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Migrazione nord-sud. ╚ davvero troppo poca? E-mail
di Francesco Pastore
04 giugno 2015
Secondo autorevoli esponenti della nuova macroeconomia keynesiana di marca statunitense, la storia economica statunitense è costellata di rimonte all’apparenza impossibili da parte di alcune aree del paese a danno di altre e, di conseguenza, di un lento, ma continuo rimescolamento delle gerarchie della crescita locale. Il segreto del perfetto funzionamento dei meccanismi d’aggiustamento verso l’equilibrio nell’economia d’oltreoceano sarebbe la forte flessibilità salariale, favorita da sindacati debolissimi, dalla quasi assenza di contrattazione a livello centrale, dall’alta propensione alla mobilità da parte dei lavoratori. Uno dei motivi di interesse del caso americano è che il meccanismo di aggiustamento sia stato guidato da una continua migrazione di lavoratori piuttosto che di posti di lavoro. 

In altri termini, la mobilità del lavoro, determinata più dallo spettro della disoccupazione di massa nelle aree di partenza che dal miraggio di più alti salari nelle aree di destinazione avrebbe riportato in equilibrio i tassi locali di disoccupazione. La mobilità dei fattori sarebbe stata, pertanto, più importante di quella di prezzo nel caso americano.

Nel modello teorico neoclassico, la flessibilità del prezzo dei fattori di produzione può essere sostituita dalla mobilità dei fattori stessi. In altri termini, il mancato effetto di compensazione delle diseconomie esterne di produzione provocato da una struttura salariale piatta potrebbe essere sostituito da una forte mobilità del lavoro. Se gli investimenti non vengono al Sud perché i salari e le diseconomie esterne di produzione sono notevoli, allora il riequilibrio nei tassi di disoccupazione può essere ottenuto spostando la mano d’opera dal Sud, dove è senza lavoro, al Nord, dove invece è scarsa. Già Vera Lutz aveva suggerito il ruolo sostitutivo della flessibilità quantitativa, rispetto a quella di prezzo per risollevare le sorti del Mezzogiorno.

Ma quale è la situazione italiana ed europea? Sarebbe colpa dei bassi flussi migratori se la convergenza tarda a realizzarsi in molti paesi e anche fra paesi? Oppure i flussi ci sono, ma tendono a rinforzare anziché indebolire i divari territoriali?

I fatti stilizzati relativi ai flussi migratori in Italia

Secondo l’ultimo rapporto Svimez, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, i flussi migratori cambiano di intensità, caratteristiche socio-demografiche dei migranti e durata. Alle migrazioni di massa del periodo post-bellico si sostituiscono migrazioni comunque piuttosto numerose e, per di più molto selettive, relative cioè alla mano d’opera a più alta qualifica, mentre si sviluppa un fenomeno relativamente recente, il pendolarismo di lunga durata, spesso prodromico di trasferimenti definitivi.

Dalla metà degli anni Novanta in poi, circa 2,7 milioni di meridionali lascia l’area, con un flusso annuo di oltre 100 mila l’anno e un picco di 147 mila nel 2000. Il saldo negativo del Mezzogiorno è pari a circa 730 mila persone dal 2000 al 2012, una sorta di “tsunami demografico”.

Una novità importante è la contrazione significativa, fin quasi ad annullarsi, dei flussi relativi alle componenti meno giovani della popolazione, dai 45 nni in su: la stragrande maggioranza dei flussi riguarda le classi di età 25-29 e 30-34. Nel 2011, il saldo è di circa meno 15 e 12 mila per queste due classi di età, rispettivamente.

Una percentuale superiore al 60% degli emigranti dal Mezzogiorno del 2011 aveva un livello di istruzione secondario superiore (39%) o terziario (25%). La quota di laureati fra gli emigranti è aumentata in misura notevole negli ultimi anni, essendo solo pari al 10% nel 2000. In alcune regioni, dove la domanda di lavoro ad alta qualifica è più bassa, come il Molise, un emigrante su tre era laureato nel 2011.

Anche i flussi migratori verso l’estero sono importanti, anche se non così tanto in termini quantitativi. Dal 2002 al 2011, gli emigrati italiani all'estero sono passati da 34 a 50 mila l’anno, per il 70% provenienti dalle regioni settentrionali. I meridionali che emigrano all'estero sono passati dal 47 al 30%. Nel decennio, circa 180 mila meridionali emigrano all’estero, di cui 20 mila sono laureati. Germania, Svizzera e Regno Unito i paesi più attrattivi. 

