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Quattro domande sulla Terra dei Fuochi E-mail
di Achille Flora
18 gennaio 2016

Il recente comunicato stampa, emanato dall’Istituto Superiore della Sanità (ISS), sull’aggiornamento dei dati sul rapporto tra inquinamento ambientale e diffusione di patologie oncologiche e deformazioni alla nascita, nei comuni ricadenti nella Terra dei Fuochi, ha rilanciato l’allarme su un fenomeno grave. In contrasto, le autorità locali tendono ad evidenziare la salubrità dei prodotti agroalimentari provenienti da tali aree, oltre al limitato inquinamento dei suoli. Tale enfasi sui risultati positivi delle analisi trovano giustificazione nell’aggressiva campagna mediatica che ha generato allarme nei consumatori di prodotti agroalimentari campani determinando seri danni alle imprese produttrici e all’economia regionale. Valga per tutti il caso della mozzarella di bufala campana, un prodotto DOC di eccellenza esportato su scala internazionale e che ha visto ridurre il suo export del 44,7% tendenziale nel terzo trimestre 2014, in piena crisi ambientale, pari a 23 milioni di euro in meno rispetto allo stesso periodo del 2013.


Qual è la verità su Terra dei Fuochi?

Le analisi sono state condotte su 88 comuni individuati da due direttive ministeriali in base al loro interessamento come siti di discarica, autorizzati o no, aree d’incendi rilevanti, siti interessati da interramento di rifiuti e siti agricoli contaminati. Le analisi hanno interessato 88 comuni (inizialmente 57 comuni e poi estese ad altri 31 comuni), In totale, su circa 94 ettari di superficie agricola analizzata, il 61% rientra nella classe A (terreni idonei a produzioni agroalimentari); il 22% nella classe D (divieto di produzioni agroalimentari e silvo pastorali); il 16% nella classe B (limitazioni a determinate produzioni agroalimentari in determinate condizioni).

A contrastare la negatività di un 38% di suoli agricoli analizzati sottoposti a divieto o limitazioni delle produzioni agroalimentari, vi è la constatazione che la presenza nei terreni di calcare, sostanze organiche ed argilla riduce la mobilità dei metalli immessi da fonti inquinanti, limitando il passaggio della loro frazione solubile nella vegetazione e nelle coltivazioni agricole, attraverso l’assorbimento di acqua dalle radici. Infatti, le analisi condotte sui prodotti agricoli e vegetazione spontanea, attestano che, tranne 5 campioni su terreni agricoli non coltivati - risultati non conformi in 4 casi ed uno solo in superamento del livello d’azione delle diossine - “nessuno dei prodotti agricoli per l’alimentazione umana risulta non conforme ai limiti normativi” (ARPAC, 2015).

Analogamente le analisi radiometriche rilevano che “in nessun terreno si riscontrano valori anomali di radioattività dello strato superficiale del suolo” e dalle indagini geomagnetometriche, finalizzate alla ricerca di rifiuti metallici, emerge che solo in 16 terreni si riscontrano positività.

Le analisi chimico-fisiche sulle acque d’irrigazione, in assenza di un regolamento sui loro parametri di qualità, si sono indirizzate a verificare correlazioni con possibili cause d’inquinamento del suolo.

Qual è la causa dell’elevata incidenza di tumori e deformazioni alla nascita?

