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Perché bisogna agire a favore di un patto tra le generazioni E-mail
di Federica Roccisano
04 giugno 2015

Il dibattito sulle pensioni e sulla restituzione (rimborso) del prelievo sugli assegni pensionistici causato dal decreto Monti del 2011, ha visto diversi pareri esprimersi a favore o contro a quello che viene definito Patto Generazionale o Solidarietà tra le Generazioni. Più dure le posizioni dei contrari a questa idea che vedono nell’idea di fare un piccolo sacrificio a favore delle generazioni più giovani, una lesione dei loro diritti precostituiti.

Tutti o quasi oggi conoscono la definizione di sviluppo sostenibile elaborata nel 1987 all’interno della Commissione europea guidata dalla commissaria Bruntland e che impegna i Paesi europei a lavorare a favore di uno sviluppo che sia sostenibile, ovvero che garantisca la soddisfazione dei bisogni delle presenti generazioni senza compromettere quelle delle future. In tanti si sono limitati a considerare solo l’accezione ambientale di questo impegno, garantendo quindi la conservazione delle risorse naturali e ambientali a beneficio delle future generazioni, ma oltre al pilastro ambientale, vi è quello sociale e quello economico. 


Valutiamo gli aspetti di sostenibilità economica: oggi si chiede alle generazioni presenti, e anche alle future, di pagare un debito pubblico che non hanno contratto loro, ma che è stato contratto da chi avrebbe dovuto attivare politiche a favore della sostenibilità (ambientale, economica e sociale) negli anni ’80 e ‘90. Sono i baby boomers, i soggetti nati tra il 1945 e il 1965, che compongono la particolare generazione considerata la responsabile dell’incremento del debito pubblico tanto che i paesi anglofoni parlano di intergenerational theft (furto intergenerazionale).

Cerchiamo di capire se anche in Italia questa generazione, che poi sarebbe quella dei pensionati a cui parla Boeri oggi, potrebbe essere responsabile dell’impoverimento delle giovani generazioni di oggi. Osservando l’andamento del debito pubblico in Italia negli ultimi 50 anni (Fig. 1 e Fig. 2) è possibile evidenziare un notevole incremento sia osservando il debito pubblico nominale, che il rapporto di questo sul PIL nominale. Ed è risaputo che i costi di questo incremento non si sono sostenuti negli anni in cui il debito è impennato (anni ‘80/90), ma oggi.

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*Nostre elaborazioni (Dati Banca d'Italia)












*Nostre elaborazioni (Dati Banca d'Italia)









Per comprendere il legame tra debito pubblico annuale e redistribuzione intergenerazionale, esaminiamo il modello matematico di Bonin (2001) in cui vi sono due generazioni contrapposte: una giovane ed una adulta che vivono in un dato periodo i e il cui tasso di crescita della popolazione è n (l’andamento della popolazione è quello classico dato dall’equazione Pi = (1+n)Pi,i-1).

Per dare un’idea dei diversi scenari, consideriamo di essere in presenza di politiche pubbliche redistributive tali che in ogni periodo è prevista un tassa z a carico delle giovani generazioni, il cui importo è redistribuito in modo aggregato alle generazioni adulte. Quindi, se i trasferimenti verso le generazioni adulte sono definiti dalle entrate a carico dei giovani, allora il bilancio pubblico è in pareggio (spesa pubblica e entrate si equivalgono), mentre se la popolazione delle coorti più giovani è più numerosa di quelle più adulte di un n% allora le entrate saranno superiori dello stesso n%.

Per capire come si distribuiscono le politiche osserviamo il ciclo di vita delle coorti di generazioni. Manteniamo costante il tasso di sconto r utile a mantenere i pagamenti del futuro nel presente.

Il valore netto del pagamento del trasferimento per le giovani generazioni nate nel periodo i è dato dall’equazione seguente:

  

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Quindi, se r è maggiore di n, allora il trasferimento comporterà un carico maggiore per le generazioni nate nel periodo i, a carico delle generazioni future.

Allo stesso modo, nel caso in cui il legislatore si trovasse in una condizione di deficit e dovesse attivare un mutuo di entità z dalle giovani alle vecchie generazioni, il maggiore onere dell’intervento ricadrebbe nuovamente sulle spalle delle nuove generazioni. Le coorti appartenenti alle giovani generazioni nel periodo i e i+1, dovrebbero fornire infatti un prestito alle generazioni adulte. Mentre le generazioni successive ancora sosterranno l’onere del disavanzo di bilancio derivante dalla restituzione del prestito del governo a beneficio delle coorti di generazioni che avevano sostenuto il prestito e che prima erano giovani e che al momento della restituzione sono adulte.

Proprio quest’ultimo caso richiama alla mente il funzionamento del sistema previdenziale di tanti Paesi tra cui dell’Italia, in cui le coorti di generazioni più avanzate godono del bonus iniziale di contributi presi a prestito dalle generazioni future.

Inoltre occorre sottolineare che a questioni di carattere fiscale si aggiungono anche questioni demografiche, come l’invecchiamento della popolazione: alle generazioni future spetterà pagare i contributi pensionistici ad una porzione di popolazione sempre più estesa (Roccisano 2010).

Infine se osserviamo la composizione della spesa sociale italiana rapportata al PIL (Fig. 3), è possibile mettere in evidenza come la maggior parte della spesa sociale vada a sostegno di chi, le generazioni adulte, sono già all’interno di sistemi di protezione sociale, mentre la spesa a sostegno dell’esclusione sociale di chi è fuori, le generazioni più giovani, rimane molto bassa.

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In conclusione questa dei rimborsi delle pensioni era un’occasione imperdibile per sottoscrivere anche in Italia una sorta di patto generazionale a vantaggio delle generazioni più giovani, secondo lo stesso principio rawlsiano della redistribuzione in virtù della giustizia sociale. Potrebbe essere scontato dirlo, ma Paesi come la Norvegia sono già avanti in materia e già nel 1990 hanno creato un “fondo pensione globale” in cui confluiscono i ricavi derivanti dalla vendita di petrolio e che oggi ha un valore stimabile un miliardo di euro, ma che, come ha sostenuto in una recente intervista Elroy Dimson (docente presso la London School of Economics e membro del board di gestione del fondo sovrano norvegese), ha un orizzonte temporale talmente lungo da “fornire benessere ai nipoti delle coppie che non si sono ancora conosciute”.

 

 

Bonin H. (2001), Generational Accounting, Theory and application; Bonn, Springer

Roccisano F. (2010), Quale impegno per le generazioni future: la sperimentazione del bilancio generazionale della Regione Calabria, Rivista Economica del Mezzogiorno, Il Mulino , Bologna

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