Infine, il pendolarismo fuori regione delle regioni meridionali riguarda 213 mila persone nel 2013, di cui 156 mila verso le regioni settentrionali. Si tratta dal cosiddetto pendolarismo di lunga distanza (o fra ripartizioni), spesso prodromico di emigrazioni di lungo periodo.

Le spiegazioni nuove dei flussi migratori e delle loro conseguenze

Le obiezioni a questo approccio sono molto radicate. In primo luogo, come rilevato dalla stessa Lutz, l’emigrazione è fonte di sofferenza e di disagio sociale, non solo per le persone che sono costrette a lasciare la loro regione, ma anche per le persone residenti nelle aree di destinazione dei flussi migratori.

Inoltre, le migrazioni dal sud al nord non mancano, anzi, come si è detto nel paragrafo precedente, riprendono in modo strisciante, ma sempre più importante, in termini dimensionali e cambiano moltissimo di natura rispetto a quelle degli anni Cinquanta del secolo scorso. Solo i lavoratori più giovani e qualificati, manuali o non-manuali che siano, riescono a muoversi verso le regioni settentrionali quando non verso l’estero. Si parla sempre più spesso di una fuga di cervelli (brain drain), che dà la sensazione di causare un ulteriore aggravamento dei differenziali, piuttosto che una loro riduzione.

Ciò dipende sia dalle caratteristiche della domanda di lavoro nelle aree di destinazione che dalle caratteristiche dell’offerta nell’area di partenza. Infatti, nelle regioni del Nord, la richiesta di lavoro riguarda lavori non manuali ovvero lavori manuali ad alto contenuto di specializzazione. Tuttavia, la disoccupazione meridionale tende a riguardare soprattutto le fasce della forza lavoro caratterizzate da un più basso livello di istruzione e di qualificazione professionale. Quindi, il brain drain non ridurrà il nocciolo della disoccupazione nelle aree di partenza.

Inoltre, le regioni arretrate subiscono un drammatico processo di depauperamento delle loro forze migliori. La tendenza della forza lavoro ad alta qualifica ad emigrare vale da monito per le politiche incentrate sull’investimento nei sistemi di istruzione e di formazione professionale, cioè solo sul lato dell’offerta di lavoro. Se la domanda locale di lavoro ad alta qualifica resta bassa, potrebbe non avere senso incentivare l’accumulazione di capitale umano.

Recenti analisi econometriche, realizzate con metodi di analisi rigorosi e dati sempre migliori, sembrano dimostrare che in realtà i flussi migratori tendono a rafforzare, anziché mitigare i divari territoriali di disoccupazione, come prevedono i modelli teorici recenti della Nuova Geografia Economica. In sintesi, se le economie di scala sono importanti nelle decisioni di localizzazione delle attività economiche, allora la mobilità cambia di segno: essa si dirige verso le regioni dove i fattori di produzione sono già più abbondanti e hanno un maggiore rendimento. Ciò spiegherebbe anche perché la migrazione ha preso la forma del brain drain e perché essa tende a causare divergenza, anziché convergenza.

Spiegazioni alternative dei divari

Ciò spinge molti osservatori a ritornare sulle cause originarie dei divari regionali. Alcuni osservatori argomentano che fra queste ultime vi è una maggiore fragilità produttiva ed occupazionale. Ciò si manifesta in un maggior tasso di turnover fra stati del mercato del lavoro. In altri termini, nel Mezzogiorno, si creano e si distruggono più posti di lavoro che nel centro nord, come evidenziano in modo inequivocabile i dati longitudinali delle indagini delle forze di lavoro. Tutte le attività produttive sono più instabili, sicuramente a causa della loro struttura dimensionale più frammentata, ma anche a causa di una minore redditività economica di ogni attività economica. Quest’ultima, a sua volta, è causata da maggiori costi di produzione e minori occasioni di guadagno nei mercati di sbocco. I maggiori costi di produzione sono anche associati alla diffusione sempre più capillare delle attività illegali delle organizzazioni criminali che impongono oltre al più tradizionale racket, forme più nuove e subdole di ostacolo alla libera iniziativa economica, come la alterazione dei meccanismi di mercato a favore di imprese proprie o a se legate. Insomma, esistono molte ragioni che spigano perché il mutamento strutturale, che è all’origine della maggiore disoccupazione delle regioni meridionali, è maggiore al sud che al nord. 

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