L’ISS, pur premettendo che non è possibile stabilire scientificamente un nesso causale tra inquinamento e incidenza dei fenomeni oncologici, afferma che nei comuni di Terra dei Fuochi si rileva un maggior numero di malattie e mortalità dovute a patologie neoplastiche e un’elevata prevalenza di malformazioni alla nascita, proprio nelle aree interessate da smaltimenti illegali di rifiuti pericolosi o incendi di rifiuti industriali e urbani.  Fenomeni che colpiscono particolarmente bambini e adolescenti, specie se in famiglie in condizioni economiche disagiate. L’ISS fa riferimento a possibili cause multifattoriali tra cui include l’inquinamento ambientale, da approfondire con studi mirati. Le indagini chimico-fisiche condotte sui terreni classificati a rischio molto alto, hanno riscontrato che gli inquinanti riscontrati con maggiore frequenza nei suoli sono diossine, alcuni metalli pesanti e gli Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA). Gli IPA, in particolare, sono inquinanti atmosferici identificati come cancerogeni, mutageni ossia responsabili di mutazioni genetiche, teratogeni ossia indicativi di uno sviluppo anormale del feto in gravidanza e, quindi di deformazioni alla nascita. Gli IPA derivano dalla combustione di rifiuti urbani e industriali e diffusi nell’aria e, insieme a diossine e metalli, possono produrre le patologie di cui soffre la popolazione dei comuni di Terra dei Fuochi. Andrebbe, quindi, monitorata l’aria, ma l’ARPAC dispone di un numero insufficiente di centraline nell’area interessata, tale da non consentire un monitoraggio della qualità dell’aria.

Chi inquina in Terra dei Fuochi?

Le cause di questo disastroso inquinamento ambientale sono molteplici e denunciano un uso generalizzato del territorio come discarica di rifiuti urbani e industriali. Se il fenomeno degli interramenti di rifiuti tossici data da più anni ed è dovuto anche ad imprese esterne all’area, quello degli incendi dei rifiuti industriali è più recente e coincide con gli effetti della crisi economico-finanziaria. La prima a denunciare questo fenomeno è stata Legambiente che, dai rapporti dei vigili intervenuti a spegnare i roghi, ha rilevato nel 2013 la presenza di residui di lavorazioni di plastica, pelli e tessuti. In realtà nell’area è presente un magma di micro imprese di vari settori merceologici, oltre a tre distretti industriali dei settori tessili e delle calzature, che vi insistono in tutto o in parte, con più di 12mila imprese. Le imprese che abbandonano o incendiano rifiuti industriali nell’area sono imprese che operano nella contraffazione di marchi, imprese che eludono o evadono normative su lavoro, sicurezza e ambiente, ma anche imprese che, a fronte delle difficoltà determinate dai gravi effetti della crisi nel Mezzogiorno, provano a recuperare redditività evadendo i sistemi legali di smaltimento dei rifiuti industriali.

Quali politiche?

Le politiche finora impiegate sono state repressive, d’indagini ambientali e sui loro effetti sulla salute, di promozione e di controinformazione sulla salubrità dei prodotti agroalimentari. Quelle repressive hanno verificato l’introduzione nel nostro ordinamento del reato ambientale per l’abbandono o l’incendio di rifiuti, affermando il criterio della responsabilità oggettiva dell’impresa per omessa vigilanza, oltre all’uso dell’esercito per la vigilanza territoriale. Gli effetti di queste azioni hanno si ridotto il numero degli incendi (-50% in provincia di Caserta e -30% in provincia di Napoli), ma non li ha debellati. Nel 2014 si registrano ancora 1885 incendi nel napoletano e 646 nel casertano. I dati parziali sul primo semestre 2015 evidenziano una notevole riduzione degli incendi, sempre che non sia dovuta a una riduzione dell’attività produttiva.

Quello che è mancato - e ancora manca - è una politica industriale di riconversione green dei processi produttivi locali, di trasmissione d’innovazione e crescita dimensionale delle imprese in modo da orientarle verso una strategia fondata sull’innovazione. I distretti industriali campani e il magma di micro imprese che li attornia, così com’è ormai tipico dell’industria meridionale, soffrono di bassa propensione a cooperare e ad esportare. Il loro orizzonte prevalente è il mercato interno e locale, nel quale attuano strategie di sopravvivenza fondate sull’abbassamento illegale dei costi di produzione e gestione del ciclo produttivo. E’ una problematica che va affrontata integrando politiche strategiche nazionali con politiche industriali regionali, individuando istituzioni locali intermedie in grado di essere presenti sui territori, conoscere le problematiche dei comparti produttivi, offrire soluzioni alternative all’illegalità vantaggiose e concrete.

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