Home arrow Finanza arrow A 19 anni dal fallimento della Banca di Credito di Trieste: una riflessione dovuta
A 19 anni dal fallimento della Banca di Credito di Trieste: una riflessione dovuta E-mail
di Mitja Stefancic
21 dicembre 2015

Qualche mese fa si è finalmente conclusa la liquidazione coatta della Banca di Credito di Trieste (BCT). Il percorso che ha portato alla liquidazione è durato ben diciotto anni. Si tratta di un fallimento bancario interessante da molti punti di vista, anche per il fatto che la BCT fungeva in passato da pilastro portante del sistema economico della comunità slovena nel Friuli Venezia Giulia. Dal novembre del 1996, mese in cui è stato dichiarato il fallimento della stessa, molte cose sono cambiate sia sul fronte della vigilanza bancaria, sia sul fronte dei rapporti politici tra l’Italia e la vicina Slovenia. Lo stesso sistema bancario italiano è cambiato significativamente negli ultimi tre decenni (De Bonis, 2008). Sorge dunque spontanea la domanda: le cose si sarebbero svolte in modo differente qualora il fallimento si fosse verificato nei giorni nostri, dato che negli ultimi anni abbiamo assistito a molti possibili fallimenti bancari con susseguenti salvataggi, spesso attraverso soldi pubblici?


Come detto, la BCT è fallita alla fine del 1996, portando allo stato d’insolvenza numerose imprese di piccole dimensioni, spesso operanti nel ramo dell’import-export, che rappresentavano una parte fondamentale dell’indotto economico degli Sloveni in Italia. Il fallimento si è verificato dopo quarant’anni di operatività positiva nel ramo dell’intermediazione finanziaria, anche se – bisogna annotarlo per correttezza – i segnali di un possibile fallimento erano chiari già dalle ispezioni della Banca d’Italia avvenute tra gli anni 1991 e 1994. Gli ispettori della Banca d’Italia avevano infatti segnalato inizialmente una politica carente sul fronte dei prestiti bancari e, in seguito, una situazione di instabilità interna causata dalle perdite registrate sui prestiti ed alcuni finanziamenti accordati negli anni 1992 e 1993 (Tavčar, 2011).

Dalle seguenti indagini è emersa inoltre una vigilanza interna lacunosa da parte degli stessi organi della BCT: le politiche decisionali da parte del management erano quantomeno discutibili, visto che negli ultimi anni molti prestiti venivano concessi “in fede”, senza le dovute garanzie (Cianfanelli, 1996). Ad alcuni tentativi di aumento del capitale della banca è seguito il tonfo alla fine del 1996, in seguito alla chiusura delle partecipazioni della Banca Popolare di Brescia e, subito dopo, di quelle della principale banca slovena Nova Ljubljanska banka. Alcuni intellettuali e diplomatici hanno colto in questo gesto la scarsa volontà del Governo sloveno dell’epoca (o, per certi versi, persino un rifiuto) ad aiutare economicamente la minoranza slovena in Italia (Kosin e Čačinovič, 2000). La crisi della banca BCT era dunque inevitabile.

La liquidazione coatta della banca è iniziata nel 1996 dopo che, su indicazione dell’allora Ministro per il Bilancio e la programmazione economica Carlo Azeglio Ciampi, alla banca è stata tolta la licenza di operare sul mercato. L’iter per il risarcimento dei creditori della BCT è stato veramente lungo. In base alla nota finale dei commissari straordinari Raffaele Lener e Marco Zanzi, la liquidazione ha compensato il 60 percento dei crediti della banca. Alla data della stesura del presente articolo non ci sono stati ricorsi al Tribunale di Trieste da parte dei creditori.

Dalla vicenda della BCT si possono trarre alcuni insegnamenti importanti. Innanzitutto, la vigilanza sulle banche è oggi presumibilmente molto più attenta alle operazioni bancarie. Se da un lato l’intermediazione finanziaria è sicuramente più complessa di quanto lo fosse stata vent’anni fa, anche gli strumenti in mano a chi ha il dovere di vigilare sulle banche sono più potenti ed efficaci. Ragionando per ipotesi, la stessa vicenda della BCT avrebbe potuto avere dei risvolti molto diversi se si fosse verificata in questi anni. In qualche modo, dunque, il fallimento della BCT ha segnalato in anticipo rispetto ai tempi l’importanza di monitorare efficacemente sulle banche. Nel caso della bancarotta della BCT le conseguenze sono state percepite principalmente dalla comunità slovena in Italia, che è oggi meno autonoma da un punto di vista finanziario e, pertanto, più dipendente dalle sovvenzioni regionali del FVG. Peccato, in quanto in un momento in cui si fa fatica a stabilire dei solidi rapporti economici, le banche di confine – soprattutto se in mano alle minoranze etniche – potrebbero svolgere un ruolo molto positivo in tale direzione.


Riferimenti

Cianfanelli, R. (1996) Giallo al confine. Corriere della Sera, 4 novembre 1996.

De Bonis, R. (2008) La banca. Roma: Carocci.

Kosin, M. e Čačinovič, R. (2000) Začetki slovenske diplomacije z Italijo: 1991-1996. Lubiana: FDV.

Tavčar, V. (2011) Polom. Tr×aška kreditna banka, zgodba o uspehu z ×alostnim koncem. Trieste: NŠK.

 

 

 

  Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >