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L’inutile dibattito sul Jobs Act E-mail
di Francesco Giubileo
14 settembre 2015
Niente anche questo mese di Agosto, ci regala commenti pro e contro il Jobs Act, la stragrande maggioranza dei quali sono inutili e perfino “dannosi”. Facciamo un elenco delle cose che non si dovrebbero fare, ma comunque si fanno.

 

Senza un vera e propria analisi empirica, il Governo (in primis il PD) si è messo tenacemente alla ricerca di dati e analisi che dimostrassero l’impatto positivo del Jobs Act (e degli incentivi previsti dalla delega fiscale) sul mercato del lavoro. Questa azione ha prodotto un commento sfrenato dei dati amministrativi INPS e le rilevazioni delle Forze lavoro Istat. Operazione palesemente sbagliata, eticamente non corretta e soprattutto rischiosa politicamente perché può ritorcersi contro. Infatti è esattamente quello che è successo.


Le analisi che si basano sul prima e dopo la riforma sono sbagliate, non tengono in conto l’effetto di migliaia di variabili (Export, contrattazione salariale, produttività del settore, impatto di un particolare shock economico_vedi Expo, ecc…ecc…). Al primo anno di statistica, scienze politiche ed economia del lavoro, si insegna cosa significa una correlazione spuria. La fallacia ecologica è rappresentata dalla distorsione di come si vede la realtà e nelle valutazioni delle politiche del lavoro potrebbe provocare conseguenze rilevanti: investire finanziamenti in strumenti non adeguati oppure non finanziari gli stessi perché le valutazioni realizzate sono palesemente sbagliate.

Al dibattito attuale sono spesso coinvolti “noti“ giuslavoristi o docenti di diritto a cui spesso viene chiesto di formulare un giudizio sul Jobs Act, in molti casi purtroppo queste persone commettono la “distorsione” appena citata. A volte si basa su opinioni soggettive, qualche analisi dell’Istat (mi riferisco alle semplice pubblicazione) o di altre fonti senza il minimo supporto scientifico alle loro considerazioni. Il risultato è quello di appoggiare o critica la riforma senza “utilità”, direi quasi per “sport” o per pubblicare un testo su un quotidiano nazionale.

Purtroppo come tutte le riforme, la valutazione richiede del tempo, per questo sarebbe opportuno aspettare il primo giudizio dell’apposito “comitato scientifico” (sperando di risolvere alcuni problemi di disponibilità dei dati), creato dopo la Riforma Fornero e appositamente riattivato dal Ministero del lavoro per valutare il Jobs Act.

Tornando ai giuslavoristi, nessun sociologo o economista del lavoro si sognerebbe di addentrarsi nel difficile compito dell’interpretazione o studio giuridico delle norme; nella valutazione delle politiche del lavoro (regolamentazione, politiche attive/passive e servizi per l’impiego) sono necessarie conoscenze “econometri che” che non credo siano insegnate in ambito del diritto del lavoro.  In particolare, sono necessarie determinate competenze in analisi dei dati, grazie alle quali è possibile utilizzare tecniche di valutazione come il Propensity score matching o il  difference in difference .

Qualsiasi giudizio che esula dai “canonici” criteri di valutazione non dovrebbe essere oggetto di approfondimenti da parte della “politica”, purtroppo sappiamo già che errori/orrori sull’impatto della Riforma si continueranno a fare. Ad esempio, dai contorni quasi “deliranti” risulta essere il dibattito sui lavoratori assunti dal Movimento 5 stelle, ma possibile che si possa perdere tempo su come queste persone sia state assunte e che questo sia un buon/cattivo indice di successo della misura (tralasciando il fatto che se le persone sono state assunte successivamente all’entra in vigore della Riforma è naturale che saranno stati assunti con i nuovi contratti di lavoro indipendentemente dalla volontà/ opinione del movimento).

Aldilà del giudizio della riforma nel suo complesso (di cui ancora mancano dei pezzi), si continua ad insistere sul suo ruolo nell’andamento del mercato del lavoro, quando proprio attraverso le tecniche descritte precedentemente, non esiste studio che possa provare con chiarezza e “significatività” una relazione (o meglio associazione) causale tra modifica regolamentazione e successo nel mercato del lavoro, ripeto “non esiste” al mondo e se dovreste trovarla, prego di segnalarmela. In realtà, l’ipotesi da verificare è se la Riforma riduca o meni il livello di “precarietà” di lavoro (soprattutto quella focalizzata sui giovani) e in generale se gli incentivi economici abbiamo avuto successo o meno (cioè va verificato se i contratti realizzati si sarebbero realizzati lo stesso anche senza incentivi).

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