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I rimedi contro il fuoricorsismo E-mail
di Francesco Pastore
15 giugno 2015

Il fuoricorsismo è un male ormai endemico della nostra università, affliggendo oltre il 40% dei nostri laureati e quindi una percentuale assai maggiore degli studenti che si iscrivono per la prima volta. Nell’edizione 2009 dell’Education at a glance, l’OCSE calcolava che il 55% degli iscritti all’università italiana abbandonano, più della metà.

Mi sono occupato del problema in diversi lavori precedenti (Aina, Baici, Casalone e Pastore, 2013; e Aina, Casalone e Pastore, 2015) che hanno trattato delle cause e delle conseguenze del fuoricorsismo, ma solo in modo sommario dei rimedi. Alcuni articoli usciti su lavoce.info hanno avuto una certa eco nel dibattito italiano sul tema [1]. A differenza dei precedenti, questo articolo è tutto incentrato sui rimedi, anche se per far comprendere come uno strumento possa incidere occorre richiamare alcuni concetti fondamentali sulle cause del fuoricorsismo.


La questione ha cominciato ad interessare finalmente tutti i docenti universitari – e non solo i loro studenti – a causa del cambiamento della struttura di incentivi praticata dal Ministero nel corso degli ultimi 15 anni. Fino alla riforma Moratti (legge 28 marzo 2003 n. 53), il numero dei fuoricorso era positivo per una università, poiché contribuiva ad accrescere i fondi ricevuti dal ministero e si dice che molti presidi tramutavano questa politica nel monito: “Bocciate, bocciate, bocciate”, rivolto ai loro colleghi di facoltà. Dalla riforma Moratti, il numero di fuoricorso incide negativamente sui fondi che le università ricevono dallo stato, ciò che ha cambiato l’atteggiamento di alcuni, se non ancora di tutti i docenti verso il problema sociale del fuoricorsismo. I presidi sono naturalmente più sensibili, poiché responsabili della performance della facoltà, piuttosto che dell’apprendimento della materia del singolo insegnamento.

Più di recente, verificata, forse, anche la inefficacia di questa misura, si è proceduti da parte dell’attuale Ministro dell’Università, Stefania Giannini, nel decreto di rifinanziamento del Fondo di Finanziamento Ordinario del 2014, a prevedere che la percentuale dei fuoricorso di un ateneo inciderà negativamente sulla assegnazione dei fondi per le carriere dei professori universitari. Manca, però, una riflessione approfondita sulle cause e sui rimedi di questo che resta uno dei più annosi malesseri dell’università italiana. Il fuoricorsismo, spesso prodromico dell’abbandono universitario, è una dimostrazione evidentissima di inefficienza del sistema. È bene che si rifletta in modo scevro da preconcetti sul problema e sui rimedi.

Il fuoricorsismo è una causa di aumento spesso insopportabile dei costi dell’università per gli studenti e le loro famiglie. È giusto che il Ministero si ponga il problema, ma occorre anche discutere i rimedi e dare indicazioni per superare il problema. Occorre anche un profondo cambiamento culturale, poiché il fuoricosismo è così endemico del sistema che molti e, paradossalmente, non solo alcuni docenti, ma anche molti studenti, presi dalla sindrome di Stoccolma, lo vedono quasi come un fatto positivo.

 

I rimedi

1.       Il primo punto sono i programmi degli insegnamenti, in particolare di quelli che gli studenti hanno in debito, ovviamente. Spesso, alcuni insegnamenti prevedono come obbligo per gli studenti un numero di pagine assolutamente in eccedenza rispetto al numero di crediti assegnati all’insegnamento: il principio dell’indipendenza dell’insegnamento, ancorché sancito costituzionalmente, non può estendersi al punto da diventare “potere assoluto” sulla disciplina, credo, ma  dovrebbe essere sottoposto anch’esso ad altri principi, regole, della facoltà o del ministero, come, ad esempio:

 

a.       il rapporto di 1/50 fra crediti e pagine;

b.      il diritto degli studenti a laurearsi nei tempi indicati dalla facoltà nel contratto che siglano all’atto della iscrizione: c’è un “impegno contrattuale” della facoltà nei confronti dello studente all’atto dell’iscrizione. Ho sostenuto da anni che la decisione di investire in istruzione dipende non solo dal costo diretto (le tasse universitarie), ma anche dal costo indiretto od opportunità, che è una funzione diretta della durata degli studi (Pastore, 2012; Silvestri, 2015). Non ci si meravigli se la scarsa frequenza diventa fuoricorsismo e poi abbandono universitario. Rendendo impossibile la vita agli studenti, si aumenta il costo dell’istruzione universitaria, spingendo ad attività alternative;

c.       il rispetto delle aspettative di carriera dei colleghi che ormai, giustamente, il ministero e, giù a scendere, i Rettori e i Presidi pongono in contrasto con il fuoricorsismo: noi non rispettiamo il contratto con gli studenti e il ministero difende i diritti degli studenti contro le “inadempienze contrattuali” dei professori;

d.      la efficacia della didattica di altri corsi: gli esami scoglio rappresentano una sorta di diseconomia esterna per gli altri insegnamenti, poiché il tempo degli studenti è limitato e quindi loro tendono a studiare di più l’esame scoglio, riducendo il loro impegno negli altri esami. Più di una volta, gli studenti mi hanno detto: “non riesco a superare quell’esame, almeno lei mi dia il suo, visto che è meno importante”. Non si può far finta di non essere la causa di questo modo di ragionare degli studenti. Ma questo non dovrebbe accadere, poiché ogni esame dovrebbe valere in base ai crediti assegnati, né più né meno.

2.       calibrare il programma degli esami in base a oggettive considerazioni in merito alla possibilità dello studente di poterlo preparare nei termini previsti. Questo principio corrisponde anche al problema dei costi dell’università che è lecito imporre allo studente secondo gli impegni contrattuali assunti con lui all’atto della sua iscrizione. L’idea originaria dei crediti era anche di stabilire un carico didattico massimo, tale da consentire agli studenti di assolvere ai loro obblighi nei tempi curriculari previsti. Il costo dell’università non è costituito solo dalle tasse (costo diretto), ma anche dal tempo che occorre per conseguire il titolo (costo indiretto o opportunità);

3.       La facoltà dovrebbe poter imporre ad ogni docente, sempre nel pieno rispetto dell’indipendenza dell’insegnamento e quindi nelle forme e nei modi che i docenti stessi riterranno più opportuni, di avere una percentuale media di promossi simile a quella degli altri colleghi;

4.       In una fase esclusivamente transitoria, per annullare il carico pregresso dei fuoricorso, occorrono anche misure drastiche che, ancorchè non pienamente soddisfacenti, possono servire allo scopo. Ad esempio, si può pensare di dimezzare i programmi di tutti gli esami in debito dei fuoricorso. La giustificazione teorica è da ricercare nell’impegno contrattuale sottoscritto, ma non mantenuto con gli studenti. Anche le proposte 8 e 9 qui sotto vanno intese solo come adeguate in una fase transitoria;

5.       Organizzare più tutorati aggiuntivi, invece che appelli aggiuntivi. I tutorati di economia politica hanno sempre funzionato, almeno per i fuoricorso più attivi. I fuoricorso che li hanno seguiti poi hanno superato l’esame, spesso brillantemente. Si può pensare di assegnare qualche fondo extra in più della facoltà o dell’ateneo ai collaboratori di alcuni “esami scoglio” nella fase di transizione verso una media comune di studenti che hanno quell’esame in debito, comune a quella degli altri esami di facoltà. Per i fuoricorso meno attivi, occorrono interventi ad hoc, di cui si dirà in seguito;

6.       È importante, però, che i benefici siano noti agli studenti fuoricorso. Occorre magari farglieli conoscere, contattandoli anche telefonicamente tramite la segreteria. Molti fuoricorso, in specie quelli che lo sono da più tempo sono inattivi. Occorre pensare a modi per riattivarli. Interventi ad hoc, attività di incontro, di supporto, di counseling (a volte anche counselling, per chi conosce la differenza). Io ho avuto per alcuni anni l’esame di economia del vecchio ordinamento e ormai l’hanno quasi tutti superato, credo, anche perché a lungo andare si sapeva che consentivo una riduzione del programma a chi è fuoricorso da un certo tot di anni. Forse, le riduzioni di programma andrebbero dichiarate nei programmi pubblicati sul sito di facoltà, in modo che i fuoricorso ne siano messi a conoscenza e le riduzioni siano un diritto piuttosto che una concessione del docente. Se le riduzioni sono dichiarate nei programmi pubblicati, la voce si diffonde più rapidamente fra i fuoricorso. Bisogna anche aspettare un po’ che si conosca la notizia, mettere avvisi sul sito di facoltà, chiedere ai rappresentanti degli studenti di contattare i fuoricorso etc. Molti di loro non frequentano più e quindi non sanno neppure delle novità positive che li riguardano. Una pagina ad hoc con tutti i benefici concessi ai fuoricorso potrebbe raccogliere tutte le informazioni assieme. È normale che se si fa una misura ora, la risposta nell’immediato sia limitata. I fuoricorso sono lenti per natura e quindi ci arrivano con ritardo, anche quando sono avvisati. Nel medio periodo, però, provvedimenti del genere sono di sicuro impatto. Quindi, occorre aspettare un po’, perseverare e non farsi prendere dai risultati iniziali, talvolta non pienamente soddisfacenti, prima di dire che i provvedimenti di riduzione dei programmi sono inefficaci;

7.       In realtà, più generalmente, i fuoricorso dovrebbero essere acciuffati prima che si allontanino dalla facoltà, non quando hanno già deciso di farlo. La frequenza dei corsi dovrebbe essere obbligatoria per tutti i corsi. Ora ci sono le aule e, dopo il calo degli iscritti, anche i numeri per imporre la frequenza obbligatoria. In questo modo, si riducono le bocciature e lo studente si scoraggia di meno. Sul sito AlmaLaurea risulta che i tassi di frequenza dei corsi di molte facoltà sono bassissimi fra i laureati, talvolta intorno al 10%, ma questo è uno dei motivi fondamentali per cui poi si hanno fuoricorso. Bisognerebbe portare la percentuale di frequenza dei corsi almeno al 50% per incidere in modo significativo sui fuoricorso nel lungo periodo. Le altre misure che seguono, come la divisione in studenti full-time e part-time, potrebbe anche servire allo scopo;

8.       Per i fuoricorso più estremi e meno attivi, si potrebbe pensare di eliminare alcuni esami e consentire, nel caso delle lauree quinquennali, una laurea non proprio, ad esempio, la LMCU in Giurisprudenza, ma una triennale in scienze dei servizi giuridici immediata (per chi ha certi requisiti almeno, tipo un certo tot di esami dei primi 3 anni), che può poi con altri esami diventare anche una specialistica, ad esempio, quella in relazioni internazionali o qualcosa del genere, con programmi particolari, ridotti, facilitati. Credo che l’utilizzo flessibile dei concetti di CFU dovrebbe consentire queste cose, nell’ambito dell’autonomia della didattica. Uno degli scopi del 3+2 era anche consentire agli studenti ritardatari di conseguire un titolo intermedio più nell’immediato. Si riduce il numero dei fuoricorso e si consente loro di muoversi nel mercato del lavoro;

9.       Un’alternativa potrebbe anche essere consentire un corso di laurea sempre quinquennale (ad esempio in giurisprudenza) nel quale alcuni esami degli ultimi anni abbiano un numero di crediti leggermente inferiore e si consenta, però, di svolgere attività di stage esterne riconosciute. Ciò significa andare anche nell’ottica di studenti che spesso lavorano anche;

10.   Gli studenti che lavorano siano messi in condizione di iscriversi part-time, con tasse, ad esempio, di ¾ oppure ½ del totale, ma percorsi doppi in termini di tempi curriculari previsti. Questa distinzione è prevista solo da alcuni atenei e poco diffusa nella realtà. Non si può considerare uno studente lavoratore alla stessa stregua degli altri studenti. È fisiologico che impieghino più tempo e non vanno, perciò, considerati fuoricorso se non dopo un certo numero di anni, maggiore della media. Questa distinzione fra studenti full-time e part-time è molto comune in Inghilterra e comporta che il percorso di laurea non duri 3 o 5, ma più anni, come, ad esempio 6 o 10 anni. Se lo studente accetta di passare part-time non può fare più di un certo tot di esami l’anno; ma paga di meno e non può laurearsi prima di un certo tot di anni (10 nel caso della LMCU); deve indicare in quale semestre vuole seguire i corsi e fare gli esami e così via. Il passaggio da part-time a full-time dovrebbe essere facile, in modo che se lo studente abbandona il lavoro e decide di studiare di più possa farlo;

