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Un parlamento virtuale per una democrazia efficiente: una paradossale riforma costituzionale E-mail
di Sebastiano Fadda
04 giugno 2015

1. Un radicale cambiamento istituzionale si sta realizzando in questi ultimi tempi nel sistema di governance italiano. E’ finito il tempo in cui i processi decisionali degli organi del potere esecutivo e del potere legislativo erano rallentati e condizionati da forme più o meno definite (spesso più da prassi operative piuttosto che da istituzioni formali) di consultazione e di partecipazione dei cosiddetti “corpi intermedi”: organizzazioni di lavoratori, associazioni imprenditoriali, associazioni culturali, centri di ricerca, stake-holders, portatori di interessi organizzati in una pluralità di formazioni sociali. A tutti questi era attribuita non solo libertà di esprimersi nel merito delle scelte politiche di competenza degli organi legislativi ed esecutivi, ma anche una qualche possibilità di influire su di esse attraverso processi decisionali “partecipativi”, caratterizzati da complesse e spesso estenuanti negoziazioni e mediazioni tendenti a raggiungere un consenso su scelte per quanto possibile “condivise”. Tutto questo era causa di tortuosità, lentezza e inefficienza dei processi decisionali.


Questa inefficiente forma di governance è in via di completo superamento, e se la libertà di espressione è ancora garantita, come vuole un sistema democratico, essa è però accompagnata da una sostanziale inutilità, data dalla assoluta e dichiarata ininfluenza delle posizioni dissenzienti rispetto alle linee definite dai policy makers nell’ambito delle appropriate sedi istituzionali. Sedi che sono, per così dire, “a tenuta stagna”, isolate dalle contrapposizioni e dalle contorsioni spesso faziose delle varie formazioni sociali in cui la società civile è di fatto articolata. Così non sono infrequenti  da parte del governo affermazioni come queste: (i dissenzienti) “possono dire quello che vogliono, possono fare quello che credono; ma non molliamo di un millimetro”. Qualche nostalgico dei tempi passati, chino a rimpiangere i vecchi rituali, potrebbe insinuare che processi decisionali di questo tipo provochino una diminuzione del grado di democrazia, mentre invece è del tutto evidente che essi la rendono semplicemente più efficiente. La democrazia è infatti garantita dalla delega che i cittadini attraverso libere elezioni affidano agli eletti perché gestiscano la “res publica”. Non bisogna infatti dimenticare che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

2.   Un sistema elettorale inefficiente potrebbe però neutralizzare di fatto l’essenza stessa di questo nuovo processo decisionale democratico, come avverrebbe se consentisse ai cittadini di non attribuire col loro voto ad alcun partito la maggioranza dei seggi parlamentari, costringendo così le assemblee legislative a adottare nel loro seno estenuanti processi di negoziazioni, trattative e ricerca del consenso per lo svolgimento delle proprie attività istituzionali. Ciò consegnerebbe il paese a un sistema democratico inefficiente, il quale sarebbe di fatto la negazione della democrazia.

E’ per evitare questo svuotamento di fatto della democrazia che si rende necessario adottare un meccanismo elettorale che attribuisca la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari a quel partito che abbia ottenuto anche una semplice maggioranza relativa dei voti espressi dai cittadini. Per evitare un abuso eccessivamente distorsivo di questo principio si può (come di fatto è stato previsto) ipotizzare un secondo turno elettorale per un ballottaggio tra i due partiti più votati. Ci sarebbe il rischio di ridurre ancora in questo modo  il numero dei cittadini che partecipano alle elezioni e quindi alla designazione del partito che governa, con qualche problema di legittimazione democratica; ma questo, come è già stato fatto notare, “è un aspetto secondario”.

3.  In questo modo sembrerebbe quindi individuato un meccanismo perfetto di efficiente democrazia rappresentativa, o meglio, perché la perfezione non è di questo mondo, il migliore dei meccanismi possibili. Ma in realtà c’è ancora un problema da risolvere. Trattative, negoziazioni, mediazioni, ricerca del consenso potrebbero ancora rendersi necessarie all’interno del partito cui il sistema elettorale ha attribuito la maggioranza dei seggi: infatti i parlamentari dello stesso partito di maggioranza potrebbero assumere posizioni diversificate rispetto ai provvedimenti da adottare, creando così intralci, caos,  confusione e ritardi nell’attività istituzionale, oltre che possibili occasionali convergenze tra le posizioni di parlamentari di diversi partiti.

