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La difficile missione della ricerca pubblica extra-universitaria in Italia E-mail
di Achille Pierre Paliotta
11 aprile 2016

La notizia della misurazione delle onde gravitazionali, tramite due interferometri gemelli (Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory, LIGO), è stata annunciata, l’11 febbraio scorso, in contemporanea, in due conferenze stampa tenute simultaneamente negli Stati Uniti, a Washington, e in Italia, a Cascina (Pisa). La ricerca, pubblicata dal “Physical Review Letters”, è frutto della collaborazione scientifica LIGO e VIRGO, che fa capo allo European Gravitational Observatory (EGO), fondato dall’Istituto nazionale di fisica Nucleare (INFN) italiano e dal Centre national de la recherche scientifique (CNRS) francese. 


L’eccezionale osservazione sembra confermare un’importante previsione della Relatività generale di Albert Einstein del 1915, e apre uno scenario di scoperte senza precedenti sul cosmo. Come è stato scritto sul sito dell’INFN “per la prima volta, gli scienziati hanno osservato in modo diretto le onde gravitazionali: increspature nel “tessuto” dello spaziotempo, perturbazioni del campo gravitazionale, arrivate sulla Terra dopo essere state prodotte da un cataclisma astrofisico avvenuto nell'universo profondo”. É stata tale la risonanza della notizia, tra gli addetti ai lavori e la pubblica opinione, che lo stesso premier Matteo Renzi non ha potuto far mancare un suo tweet. “C’è anche la ricerca italiana nella storica scoperta delle #ondegravitazionali. Bravissimi i ricercatori di Cascina e dell’INFN”. Anche il ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Stefania Giannini, tra altri, ha ringraziato “tutti i ricercatori che, con questa fondamentale scoperta, ci permetteranno, d’ora in poi, di guardare al cielo con nuovi occhi. Come fece Galileo Galilei più di 400 anni fa”.

Tale scoperta può essere considerata, dunque, dopo quella del bosone di Higgs di qualche anno fa, un ulteriore contributo all’avanzamento delle scienze dei ricercatori italiani, e della ricerca pubblica extra-universitaria in particolare. La ricerca pubblica svolta negli Enti pubblici di ricerca (EPR) continua, difatti, a dare prestigio internazionale all’Italia ma qui vale chiedersi, invece, quanto l’Italia, e il suo Governo, facciano per consolidare e valorizzare tale comparto. Quest’ultimo viene continuamente trascurato dal dibattito politico e trova spazio nella stampa d’opinione solo a seguito di eventi straordinari, quale quest’ultimo, relativo alla scoperta delle onde gravitazionali.

Come si vede dall’esempio riportato, la materia della ricerca extra-universitaria è, invece, di assoluto rilievo perché se la ricerca universitaria – per definizione – è produttrice di conoscenza scientifica di base, quella extra-universitaria, svolta direttamente dagli EPR, ne è la conseguente applicazione operativa. La principale differenza è che quest’ultimo tipo di ricerca è guidata da una domanda a carattere istituzionale, espressa dal governo e dagli EPR medesimi. Quando la domanda istituzionale non è ben definita a livello di governo centrale o di ministero vigilante (come spesso accade per gli EPR) interviene una sorta di autoreferenzialità, che determina una crescente frammentazione e divaricazione tra produzione della conoscenza e suo sfruttamento applicativo, a fini della crescita sociale ed economica. Per quanto riguarda la ricerca privata delle imprese, invece, le istanze di carattere innovativo, che provengono dal mercato, non sempre sono – o, realisticamente, possono essere – colte dalle piccolissime e piccole aziende nazionali, principalmente a causa delle loro note caratteristiche di elevata specializzazione settoriale, forte segmentazione territoriale e ridotta dimensione. Tali caratteristiche strutturali, inoltre, molto spesso determinano una debole percezione dei fabbisogni tecnologici e innovativi, così come una loro precisa definizione a livello organizzativo. Di conseguenza, l’integrazione tra EPR e imprese è stata finora carente per colpa dell’assenza di incentivi selettivi di tipo professionale, sociale ed economico. Per di più, il terzo attore di questo scenario, cioè il Governo, ha brillato per la sua frammentaria e improvvisata azione. Per quanto riguarda gli esecutivi di corto respiro e scarse aspettative di vita tutto questo è facilmente comprensibile, considerata la natura della ricerca applicata, suscettibile di offrire ritorni di natura politica, economica e sociale solamente a medio e lungo termine.

In definitiva, in assenza di una lungimirante politica della ricerca, le poche misure per promuoverne il consolidamento non sono state per nulla sufficienti. Questo consolidato modello potrebbe, però, non ripetersi oggigiorno, in presenza di un Governo che pure avrebbe i numeri e la forza politica per portare avanti un vero disegno riformista nel campo della ricerca, tanto universitaria quanto extra-universitaria. In questo contesto, anche il sindacato, deve trovare la capacità di giocare un ruolo da protagonista nella definizione di un “Patto nazionale della ricerca”, basato sulle sinergie tra sfera innovativa, organizzativa, istituzionale e sfera del capitale umano di elevata qualificazione. Occorre, però, che il sindacato si confronti pragmaticamente sui problemi e sulla loro risoluzione, consapevole che i propri iscritti hanno tutto da guadagnare da un sistema della ricerca pubblica dinamico e in salute. Valorizzare anche in Italia (come già avviene nei paesi economicamente più sviluppati) la duplice relazione ricerca applicata-innovazione e innovazione-prodotti/produttività gioverebbe, difatti, non poco al sistema Paese.

