generale arretramento dei livelli complessivi di credito erogato in regione a famiglie e imprese.

 

Figura 1. Tassi di crescita dei prestiti bancari in Veneto. Anni 2006-2015

(imprese (grigio), famiglie (verde) settore privato non finanziario (rosso)


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   È sufficiente una veloce lettura dei dati di bilancio delle due banche sotto inchiesta per comprendere come la necessità di un continuo rafforzamento del patrimonio contabilizzato a bilancio – sia attraverso un aumento artificioso del valore stimato delle azioni in essere, che attraverso il collocamento di nuove azioni – sia stato legato all’incredibile e velocissima crescita della loro dimensione.

 


Figura 2. Totale dell’attivo consolidato di Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza e Banco Popolare. Anni 2007-2015 (2007 = 100). 

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A titolo di esempio, la Figura 2 riporta l’evoluzione tra il 2007 e il 2015 del totale dell’attivo consolidato dei due gruppi bancari entrati in crisi, confrontandolo con quello dell’altro grande player con sede in Veneto, Banco Popolare. Mentre la parte reale dell’economia regionale annaspava e i principali concorrenti mantenevano a fatica le posizioni, nel giro di pochissimi anni la dimensione di VB è più che raddoppiata, mentre quella di BPVi è lievitata di oltre il 70%.

Gran parte di questa vertiginosa espansione è stata trainata dai prestiti alla clientela, soprattutto nel periodo 2006-2012 (Figura 3). Ma la corsa all’accrescimento dimensionale è proseguita anche quando la domanda di credito proveniente dal settore reale si è prosciugata, invertendo in modo significativo la tendenza solo quando le rispettive crisi aziendali sono divenute palesi.


Figura 3. Scomposizione dell’attivo consolidato di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. Anni 2006-2015. 

 

 

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Il programma di turbo-espansione perseguito con tenacia dai vertici aziendali è stato non solo rivendicato a più riprese come un merito, ma anche largamente condiviso dai soci. Come si legge nel comunicato stampa di VB emesso nell’aprile 2014 a margine dell’approvazione del bilancio 2013, nel commentare l’esito negativo di ben due visite ispettive l’allora presidente Trinca infiammò gli animi della platea con parole di sfida: “Il suo discorso, di appassionata difesa del percorso di crescita che dal 1997 ad oggi ha portato Veneto Banca ai vertici del sistema bancario italiano, è stato salutato con una standing ovation da parte della platea. Numerosissimi gli interventi a difesa dell’Istituto, a partire da quello del Governatore della Regione Veneto Luca Zaia, che ha sottolineato con forza la necessità di mantenere i centri decisionali nel Veneto, per continuare con la senatrice Laura Puppato e con le testimonianze di molti sindaci dei territori in cui il Gruppo Veneto Banca opera”. Ma anche Zonin, per vent’anni padre-padrone di BPVi, nell’aprire la lettera inviata ai propri soci nel dicembre 2014 con la quale celebrava i risultati (?) negli stress-test EBA, non mancava di ricordare come “qualche settimana fa la Banca Centrale Europea ci ha promosso in Europa fra i primi 13 più importanti gruppi bancari italiani. Per una Banca come la nostra Popolare di Vicenza, che 19 anni fa aveva 100 sportelli e operava essenzialmente nella provincia di Vicenza, questo è un risultato di straordinario valore. […] La nostra Banca, anche in questi ultimi sei anni di recessione, ha continuato a sostenere l'economia e le imprese del territorio a ritmi ben più alti della media del sistema bancario italiano. […] Gli scenari economici che abbiamo davanti non sono ancora incoraggianti ma siamo una banca forte e sana e non ci fermeremo nel nostro percorso di crescita”.

Capire perché la crescita dimensionale a tutti i costi abbia costituito l’obiettivo prioritario ad un tempo di amministratori, soci e tessuto socio-economico veneto (rappresentato ai massimi livelli nei consigli d’amministrazione delle due banche) è tema che andrebbe probabilmente affrontato con gli strumenti tipici dell’economia comportamentale (ad esempio, in termini di una generalizzata over-confidence) o della sociologia (cercando di individuare le radici ispiratrici di una agognata grandeur venetista). Qui però preferisco concentrarmi su un secondo aspetto.

