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L'euro ha bisogno di un ministro del Tesoro, vero E-mail
di Roberto Tamborini
24 febbraio 2016

In una lettera congiunta pubblicata da diversi quotidiani europei (La Repubblica, 9 febbraio), i banchieri centrali di Germania e Francia, Jens Weidmann e François Villeroy De Galhau, si schierano a favore della creazione di un "ministro del Tesoro" comune per i paesi dell'euro. Perché la risonanza della lettera nelle cancellerie sembra essere stata assai minore che nelle redazioni dei quotidiani?


L'idea di un ministro del Tesoro dell'euro è nata con l'euro stesso (e ancor prima nella visione federalista), in quanto era chiaro sin dall'inizio che non è possibile costruire un'unione monetaria solida e duratura senza un'unione fiscale, ovvero politica. L'idea fu accantonata, e rimandata a tempi più propizi, perché all'epoca il compromesso possibile tra Germania e Francia, e i  paesi ad essi consociati, fu cedere la sovranità monetaria ma non quella fiscale. I tempi più propizi per l'unione fiscale si sono manifestati attraverso la peggior crisi europea del dopoguerra, i cui effetti rappresentano tuttora un grave pericolo di crollo dell'Unione monetaria.

Sempre per precisione e verità, tralasciando la schiera di studiosi e intellettuali indipendenti che non si son mai stancati d'indicare la strada dell'unione fiscale, tra le autorità istituzionali europee il primo a richiamarne la necessità con urgenza è stato Mario Draghi, essendo in prima linea (e solo) sotto il fuoco ardente della crisi, con una paziente e ricorrente pedagogia comunicativa di cui si può trovare memoria in numerosi discorsi pubblici disponibili sul sito della Banca centrale europea (www.ecb.org). Poi si sono espressi anche gli altri vertici istituzionali europei (Parlamento, Consiglio, Commissione) con documenti molto ambiziosi  in cui viene tracciata addirittura la roadmap verso l'unione fiscale.

Detto questo, la lettera di Weidmann e De Galhau contiene senza dubbio delle novità importanti, oltre ad avere diversi risvolti simbolici. Germania e Francia, come ricordato prima, sono i principali contraenti del patto matrimoniale dell'euro. Le banche centrali dei due paesi, per la prima volta, esprimono, al massimo livello, sostegno pubblico alla linea di pensiero del "loro" presidente della BCE (e qui la notizia riguarda soprattutto la Bundesbank); difficile non immaginare l'avallo dei rispettivi governi (e qui la notizia riguarda la Francia che consente di parlare di cessione di sovranità). Quanto al contenuto, ci sono tre punti di rilievo.

Il primo è il riconoscimento che tutti i paesi della Zona Euro presentano criticità economiche di medio e lungo termine che da soli non riescono ad affrontare e risolvere (per cortesia, i due autori parlano di Francia e Germania, il che non è poco per i veri o presunti primi della classe). Il secondo è l'ammissione che il sistema di sovranità vincolata messo in piedi a Maastricht non ha funzionato, e non stanno funzionando i rattoppi imbastiti nella furia della crisi (Fiscal Compact, ecc.); qui l'analisi è un po' a mezza bocca, ma è meglio dell'ostinato silenzio precedente. Il terzo punto è il riferimento esplicito alla natura politica della nuova autorità fiscale europea. Così scrivono i due autori:

 

"Ci troviamo a un bivio e la domanda ora è: come uscire da questa situazione? Una maggiore integrazione appare la soluzione più semplice per ripristinare la fiducia nell'euro (…) A tal fine sarebbe necessario che gli Stati membri della zona euro acconsentissero a una condivisione della sovranità e dei poteri a livello europeo, cosa che comporterebbe una più grande responsabilità democratica" (corsivo mio).

 

Questo è il passaggio chiave che apre all'unione fiscale. Ma, come spesso accade nei documenti europei, le parole possono avere diversi significati. Quanto all'unione fiscale i significati possibili sono due. Uno è quello di un organo politico, cioè in qualche maniera legato al parlamento europeo e all'espressione della volontà dei cittadini. Ma c'è un altro significato, racchiuso in una delle innumerevoli sigle brussellesi: EFB, European Fiscal Board, che si può tradurre "autorità fiscale europea". Di cosa si tratta?

