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Il nuovo compito del Partito Socialista Europeo: L’Unione Politica e Monetaria Europea E-mail
di Francesco Pastore
06 luglio 2015

Il leader greco, Alexis Tsipras, ha vinto il referendum indetto per chiedere al popolo greco se accettare o meno l’ultimo accordo proposto dai creditori della Grecia. Tsipras ha chiesto ai greci di votare “no” all’accordo, anche se alcuni osservatori hanno sostenuto che, in realtà, egli avesse paura di perdere la faccia accettando condizioni che durante le elezioni aveva detto che non avrebbe mai potuto accettare pur di ristrutturare il debito. Allora, in realtà, chiedeva un “no”, ma, in cuor suo, sperava in un “sì” che lo “avrebbe costretto” ad andare contro le proprie promesse elettorali. Ora la palla torna ai leader europei che dovranno decidere se insistere sulle loro posizioni e costringere la Grecia alla Grexit oppure cambiare le condizioni per la ristrutturazione del debito greco. Il referendum, però, non parlava delle nuove condizioni che si sarebbero potute accettare. Quindi, la vittoria di Tsipras è importante e simbolica, ma non risolutiva. Sul piano morale sposta la responsabilità della Grexit da sé alla leadership europea, che a questo punto dovrebbe più ragionevolmente proporre un accordo più facilmente accettabile per i greci di quello attuale.


La posizione di Tsipras

Prima di arrivare a questo punto, Tsipras ha cercato a lungo di convincere i propri partner ed interlocutori internazionali che l’unico modo per riavere indietro i loro soldi sia di consentire alla Grecia di crescere. Se la Grecia ritorna alla crescita, può ripagare il proprio debito, altrimenti è vero che la Grecia rischia il default, ma i creditori perdono i loro soldi.

Certo, se si guardano solo i numeri di bilancio, all’apparenza, i greci perdono più dei paesi cosiddetti creditori e delle istituzioni europee. In fondo, quei soldi possono costare lacrime e sangue ai greci, ma solo piccole perdite, almeno nel breve periodo, alle istituzioni che rappresentano i creditori. Se si va al di là dei numeri di bilancio, però, le cose sono molto diverse. Le perdite dei debitori e dei creditori rischiano di essere uguali, se non peggiori per i creditori. La Germania, la Francia e le altre istituzioni europee rischiano di mettere a repentaglio la costruzione europea e, con essa, anche la pace e la stabilità dell’Europa. In questo scenario catastrofico, la Germania perderebbe più della Grecia. I crolli delle borse di questi giorni sono solo un primo segnale delle difficoltà che l’Europa sperimenterebbe in futuro.

Tsipras ha discusso con tutti, a lungo: rappresentanti degli organismi europei e internazionali. capi di governo dei paesi creditori (Germania, Francia etc) e di altri paesi che sperimentano un’analoga crisi del debito sovrano (Italia, Spagna, etc). Egli ha capito che anche quei leaders sono nella sua stessa condizione: vorrebbero chiudere quella crisi, ma sono vittima dei muscoli mostrati in campagna elettorale. Il problema di Angela Merkel è uguale e contrario a quello di Tsipras: anche lei si scontra con la irragionevolezza delle promesse che le è valsa la vittoria elettorale. Lo psicodramma del referendum serve a tutti per uscire dalla crisi che gli stessi leaders europei hanno creato.

La crisi

La Grecia non avrebbe dovuto fare quello che i propri governi di destra hanno fatto per anni, vale a dire truccare i bilanci ed accumulare debito senza alcun ritegno. Hanno sperperato come e più degli altri paesi europei, come la stessa Italia, che, peraltro, continuano a farlo. Tuttavia, ora, i greci hanno dimostrato di voler cambiare le cose. Hanno votato una soluzione politica diversa, un nuovo governo, un governo come non c’è mai stato finora nel paese. Il leader della cosiddetta “sinistra radicale” mi sembra stia dimostrando capacità di governo e ragionevolezza, più di quanto abbia fatto durante le elezioni.

I creditori della Grecia dovrebbero anche considerare il rischio di perdere i loro soldi, implicito nell’alto tasso d’interesse promesso dalla Grecia al momento della sottoscrizione del debito. Il tasso d’interesse, si sa, è un premio per il rischio. La domanda giusta, allora, è: è meglio perdere i propri soldi del tutto oppure avere una Grecia che cresce e quindi è capace di pagare il proprio debito? Questo è il dilemma che i paesi creditori devono avere in mente.

Era lo stesso dilemma che John Maynard Keynes poneva ai paesi vincitori che volevano umiliare la Germania all’indomani della prima guerra mondiale. Keynes ammonì i leaders europei che l’unico modo per consentire alla Germania di pagare il proprio debito di guerra era che crescesse, non che affogasse. Ora la Germania vuole affogare la Grecia, dimenticando che, da sempre in Europa, atteggiamenti punitivi di alcuni paesi sono il brodo di coltura dei movimenti nazionalisti negli altri paesi. Non è per questo che è nata l’Unione Europea. L’Unione Europea non è nata per favorire, ma per distruggere i nazionalismi che hanno causato guerre da sempre.

Le contraddizioni dell’Unione Monetaria Europea

Anche altri paesi hanno problemi con il debito sovrano a causa della crisi, ma, diciamolo, anche a causa dell’euro. Contrariamente a quanto assunto dagli ideologi del Trattato di Maastricht la convergenza delle variabili monetarie non è né condizione sufficiente né, forse, necessaria per la convergenza reale. Come ci si dovrà comportare con gli altri paesi membri che sperimentano una analoga crisi del debito sovrano?