11.   Consentire che su alcuni esami si dia il pass, anche se non la sufficienza. Naturalmente, la condizione è che si arrivi almeno ad un certo punteggio, ad esempio 15-17 e poi si dia un pass, però con il rischio che la media dei voti scenda al di sotto del 18 e quindi non si superi l’anno, se su base annuale, oppure non ci si laurei più, se su base dell’intero percorso. Qui andrebbe verificato se la legge italiana sugli esami lo consente. Si potrebbe chiedere ai Rettori di verificare se introdurre questa regola potrebbe rientrare  nell’autonomia didattica del singolo ateneo. Credo che si potrebbe comunque portare avanti la proposta anche a livello legislativo, poiché credo sia giusto. È proprio necessario superare tutti gli esami per legge con il 18? Io verificherei questo punto. La legge sugli esami risale agli anni trenta, quando c’era una università di élite, non una università di massa come quella attuale. Credo che sarebbe un principio giusto: si rispetterebbe anche l’indipendenza di valutazione del docente, che non sarebbe costretto come accade oggi a dare 18 a qualcuno che reputano insufficiente solo per sfinimento. In questo modo, si introdurrebbe anche il concetto di bocciatura all’università. Chi non ha la media almeno del 18 ogni anno è bocciato e deve ricominciare daccapo anche gli altri esami. Credo che debba essere introdotta prima o poi questa banalissima regola che solo la nostra università non prevede. Da noi, è possibile essere bocciati all’infinito in uno o tutti gli esami e ci si laurea lo stesso. In pratica, si presuppone che lo studente abbandoni per sua scelta oppure, siccome spesso non abbandona, si laurei per sfinimento dei docenti. Diciamoci la verità: questo meccanismo infernale è all’origine del fuoricorsismo! È là che bisogna incidere! Oggi, però c’è un’alternativa all’abbandono o alla promozione per sfinimento dei docenti. Ci sono anche le telematiche e conosco già numerosi ex studenti delle università tradizionali che non riuscivano a superare un esame scoglio per anni e sono andati ad una nota telematica, conseguendo il titolo in alcune settimane. Ora sono avvocati come gli altri laureati che incontrano negli uffici del giudice di pace e nei tribunali della regione;

12.   Io inserirei anche un numero massimo di volte che uno studente può sostenere l’esame prima che scatti automaticamente il pass. Quando si è bocciato uno studente un certo numero di volte oppure per un periodo sufficientemente lungo di tempo, allora quello studente non sarà mai sufficiente. Inutile tenerlo in attesa di chissà cosa. Si dia il 18, oppure si dia il fatidico pass. Oggi, alla fine si dà il 18. Per me sarebbe più corretto dare il pass, poiché con un certo numero di pass lo studente rischierebbe di perdere l’anno oppure l’intero percorso già fatto e dovrebbe ricominciare daccapo. Questo rappresenterebbe un incentivo in più a studiare. Meglio che lo studente che non ha il talento per laurearsi pensi ad una valida alternativa invece che affollare le aule universitarie per anni inutilmente oppure conseguendo un titolo che non merita e con il quale entrerà in concorrenza con altri suoi colleghi per posti di lavoro che sono comunque già insufficienti;

13.   Ridurre il numero di anni in cui si può essere inattivi prima di decadere dallo status di studente. Si potrebbe obiettare che negli anni in cui sono inattivi, gli studenti non pesano sulla percentuale dei fuoricorso, ma in realtà molti sono sempre sulla soglia della decadenza e di tanto in tanto rientrano, incidendo almeno in parte sulle percentuali già altissime della facoltà o dell’ateneo di turno;

14.   Il periodo previsto per le tesi di laurea dei fuoricorso deve essere di molto ridotto: si renda obbligatoria la tesi breve per tutti i fuoricorso e si renda obbligatorio per il docente firmare la tesi dopo un certo lasso di tempo. Il giudizio del docente si può esprimere in termini di voto finale;

15.   Da ultimo, ma non per ultimo, si può pensare di aumentare ulteriormente le tasse universitarie per i fuoricorso, come alcuni autorevoli economisti hanno proposto. Questo strumento, però, a mio modesto avviso, rischia di essere insufficiente senza che siano adottati anche gli altri strumenti indicati sopra. Attualmente, le tasse già sono abbastanza alte, e ancora di più lo sono i costi indiretti, ma è sempre possibile continuare, magari dopo anni di inattività durante i quali non si paga.

