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Un rimedio peggiore del male? E-mail
di Luca Salvatici
06 maggio 2016

Nei giorni scorsi a New York è stato firmato l’accordo approvato in occasione della Conferenza sui cambiamenti climatici tenutasi a Parigi lo scorso dicembre e che prevede di limitare l’aumento della temperatura globale al di sotto di 1,5 gradi centigradi rispetto all’aumento di 4 gradi previsto in mancanza di interventi. Il cambiamento climatico appare particolarmente importante per il settore agricolo visto che le rese sono direttamente influenzate da una serie di variabili fisiche come precipitazioni, temperature, venti, umidità e irraggiamento solare. Il contenimento della temperatura sembrerebbe quindi essere un obiettivo sinergico al miglioramento della sicurezza alimentare nella misura in cui verrà evitata la desertificazione o conseguenze catastrofiche, come quelle derivanti alla crescita del livello delle acque degli oceani.


D’altra parte le produzioni agricolo-forestali sono responsabili di un quarto delle emissioni antropiche di gas serra: l’agricoltura rappresenta quindi un settore cruciale per arrivare alla stabilizzazione del clima. Un Background Paper della Banca Mondiale (http://documents.worldbank.org/curated/en/2015/11/25250682/climate-change-impacts-mitigation-developing-world-integrated-assessment-agriculture-forestry-sectors) presenta i risultati di una valutazione comparata degli effetti del cambiamento climatico e degli interventi per evitarlo sui mercati agricoli. Tale valutazione è stata svolta utilizzando un modello di equilibrio parziale (GLOBIOM) per i settori agricoli, forestali e bioenergetici integrato con modelli biofisici per quanto riguarda le produzioni vegetali (EPIC), animali (RUMINANT) e forestali (G4M). Pochi si stupiranno nel leggere che il cambiamento climatico dovrebbe provocare una riduzione della disponibilità di calorie nell’ordine del 6 percento al 2050 e del 14 percento al 2080. Immagino invece che non tutti si aspetterebbero un’analoga riduzione della disponibilità alimentare nello scenario in cui si ottiene una stabilizzazione del clima ma proprio questa è la previsione associata all’applicazione generalizzata di una tassa sulle emissioni (‘carbon tax’). 

I risultati complessivi rappresentano evidentemente una media tra impatti assai differenziati. Il cambiamento climatico, infatti, colpirebbe soprattutto i paesi meno sviluppati ma questi sono gli stessi paesi che soffrirebbero di più a seguito dell’aumento dei prezzi degli alimenti generato dalle politiche di stabilizzazione.

Per evitare il cambiamento climatico occorrerà innanzi tutto procedere al taglio delle le emissioni, soprattutto quelle di anidride carbonica (CO2), evitando di utilizzare una parte delle riserve fossili. Sarà però anche necessario catturare l’anidride carbonica presente in atmosfera e attualmente l’unico sistema per fare ciò è rappresentato dalla fotosintesi. Ciò significa che superfici crescenti andranno destinate a tale scopo e solamente significativi aumenti di produttività della terra potranno rendere compatibile la stabilizzazione del clima con un’adeguata produzione di alimenti. In questa prospettiva va ricordato che qualsiasi esercizio di simulazione di scenari futuri è soggetto a numerosi elementi di incertezza e i risultati dipendono inevitabilmente dalle ipotesi che si adottano riguardo ad alcuni parametri cruciali come l’innovazione tecnologica che si renderà disponibile in un orizzonte temporale secolare.

A prescindere dal maggiore o minore fiducia che si ritiene di avere nel progresso tecnico, però, i risultati delle simulazioni ci ricordano che pensare all’ambiente e, più in generale, al futuro è difficile finché si ha la pancia vuota e per centinaia di milioni di persone la possibilità di un pasto decente al giorno è ancora un miraggio. Se si vuole evitare che le politiche di stabilizzazione risultino più dannose, almeno dal punto di vista della sicurezza alimentare, del cambiamento climatico stesso è necessario che tali politiche vengano disegnate in modo mirato e, soprattutto, occorrerà mettere in piedi delle misure redistributive al fine di rendere accettabili gli inevitabili costi.

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