La Germania è quella che guadagna di più dall’euro. Assorbono più capitale dall’estero e guadagnano dagli interessi sul debito altrui, come Massimo D’Alema ha ben spiegato in questi giorni in tv. Questo è indiscutibile e i tedeschi dovrebbero averlo ben presente. I paesi dell’Europa mediterranea hanno visto distrutta la loro industria in pochi anni. Ciò, in vero, era perfettamente prevedibile e non possiamo dimenticare le parole forti con cui, perfettamente inascoltato, Franco Modigliani ammoniva l’Italia prima di entrare nell’area euro. Ma non c’è stata una politica industriale e monetaria europea sufficientemente ben organizzata per far fronte alla situazione e agevolare l’ineluttabile mutamento strutturale.

La politica fiscale europea non ha avuto sufficienti risorse per aiutare i paesi in difficoltà durante il passaggio alla moneta forte. Come recitano i manuali di economia, ogni unione monetaria dovrebbe avere una politica regionale adeguata, ma finché il budget dell’Unione Europea è pari a solo l’1,27% del PIL dei paesi membri, la politica regionale e di coesione non può che essere insufficiente. Non importa quanti studi empirici si facciano a riguardo: i soldi sono così pochi che la politica regionale e di coesione europea è semplicemente irrilevante.

La politica monetaria europea è stata finalizzata solo a tenere bassa l’inflazione, anche durante la crisi, con evidenti effetti deflazionistici che sono ricaduti sulle spalle soprattutto dei paesi europei mediterranei. Altri paesi del mondo (macroaree geografiche) stanno attuando politiche monetarie espansive impressionanti per affrontare la crisi e rilanciare la crescita. Negli Stati Uniti, Barak Obama ha messo Elisabeth Yellen, una keynesiana convinta, a capo della FED. In Giappone, Abe fa la Abenomics, che è quanto (e forse più di quello che fa) la Yellen negli Stati Uniti. La Cina mantiene un tasso di cambio bassissimo e butta moneta in circolazione continuamente. In America Latina si segue una strada simile. L’Europa tedesca è l’unica area valutaria del mondo dove non si fa politica monetaria espansiva in tempo di crisi economica. Il potenziale di crescita è molto lontano dall’essere raggiunto in Europa, ma l’Europa sta facendo il contrario di quanto stanno facendo i propri competitori. 

I tedeschi sembrano non rendersi conto di tutto ciò. Eppure, Helmut Kohl non ci pensò due volte a fare l’unione monetaria con la Germania dell’est all’indomani del crollo del muro. Da grande politico quale era, capiva che non si fanno le nozze con i fichi secchi e la Germania dell’est aveva bisogno di aiuti, non aiutini, ma aiuti veri, forti, decisi. Lui regalò la parità del cambio alla Germania dell’est, una politica monetaria senza precedenti che faceva da paio ad una crescita impressionante della spesa pubblica a sostegno dei Lander orientali. Per quanti studi si possano fare per dire che si sono sprecati molti soldi, non si può non riconoscere che la Germania dell’est ha avuto una convergenza in termini reali importante con il resto del paese.

Superiamo la dialettica Euro-Non euro

Vogliamo che i nazionalismi risorgano di nuovo in Europa e magari prendano anche il sopravvento? Per la prima volta, le ultime elezioni politiche in molti paesi europei sono state un referendum pro o contro l’euro, invece che per il centro-destra o per il centro-sinistra. Occorre davvero che il centro-destra e il centro-sinistra facciano entrambi la loro parte per salvare l’Europa.

Abbiamo bisogno di elezioni europee con una opzione chiara fra partiti di centro-destra e di centro-sinistra. È venuto il tempo di liberarsi della troika, che sembra rappresentare solo gli interessi dei paesi creditori. I partiti neo-fascisti e populisti di tutte le destre nazionaliste sono in agguato. Giocano al tanto peggio tanto meglio.

L’Unione Europea ha bisogno, come si ha bisogno dell’acqua nel deserto, del riemergere di una dialettica fra centro-destra e centro-sinistra, piuttosto che fra paesi ricchi e paesi poveri. Da sempre, l’Unione Europea è uscita dalle crisi come quella della Grecia rilanciando se stessa, non restringendo i propri spazi! Occorre riscrivere Maastricht. Occorre una UE su nuove basi. Occorre una Unione Politica e Monetaria Europea!

Il ruolo del PSE

È compito del Partito Socialista e Democratico Europeo e del suo leader attuale, Gianni Pittella, dimostrare che il caso greco va affrontato in modo molto diverso dall'attuale. Anche la SPD tedesca deve fare la propria parte. Solo su quel terreno potrà non essere egemonizzata da Angela Merkel, almeno nel lungo periodo. Nel lungo periodo, ma "the sooner the better", occorre arrivare ad elezioni politiche europee con opzioni chiare di policy: da una parte, la sinistra socialista e democratica e, dall'altra, la destra conservatrice e neo-liberista.

Ci sia battaglia politica, in modo da chiarire quali sono tutte le opzioni in campo. Da una parte, una visione punitiva dell'Europa, che può portare ad un'escalation nazionalista e alla fine di un'era di pace durata molti decenni in Europa. Dall'altro, una soluzione che risponda agli interessi dei creditori della Grecia, ma non distrugga la costruzione europea.

Non può più esserci la dialettica che si è vista fin qui: la troika contro il popolo sovrano. Bisogna trovare una soluzione diversa e solo il Partito Socialista e Democratico Europeo può trovarla, impedendo il prevalere degli Euroscettici, dei neo-fascisti e di tutti coloro che non riescono ad andare al di là dell'interesse immediato. Il PSDE non deve essere schiacciato in questa dialettica in cui rischia di essere percepito come una parte della troika.

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