 

Osservazioni conclusive 

Insomma, non c’è un’unica misura, ma tante. Il fuoricorsismo è un fenomeno multidimensionale e va aggredito con diversi strumenti.

Credo che sia anche un problema culturale. La classe docente ha una concezione della laurea che non è quella di un semplice titolo di base per poi continuare ad investire nella propria preparazione nel resto della vita, ma come un risultato in se. Questo credo sia un errore. Non c’è alcuna garanzia, peraltro, che gli anni in più spesi all’università siano stati spesi studiando e approfondendo ulteriormente i concetti relativi alle varie discipline oggetto del corso di studi prescelto, ovvero aumentando il proprio capitale umano. Spesso si tratta solo di un inutile spreco di tempo. In effetti, solo alcuni studenti interpretano l’opportunità di poter sostenere di nuovo l’esame come uno stimolo per migliorare la propria conoscenza; la gran parte degli studenti cerca di superarlo anche quando la loro preparazione presenta ancora marcate lacune, semplicemente perché si attendono che i professori li promuovano dopo averli riprovati già un certo numero di volte.

Inoltre, il capitale umano, più di quello fisico, è sottoposto ad obsolescenza soggettiva e oggettiva e quindi si fa un grave danno ad uno studente, rinviandone la laurea oltre un certo numero di anni rispetto a quelli curriculari, poiché egli dimenticherà ciò che ha appreso ovvero le conoscenze apprese non saranno più valide. Non è un caso che si preveda la laurea entro un certo numero di anni curriculari.

Una nota finale va svolta sull’argomento secondo il quale i fuoricorso non incidono sul costo dell’università poiché comunque pagano le tasse e quello che si perde in minori tasse facendoli laureare è superiore a quello che si guadagna dal ministero come premialità per aver ridotto il parametro della percentuale dei fuoricorso. Questo valeva finché non c’erano le telematiche. Queste ultime hanno di molto aumentato l’elasticità della domanda alle variazioni del costo dell’investimento degli studenti nella loro istruzione universitaria di partenza. Rendendo l’università più difficile, si perdono molti studenti che usano lo strumento di exit, per manifestare il loro disappunto, strumento che prima non avevano, e se ne vanno altrove. Questi modi di ragionare hanno contribuito a determinare il fuoricorsismo in passato, ma oggi alimentano il parco studenti e gli introiti delle telematiche. Inoltre, se perdurerà il disincentivo al finanziamento dell’FFO della singola università da parte del MIUR, si danneggiano le opportunità di carriera dei docenti più giovani. Forse, un suggerimento al MIUR dovrebbe essere di colpire non l’intera università, ma solo chi ha una percentuale di studenti in soprannumero di molto superiore alla media consentita. Inoltre, spesso, gli esami scoglio sono detenuti da professori al top della carriera che potrebbero quasi avere interesse a rallentare la carriera dei colleghi più giovani.


[1http://www.lavoce.info/archives/author/francesco-pastore/page/2/

 

Bibliografia

 

Aina, C., E. Baici, G. Casalone and F. Pastore (2013), “Il fuoricorsismo fra falsi miti e realtà”, Economia & Lavoro, XLVII(1): 147-154.

Aina, C., G. Casalone and F. Pastore (2015), “Il ritardo alla laurea: Cause, conseguenze e rimedi”, forthcoming in Scuola Democratica.

Pastore, F. (2012), “Le difficili transizioni scuola lavoro in Italia. Una chiave di interpretazione”, Economia dei servizi, 7(1): 109-128.

 

Silvestri, P. (2015), “Università quasi gratuita?”, www.nelmerito.com, giugno 2015.

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