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Fare le riforme vere. La tassa dell’Europa E-mail
di Franco Osculati
14 settembre 2015
Se due o più entità statali simili e non uguali, per indici economici e altro, mettono insieme la moneta non annullano le differenze ma possono, e devono, ridurre i rischi. Non si sa mai come andrà in  futuro. Potranno esserci alti e bassi ma non per tutte. Alcune attraverseranno momenti di difficoltà che altre sapranno evitare. E allora è meglio stipulare un’assicurazione contro la congiuntura avversa. E’ l’abc del federalismo, che però non ignora la distribuzione dei redditi. Il federalismo è l’ovvia soluzione ai problemi della Zona euro. 

1. Nel 2012 la Commissione europea pubblicava un blueprint sulla “vera” (genuine) Unione economica e monetaria. Tra altre riforme volte a creare un’unione fiscale, complementare e parallela all’unione monetaria, il documento indicava la necessità di istituire “a proper fiscal capacity for the euro area” (p. 28). Esso aggiungeva che tale capacità deve essere autonoma, cioè tale da non dipendere da trasferimenti dai bilanci fiscali degli Stati membri. Alla fine di quello stesso anno, una dichiarazione congiunta van Rompuy, Barroso, Juncker, Draghi, sempre sull’unione fiscale, aggiungeva che tale capacità fiscale autonoma: a) deve essere neutrale dal punto di vista della pressione fiscale complessiva e del livello della spesa pubblica; b) non deve essere uno strumento per la gestione delle crisi e, neppure, c) un canale permanente e unidirezionale, da alcuni Paesi versi altri, di trasferimento perequativo. Il contesto di riferimento di questi statement è quello della congiuntura, fatta da oscillazioni temporanee e disallineate tra Paesi, sia perché ciascuno di questi deve essere in specifico pareggio nel medio – lungo periodo, sia perché il gettito deve essere utilizzato per ammortizzatori sociali connessi con la disoccupazione, specialmente di breve periodo.
Successivamente sul tema del bilancio dell’area euro con finalità di stabilizzazione sono intervenuti singoli studiosi e centri di analisi economica (soprattutto francesi e tedeschi), mentre le istituzioni europee non hanno espresso ufficialmente alcun ulteriore orientamento. Tuttavia, molto di recente dalla Direzione generale per la tassazione della Commissione è emerso un utile working paper (A. Iara, Revenue for Emu: a Contribution to the Debate on Fiscal Union) che riveste forse un certo significato politico e che comunque, tra i vari aspetti dell’auspicabile unione  monetaria, concentra l’attenzione sull’aspetto tributario, cioè sull’imposta europeo destinata a finanziare la capacità federale di stabilizzazione congiunturale delle euro – economie.
2. Si tratterebbe di un’imposta dell’Europa e per l’Europa. “Per” l’Europa perché è di tutta evidenza che l’unione monetaria non basta, ed è anzi controproducente, e “dell’Europa” perché va pagata dai contribuenti europei per finanziare spesa pubblica europea. Anche nell’attuale clima politico complessivo, continuamente e sciaguratamente  sollecitato in senso anti europeo e anti tasse, in questi termini l’accettazione di tale ipotesi non dovrebbe essere impossibile perché vale la condizione (a) prima citata, cioè di una pressione fiscale sostitutiva e non aggiuntiva.
Quanto al punto (b), dopo i tre memorandum della Grecia a pochi può venire in mente che un programma di sussidi di disoccupazione congiunturale, con relativo finanziamento specifico, possa sostituire parti importanti di salvataggi di intere economie, sebbene di ridotte proporzioni relative. Tra un’ipotetica cassa integrazione guadagni (ordinaria ovvero congiunturale) europea e il Meccanismo di stabilità europea (ESM) non c’è un contrasto di principio. Neppure, a priori, ci sarebbe contraddizione con le finalità dei fondi europei strutturali.
Tuttavia, se la preoccupazione maggiore è la disoccupazione, non si deve trascurare che essa è molto diversa non solo nel suo importo complessivo ma anche nel suo contenuto.  Per esempio, in Italia la disoccupazione è del 12,7%, con la disoccupazione di lungo periodo al 58%. In Grecia i dati sono 28% e 70%. In Olanda e in Finlandia, invece, le percentuali sono tutte più basse: 7,5% e 38% nel primo Paese e 7,7% e 23% nell’altro. Se venisse aiutata soltanto la disoccupazione non di lungo periodo, il meccanismo in discorso probabilmente finirebbe con il giovare maggiormente ai Paesi del Nord.