Una semplice ulteriore regola istituzionale va quindi adottata per evitare questo rischio: vincolare le posizioni dei parlamentari a quelle indicate dal “leader”, o segretario, del partito di appartenenza, a sua volta espresso dalla maggioranza in seno agli organi decisionali del partito. La regola della “disciplina di partito” impone di votare in conformità a tali indicazioni, e ciò esime di entrare nel merito delle scelte in sede di votazione, o meglio, rende ininfluente il dibattito e il confronto parlamentare, perché il voto dei singoli parlamentari è vincolato al mandato ricevuto dal partito di appartenenza. In tal modo il governo, che è espressione della maggioranza nel partito che ha la maggioranza dei seggi in parlamento è nella possibilità di assumere decisioni rapide, senza le lungaggini necessarie per raggiungere scelte condivise, non solo di ordine esecutivo, ma anche di ordine legislativo. La strada è spianata per procedere in questa direzione attraverso una pluralità di strumenti a disposizione: decreti legge, leggi-delega e decreti legislativi, ma anche proposte di legge sulle quali si può esser sicuri che il parlamento “non cambi una virgola”. Così la massima efficienza dei processi decisionali, e quindi un sistema di democrazia efficiente, sembrerebbe definitivamente garantita.

4.  In realtà non è così, perché c’è ancora un rischio da superare. E’ quello di cui parla Brecht in una sua famosa poesia: “Generale, l’uomo fa di tutto. Può volare e può uccidere. Ma ha un difetto: può pensare”. E se sciaguratamente accadesse che il parlamentare “pensasse” e non condividesse le indicazioni del leader e della maggioranza del suo partito, due sarebbero gli esiti possibili: o votare contro le proprie convinzioni e contro ciò che viene ritenuto utile al paese piegandosi alla “disciplina di partito”, oppure esprimere un voto coerente con le proprie valutazioni violando la “disciplina di partito”. Chiaramente, la semplice possibilità della seconda ipotesi comprometterebbe l’efficienza del processo decisionale democratico come qui è stato descritto e lo ricaccerebbe in quella “morta gora”, o nella palude delle chiacchiere, che sarebbe la tomba della democrazia. Infatti renderebbe di nuovo necessaria la ricerca del consenso, con tutti i confronti, le negoziazioni, le lungaggini e le mediazioni a questa connesse.  E’ quindi vitale per la democrazia escludere questa possibilità. Esistono già strumenti idonei ad allontanare questa possibilità. Il più persuasivo di tutti risiede nelle mani del “premier”- segretario del partito di governo. Si tratta della possibilità di “porre la questione di fiducia” al momento della votazione, di  minacciare la crisi di governo, la fine della legislatura e le elezioni anticipate. La prospettiva di perdere lo status di parlamentare (con tutti i privilegi e le opportunità ad esso connesse), di perdere la retribuzione, di dover attendere in molti casi fino al 65° anno di età per percepire il vitalizio, la prospettiva di non essere ricandidati (data la identificazione del capo del governo col segretario del partito di maggioranza) o di non essere rieletti dovrebbe costituire (e di fatto sembra costituire) un incentivo sufficientemente potente a non violare la “disciplina di partito”. Tuttavia si tratta sempre di un incentivo che non ne abolisce completamente la possibilità, pur riducendone la probabilità; chi fosse nelle condizioni di poter svolgere un lavoro alternativo al di fuori del raggio di influenza dei partiti politici, per esempio,  potrebbe essere relativamente insensibile a questo incentivo.  Sembra opportuno quindi perfezionare la attuale procedura decisionale  adottando una riforma radicale che elimini completamente il rischio che si è detto e offra una garanzia assoluta di funzionamento di una governance democratica ed efficiente come qui si è andata configurando. Se poi tale riforma oltre a garanzia di efficienza democratica offrisse anche ingenti risparmi di spesa pubblica non esisterebbero ragioni per ritardarne l’introduzione.