Prima di poter affermare che un “Patto nazionale della ricerca”, tra tutti gli attori interessati, possa avere delle reali chances di successo e sia suscettibile di superare la complessiva situazione di disorganicità di intervento, ci sono comunque due snodi cruciali da superare:

1) la politica del finanziamento della ricerca. La spesa complessiva in ricerca, rispetto al PIL, è passata dall’1,13% del 2007 all’1,29% del 2014 ma con PIL calante (fonte Ocse, http://www.oecd.org/sti/sci-tech/msti.htm). È quasi inutile ricordare i dati negativi dell’Italia nel sostegno economico pubblico alla ricerca, nella quota di finanziamento da parte dell’impresa privata, nel numero di ricercatori e di laureati occupati negli organismi di ricerca, nella bilancia tecnologica ecc.., così come messo recentemente in luce anche dalle analisi del Gruppo 2003 per la ricerca scientifica-Scienza in rete http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/luca-carra-sergio-cima/ricerca-da-tre-soldi/febbraio-2016. Sempre da questo rapporto, dall’analisi dei Bilanci dello Stato, emerge come dal 2008 al 2014 la spesa della missione 17 (Ricerca e innovazione) sia passata da 4 a 2,8 miliardi, ovvero di come considerando tutte e 34 le diverse missioni quelle “maggiormente ridimensionate nel periodo considerato sono, nell'ordine, la missione Istruzione universitaria (-19,9 per cento in media), la missione Fondi da ripartire (-14,5 per cento in media) e la missione Ricerca e innovazione (-12,17 per cento in media)”.

2) la politica del personale della ricerca. Il Decreto legislativo n. 150 del 27 ottobre 2009, n. 15, di riforma della Pubblica amministrazione (la cosiddetta Legge Brunetta) prevede la riduzione degli attuali dodici comparti di contrattazione a un massimo di quattro (1. Sanità; 2. Regioni e Autonomie Locali; 3. Funzioni centrali, Stato, Enti pubblici non economici e Agenzie fiscali; 4. Scuola) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-01-08/pubblico-impiego-il-contratto-restano-4-aree-063714.shtml?uuid=ACC0zD6B.  Per il comparto degli EPR ciò potrebbe significare, di fatto, un ritorno alla disciplina di cui alla Legge 20 marzo 1975, n. 70 (che incluse gli EPR nel Parastato, omogeneizzando lo stato giuridico ed economico del personale addetto alla ricerca con quello dei dipendenti di enti molto eterogenei quanto al profilo funzionale e organizzativo) oppure l’inserimento, tout-court, nel comparto della Scuola. Ferma restando la riduzione delle aree contrattuali, nell’ambito della Pubblica Amministrazione, per quanto riguarda il settore della ricerca pubblica (che è dotato di risorse umane di particolare qualificazione) sembrerebbe, invece, ragionevole non solo arrivare alla definizione di un quinto comparto ma addirittura provare ad unificare il quadro contrattuale del comparto pubblico, da un lato, e quello della ricerca privata, dall’altro, così come prospettato, ad esempio, nello “Schema di legge sul lavoro di ricerca nel settore privato” messo a punto dall’Associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali, ADAPT (http://us3.campaign-archive1.com/?u=477f592c29b5a739ce4cc8917&id=89136e3df0).

A parere dello scrivente, questi due nodi sono oramai ineludibili e se non verranno affrontati con la dovuta risolutezza rischiano di pregiudicare, in maniera irreparabile, l’effettivo rilancio del comparto. Per una sua adeguata valorizzazione si dovrebbero, difatti, necessariamente prevedere varie misure:

- delineare un piano pluriennale della ricerca che individui progetti strategici concernenti l’innovazione tecnologica,  la qualità della vita e lo sviluppo dell’economia del Paese;

- definire chiaramente una governance di settore, con un unico punto di coordinamento delle politiche della ricerca (ad esempio, l’Agenzia italiana per la Ricerca scientifica (Airs), direttamente collegata con la Presidenza del Consiglio, come proposto anche dal Gruppo 2003;

- valorizzare gli Istituti e le strutture esistenti, senza sovrapposizioni di competenze e in stretto rapporto con il mondo produttivo delle piccole e medie imprese; 

- prevedere un apposito comparto della Ricerca, Università e Alta formazione artistica, musicale e coreutica (AFAM) da istituire presso la Presidenza del Consiglio;

- salvaguardare l’autonomia della ricerca, innanzitutto garantendo un serio e peculiare sistema di valutazione dei risultati da essa prodotti.

In conclusione, come si vede, i problemi sul tappeto non sono pochi ma dall’effettiva capacità di “cambiare verso” passa il futuro prossimo della ricerca pubblica italiana e, di conseguenza, di un importante anello dello sviluppo socio-economico del Paese.

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