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Riforme e risanamento vie d'uscita dalla recessione per la Sicilia E-mail
di Gaetano Armao
14 settembre 2015

Leconomia siciliana continua ad arretrare nel vortice della recessione. Il 'sistema Italia' consolida, invece, la lenta ripresa, già  partita quest'anno, e che si irrobustirà nel prossimo. Sono queste le convergenti conclusioni del "Rapporto sul Mezzogiorno 2015" della Svimez e del “Report Sicilia 2015″ della Fondazione Curella, presentate  alcune settimana fa, che registrano altresì per la Sicilia condizioni disastrate del mercato del lavoro ed il più alto rischio di povertà tra le regioni italiane (41,8%), mentre cresce esponenzialmente il divario in tutti i comparti, riducendo leconomia regionale ad uno stato comatoso.

 


Nell'indifferenza della politica - in tutt'altre faccende affaccendata - leconomia siciliana resta nel pantano e così la Fondazione Curella registra la crescita del tasso di disoccupazione (23%): "se ai quasi 400 mila disoccupati si sommano i 600/650 mila soggetti che vorrebbero lavorare, la massa degli emarginati dal mercato del lavoro sarebbe di oltre un milione di persone. In tal caso, il tasso di disoccupazione per così dire allargato si impenna al 44%”.

Un dato drammatico che riporta la Sicilia agli anni '50.

Vero è che le flebili dinamiche positive che spingono l'economia del Paese sono dovute prevalentemente a fattori esogeni (decremento del prezzo del petrolio, deprezzamento dell'euro, varo del q.e. da parte della BCE, maggiore flessibilitàà dei vincoli di bilancio) piuttosto che all'incerta capacitàà delle riforme già varate. Tuttavia il divario con il nord del Paese si allarga sempre più, relegando lIsola a prospettive di crisi irreversibile e ad un inesorabile declino.

E così i settori nei quali la Regione si colloca ai primi posti delle classifiche nazionali sono: il tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile; quello dell'emigrazione dei laureati; i rischi di dissesto idrogeologico, le percentuali di immigrati ricoverati; ritardi nei pagamenti e fallimenti d'impresa.

Il PIL pro-capite del Sud era pari al 57% di quello del Centro-Nord nel 2007, nel 2015 saràà sotto il 55%, mentre i tagli alla spese in conto capitale, esercitano un effetto depressivo che, insieme a quelli alle spese correnti, concorrono a penalizzare leconomia del meridione (S. Prezioso, Gli effetti delle manovre nel biennio 2014/2015: una valutazione territoriale, www.nelmerito.com, 6.3.2015). Se Pino Daniele si sentiva un nero a metà, ma era un valore aggiunto per la sua musica, i meridionali sono ormai stabilmente italiani a metàà (per PIL, dotazione infrastrutturale, qualitàà dei servizi pubblici etc.), salvi gli stessi oneri fiscali.

Secondo le più recenti stime della Banca d'Italia, tra il 2000 e il 2008 i flussi redistributivi in termini reali verso il Mezzogiorno sono stati pari in media a circa 56 miliardi di euro all’anno (3,9 per cento del PIL nazionale), con variazioni di anno in anno contenute. Nel biennio 2009-2011, la forte flessione del prodotto e la crescita di tali flussi (saliti a oltre 60 miliardi all’anno, ne hanno addirittura innalzato lincidenza al 4,4 per cento del PIL. Tali flussi si sono successivamente ridotti sensibilmente, fino a circa 44 md€ nel 2012 (3,2 per cento del PIL) (Banca d'Italia, Economie regionali. Leconomia delle regioni italiane Dinamiche recenti e aspetti strutturali, Roma, 2014, 51).

Mentre con riguardo ai tempi di impiego dei fondi europei, lo ricorda G. Viesti (Fondi strutturali, opere pubbliche, Mezzogiorno. Dov’è il problema?, www.nelmerito.com, 12.1.2015), l'inerzia è in parte ascrivibile a complessità dei progetti, farraginosità delle procedure, maggiore incidenza percentuale delle infrastrutture sui fondi assegnati. Tant'è che sugli interventi che non rientrano nei lavori pubblici (beni e servizi, contributi e incentivi alle imprese) a fine 2013 la velocità della spesa è uguale nel Paese.