Per scoprirlo è utile leggere un altro documento, di un altro membro del direttivo della BCE: la relazione di Benôit Cœuré a un convegno di studio svoltosi a Francoforte il 27 gennaio, dunque pochi giorni prima della lettera dei suoi due autorevoli colleghi. Il convegno aveva come oggetto proprio la costituzione (non l'idea ipotetica) dell'EFB. Tale organismo è, infatti, già previsto nei vari provvedimenti di rafforzamento degli organi di governo dell'Unione monetaria attualmente vigente.

In sintesi, l'EFB è concepito come un'autorità fiscale indipendente, questa è la parola chiave, sul modello della BCE. Ossia un tavolo di autorevoli esperti (sebbene, presumibilmente, nominati dai governi come i membri del direttivo della BCE) che prendono decisioni (presumibilmente a maggioranza) su quale sia la politica fiscale complessiva per l'intera Zona Euro più adatta in ogni dato momento, ma svolgono anche il ruolo di guardiani delle vigenti regole di finanza pubblica dei singoli paesi membri. E' istruttivo l'esempio che propone Cœuré. Se si ritiene necessario un maggior stimolo fiscale per la Zona Euro, esso deve provenire dai paesi che hanno margine per farlo (esempio, Germania), non dai paesi che non ce l'hanno (esempio, Italia). Non è chiaro quali strumenti avrà l'EFB per rendere operativa questa decisione, ma sicuramente non avrà risorse proprie, perché di condivisione di risorse fiscali, nell'Unione monetaria vigente, proprio non se ne parla. Va anche aggiunto che, come la BCE si ramifica nei paesi membri attraverso le banche centrali nazionali, così all'EFB faranno capo i "Consigli fiscali nazionali", anch'essi authority indipendenti, di cui noi in Italia abbiamo già un esempio nella Corte dei conti.

Bastano questi pochi tratti per capire che questo nuovo organo di governo dell'Unione monetaria presenta problemi enormi, anche solo tecnici, operativi e di raccordo con la BCE e la Commissione europea. Ma il punto fondamentale è un altro: con tutta evidenza l'EFB non può essere il ministero del Tesoro dell'euro, così come se lo immagina qualunque comune cittadino europeo o lo auspicano i federalisti europei, in quanto non ha una natura politica, non ha una legittimazione democratica e le sue decisioni non saranno l'espressione di una volontà popolare europea costituzional­mente definita, né in tal modo esse potranno essere modificate (se un governo sbaglia politica economica perde le elezioni e viene sostituito da un altro, e se sbaglia l'EFB?). Esso è invece concepito come l'ennesimo organo di controllo tecnocratico d'indirizzo, controllo e sanzione dell'operato dei governi. Con l'EFB non si fa alcun passo verso una vera unione fiscale, né tanto meno vero una vera Europa federale.

Di cosa parlano dunque Weidmann e De Galhau? Per capirlo bisogna arrivare in fondo alla lettera, dove dopo la carota dell'unione fiscale arriva il bastone dell'EFB - o peggio:

 

"Se i governi e i Parlamenti della zona euro dovessero tirarsi indietro sulle implicazioni politiche di un'Unione vera e propria, l'unica opzione rimarrebbe un approccio decentralizzato fondato sulla responsabilità individuale e su regole più stringenti" (il corsivo è mio).

 

Si può dire che questa lettera ha il merito di esporre le alternative tra cui i governi possono scegliere: o una vera politica fiscale comune o più polizia fiscale. Si può anche osservare che non è compito dei funzionari di stato imporre condizioni ai governi propri e men che meno altrui. Ma forse i due banchieri centrali hanno solo preannunciato quale sarà la linea che i loro governi terranno rispetto ai partner europei. Ad ogni modo la risonanza della lettera nelle cancellerie sembra essere stata assai minore che nelle redazioni dei quotidiani. In Italia c'è stato uno scambio di opinioni tra Eugenio Scalfari e il Presidente del consiglio Renzi. Il fondatore di Repubblica lo ha sollecitato a prendere posizione facendosi promotore della vera unione fiscale, in modo da scongiurare la minacciosa alternativa. Renzi ha risposto dicendo che il problema è quale politica economica si fa in Europa, non chi la fa. C'è da scommettere che altri capi di governo la pensino così. Tony Blair, sempre su Repubblica, gli ha dato sostanzialmente ragione, ma si sa, la Gran Bretagna è insulare. Questa posizione rischia di essere poco lungimirante, ma coglie il punto, non di chiarezza, bensì di ambiguità della lettera franco-tedesca. Finché i governi europei, e i loro elettori, non vedranno chiaramente dove conduce la strada dell'unione fiscale, e le vere intenzioni dei compagni di viaggio, difficilmente si troverà chi vorrà fare il primo passo.

        

          

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