Il punto delicato è il (c). Tecnicamente la perequazione (verticale e orizzontale) tra giurisdizioni all’interno dello stesso Paese o di un’unione monetaria è cosa diversa dalla stabilizzazione automatica congiunturale (derivante, come adombrato nei documenti primi citati, da un prelievo strutturale centrale utilizzato per finanziare spesa pubblica locale soggetta a shock asimmetrici). In pratica le differenze si attenuano, soprattutto in un contesto come quello europeo attuale nel quale gli squilibri sono ampi con tendenza all’ampliamento. All’interno degli Stati producono congiuntamente effetti di perequazione e di stabilizzazione spese pubbliche, quali l’istruzione e la sanità, stabili nel tempo, uniformemente distribuite secondo la popolazione e finanziate da prelievi tributari variabili con la congiuntura e tra i territori. Sia pure in misura limitata perché non creare qualcosa di simile a livello europeo? Sul piano simbolico e della coesione europea sarebbe assai utile creare un assetto nel quale un tributo riconosciuto come europeo sia utilizzato per finanziare nei 19 (o nei 28) l’insegnamento di materie globali come la matematica e le lingue straniere e la cura delle  malattie rare  e la prevenzione.  
Comunque, l’uno e l’altro meccanismo, perequativo e di controllo congiunturale, richiedono una disponibilità a pagare per gli altri. Occorre cioè che i contribuenti ed elettori della Lombardia o di Amburgo o della Baviera o di Bruxelles o dell’Île de France o di qualunque area relativamente ricca dell’Area euro siano disposti a pagare un’imposta il cui gettito sarà speso soprattutto in Calabria, Epiro, Andalusia, Algarve o in qualunque altra regione in difficoltà della medesima Area euro. A giudicare da quanto si è letto o sentito nei mesi scorsi a proposito della Grecia, sull’esistenza di tale disponibilità si impone molta cautela.    
3. Al di là di quanto possa essere utile nella conduzione dell’economia, il senso dell’innovazione di cui parliamo è di offrire la percezione dell’Europa come livello di governo a tutto tondo, non solo quindi come uno smorto moloch generoso solo di prescrizioni incomprensibili al largo pubblico ma (anche) come agenzia in grado di pretendere un pagamento trasparente e controllabile in cambio di determinati servizi. Allo scopo serve almeno una imposta di livello europeo, così come, in Italia, erano di livello regionale l’Irap e di livello comunale l’Ici. Da tempo sono stati individuati come possibili tributi europei: 1) i prelievi sui combustibili fossili (Carbon tax); 2) l’imposta sulle transazioni finanziarie (Tobin tax); 3) l’imposta sui redditi societari (in Italia l’IRES). 
Delle tre soluzioni, al momento, si fa preferire l’ultima. Un’imposta sui profitti deve essere armonizzata, se non altro per evitare forme distruttive di concorrenza fiscale, come quella del Lussemburgo che di fatto tassa o tassava all’1%  (da noi è il 27,5% formale) mettendo in atto una distorsione anche peggiore di quella che creano gli aiuti di stato, che, nella vulgata economica europea odierna, sono visti come il fumo negli occhi. Il peso effettivo dell’imposta sui profitti dipende dall’aliquota e dalla definizione dell’imponibile. Una “base imponibile comune” per le società di capitali è un progetto europeo che risale al 2007 su cui è sceso un lungo silenzio fino però ad arrivare alla seguente dichiarazione dello scorso giugno del Commissario agli Affari economici Pierre Moscovici: “La tassazione societaria nell’Ue necessità di una riforma radicale. Per favorire la crescita, la competitività e l’equità, gli Stati membri devono unire le proprie forze e tutti devono dare il giusto contributo” (“Sole” del 17 giungo 2015).                            
Per i soggetti più attivi sui mercati internazionali una normativa unificata di individuazione dell’imponibile aggiungerebbe anche il vantaggio della semplificazione. Come canale di finanziamento l’IRES e consorelle presentano il vantaggio di offrire un gettito che in quasi tutti i Paesi euro è compreso (dato 2012) tra il 2 e il 3% del PIL (eccezioni il Lussemburgo dove supera il 5% e Cipro e Malta dove è oltre il 6%; in Italia è 2,8% e in Grecia l’1,1%), essendo del 2% l’ordine di grandezza del bilancio dell’Eurozona auspicato da varie fonti. Sono dati che non sembrano impossibili da inserire in un quadro coerente, magari attraverso una transizione di due o tre anni.
L’intero progetto può determinare un rilancio più che significativo dell’integrazione europea e, se basato sull’imposta societaria, può essere compatibile anche con quella (giudiziosa) riduzione del prelievo sulle imprese che specialmente in Italia serve per irrobustire la crescita. La sua accettazione incrocia gli ostacoli, dagli egoismi nazionali ai no alla cessione di sovranità senza democrazia, che l’Europa ha subito negli ultimi lustri. Anche sul piano interno non sarà facilissimo farlo comprendere ed apprezzare. Tanto per incominciare, nel mercato politico, bisognerà rinunciare a molta di quella demagogia che, per esempio, è stata impiegata a piene mani al recente festival di Comunione e Liberazione per propagandare il superamento di IMU e TASI anche per i ricchi.                  

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