Se a questi dati aggiungiamo la sostanziale censura della Corte dei conti sul Rendiconto generale della Regione 2014 - solo dei primi di luglio, ma ben presto passata nel dimenticatoio - va constatato il dissesto finanziario al quale si sta condannando la Sicilia.

Per i giudici contabili il ciclo del bilancio non rispetta "le condizioni temporali ed i presupposti sostanziali posti dal legislatore" e pregiudica "l'insieme della funzione programmatoria e la corretta gestione della finanza pubblica regionale", il bilancio risulta predisposto in base a "stime non attendibili" e la stessa legge di stabilità, che introduce modifiche peggiorative dei saldi di finanza pubblica e norme prive di chiare coperture finanziarie, non rispettano l'ordinamento contabile".

All'esito della parificazione la Corte ha così imposto un assestamento da 1,3 md€ - che l'Ars deve varare al più presto, ma di questo non si parla - e contestato, la crescita del debito (+2,7 md€ in 30 mesi, giunto sino ad 8 md€) e lanciato l'allarme sul sistema delle partecipazioni regionali, la cui riforma del 2011 è rimasta inapplicata, che scarica oneri impropri sulla finanza pubblica regionale.

Nell'aggravamento della crisi la Regione dimostra l'incapacità di affrontare serie riforme ed un deciso risanamento. Di converso lo Stato, dopo aver ricavato dalla Sicilia oltre 10 md€ (compresi i circa 5 md€ dell'accordo con il quale la Giunta regionale ha rinunciato ad entrate derivanti da contenziosi costituzionali vittoriosi) e aver ridotto drasticamente investimenti in infrastrutture (-40% rispetto al 2000 secondo SVIMEZ), ha allungato, a mo' di elemosina, 500 mn€, sottacendo che queste somme spettano comunque all'Isola. Si tratta di una 'dazione' alla politica, al di fuori di ogni istituzionale concertazione finanziaria.

Stato e Regione aggravano così gli effetti degli errori di politica economica dell'eurozona che deprimono il sud d'Europa, confermando i sospetti di un "default guidato" (economico, prima, e poi istituzionale) della Sicilia.

Nel 2016 anche la modesta previsione di crescita del PIL (+0,5%, Malta nel 2015-16 supereràà il 7%), pur effetto di trascinamento indotto dal trend nazionale, saràà compromessa dal disequilibrio di un bilancio regionale nel quale cresce la spesa corrente (+600 mn€ solo per quella sanitaria), diminuisce quella per investimenti (rispettivamente 83% e 17% degli impegni assunti), i ritardi nei pagamenti (+25%) portano al dissesto imprese e famiglie.

A ciò si aggiunge l'impugnativa (la prima) del governo statale della legge di stabilitàà regionale 2015 che contesta la legittimità delle appostazioni 2016-2017, anni nei quali si dovranno, peraltro, rispettare le regole dell'armonizzazione contabile.

Occorre reagire a questa prospettiva di ‘decrescita infelicealla quale sembra condannata l'Isola - non dal destino cinico e baro, ma da precise scelte ed inerzie della politica - puntando su un programma di crescita e coesione incentrato su riforme strutturali, rafforzamento dell'autonomia finanziaria, interventi infrastrutturali, attrazione di investimenti mediante fiscalità di vantaggio, sostegno alle start-up ed agli spin-off universitari, coinvolgimento dei privati nella valorizzazione dei beni culturali.

Questo può restituire senso alla specialità quale strumento per garantire il diritto all'innovazione ed a politiche "inclusive" di vantaggio per i siciliani e non per gestire un'agonia attraverso ormai insostenibili misure  'estrattive' di tipo clientelare.

Mario Centorrino, fine è compianto economista (del quale è appena trascorso il primo anniversario della scomparsa), chiudeva uno dei suoi ultimi articoli  ("La Renzonomics in Sicilia" in www.livesicilia.it, 11.5.14) con una indicazione che costituisce anche un monito:  "la prossima volta che parliamo di ritardi, indichiamo perché e per colpa di chi. Oltre a ciò che occorre fare per evitarli nel futuro. Siamo francamente stufi di “chiacchiere e tabacchiere di legno"!

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