5.  La riforma che offre questa garanzia e che qui si propone consiste nella sostituzione del parlamento “reale” con un “parlamento virtuale”.  Le elezioni del parlamento, che si svolgerebbero normalmente come richiesto da una piena democrazia, consisterebbero nella attribuzione dei “seggi” ai diversi partiti ma senza che questi siano ricoperti fisicamente da individui. Si tratterebbe di seggi parlamentari “virtuali”, che comporrebbero un “parlamento virtuale”. Nel momento in cui fossero sottoposti al parlamento i provvedimenti legislativi del governo da ratificare o da respingere, la decisione parlamentare si ricaverebbe semplicemente calcolando il  numero dei “seggi” favorevoli e contrari come conferiti da ciascun rappresentante di partito. Una sorta di “conferenza dei capigruppo” potrebbe assolvere  questa funzione.

Si dovrebbe avere il coraggio di superare le esitazioni pruriginose che potrebbero opporsi a compiere questo passo, che costituirebbe un semplice perfezionamento delle istituzioni formali per adeguarle alle esigenze di un democratico processo decisionale efficiente verso il quale le pratiche operative stanno già fortunatamente convergendo, prevalendo di fatto sulle vecchie regole della costituzione formale. Tale riforma comporterebbe due risultati di cui si ha grande bisogno. In primo luogo la liberazione definitiva dal potere di ricatto delle minoranze e dalla palude della ricerca del consenso. Il consenso che conta sarebbe quello degli elettori, i quali con le libere elezioni conferirebbero ai diversi partiti il peso relativo che consenta loro di esprimere, attraverso i loro organi decisionali, il governo e di conseguenza tutti gli atti esecutivi e legislativi da esso promossi. Soltanto così ci sarebbe la certezza assoluta di poter tirare diritto “nell’unica direzione possibile per salvare l’Italia”, senza cambiare una virgola delle decisioni del governo, senza impantanarsi nella palude dei dibattiti e dei rimpalli parlamentari. Soltanto così si può avere la forza e la sicurezza per dichiarare:  “quando mancasse il consenso, c’è la forza. Per tutti i provvedimenti, anche i più duri che il governo prenderà, metteremo i cittadini (e i parlamentari) davanti a questo dilemma: o accettarli per spirito di patriottismo, o subirli”.

Il secondo risultato di rilievo sarebbe il grande risparmio nella spesa pubblica. Non soltanto verrebbero eliminati i costi diretti delle retribuzioni e dei fringe benefits dei parlamentari, ma anche quelli del personale e del funzionamento dell’apparato, e ancora i costi indiretti per via della riduzione dei margini di rendita e di corruzione verso cui alligna  sempre una tentazione nei dintorni dell’attività parlamentare.

Ovviamente, l’adozione di questa riforma che serve a dare certezza assoluta e stabilità alle buone pratiche operative in questa direzione già in atto richiede un processo di revisione costituzionale; si tratta di adeguare la costituzione formale alla attuale prassi contraria alla costituzione vigente. Ma questo processo, proprio grazie alle buone pratiche vigenti, può essere avviato anche con una esigua maggioranza. Basta essere determinati, come finora si è mostrato di essere, nel perseguire “il cambiamento”.

Sicuramente questa proposta appare paradossale, ma essa pone tutti davanti a una scelta. O le attuali pratiche operative si ritengono compatibili con un sistema democratico parlamentare e allora tanto vale adeguare ad esse una corrispondente struttura di regole formali come suggerito, (che renderebbe il sistema ancora più efficiente e presenterebbe anche vantaggi economici per i cittadini); oppure se il suggerito adeguamento rivelasse una sostanziale deviazione dalle regole democratiche occorrerebbe correggere le pratiche operative. Ciò che non è ammissibile è tenere in piedi un sistema formale di regole democratiche e disattenderle disinvoltamente nelle pratiche operative.

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