Se c’è una lezione che studiosi e regolatori hanno appreso con forza e pienamente metabolizzato in seguito allo scoppio della grande crisi finanziaria globale è che una crescita eccessiva degli attivi delle banche – leggasi, crescita eccessiva del credito – è uno dei principali fattori alla base dell’insorgere del rischio sistemico. Una crescita troppo veloce dei prestiti si accompagna infatti ad una riduzione degli standard creditizi e un conseguente aumento dell’assunzione di rischio da parte degli intermediari. La letteratura accademica a tal proposito è sterminata, e ha fornito un solido supporto teorico ed empirico alla definizione di un approccio di taglio aggregato – cosiddetto macroprudenziale – alla supervisione degli intermediari finanziari, da affiancare al più tradizionale approccio microprudenziale.

Nella pratica, questo si è finora esplicitato lungo due linee d’azione che rispecchiano le due dimensioni del rischio sistemico identificate a suo tempo dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, vale a dire le dimensione cross-section e quella temporale. Da un lato, quindi, gli standard tecnici dell’EBA hanno imposto alle banche soggette al Meccanismo Unico di Supervisione di integrare la redazione dei propri piani di recovery, da sottoporre annualmente ai rispettivi Joint Supervisory Team, con una analisi di criticità sistemica delle funzioni economiche e dei servizi che l’intermediario stesso eroga. Ne consegue che le linee di business a maggior impatto sistemico dovranno essere le meno coinvolte dalle azioni di rientro che la banca dichiara di poter mettere in campo qualora si presentassero problemi di patrimonializzazione generati da shock specifici o macroeconomici. Dall’altro, il mandato dello European Systemic Risk Board (ESRB) è di verificare lo stato del cosiddetto ciclo del credito a livello di economie nazionali, e qualora si verificassero condizioni di crescita eccessiva degli aggregati creditizi intervenire con l’imposizione di una aggiunta di capitale contro-ciclico da applicare in maniera generalizzata.   

Con ogni probabilità, anche se fosse stato pienamente operativo tra il 2007 e il 2012 nessuno dei due meccanismi avrebbe intercettato la creazione di rischio sistemico generata dalla crescita a rotta di collo degli attivi di VB e BPVi. Nessuno dei due operatori eroga funzioni economiche veramente critiche (ad esempio, il credito erogato può essere ritenuto facilmente sostituibile; il ruolo nel sistema dei pagamenti è importante ma non tale da pregiudicarne irrimediabilmente il funzionamento), mentre la crescita di esposizione al rischio sarebbe risultata mascherata dalla contemporanea flessione degli aggregati creditizi, e quindi invisibile ai radar dell’ESRB. Ciò nonostante, la sensazione che in assenza di un intervento di carattere straordinario – vedi alla voce Atlante – il mancato successo delle operazioni di ricapitalizzazione avrebbe potuto innescare una vera e propria crisi bancaria di sistema è stata percepita con chiarezza da molti addetti ai lavori, regolatori compresi.

È evidente che in un mercato del credito nel suo aggregato debole, se non addirittura in contrazione, un operatore di dimensioni non trascurabili che opera in marcata controtendenza sta accumulando un livello eccessivo di rischio, che essendo destinato a materializzarsi con ritardo non può essere prezzato correttamente nel momento stesso in cui si genera. E proprio per questo, fenomeni di crescita anomala – anche individuale – dovrebbero essere sistematicamente monitorati e controbilanciati da adeguate misure di ispirazione macroprudenziale, e non solo microprudenziale (cioè intervenendo sulla valutazione della qualità dei crediti quando questi sono già nei libri della banca). È un insegnamento di cui le autorità di regolamentazione dovrebbero tener conto. Se succederà, potrebbe essere l’unica eredità positiva di tutta questa storia. 

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