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UniversitÓ quasi gratuita? E-mail
di Paolo Silvestri
04 giugno 2015

Troppo spesso si scrive che l’università in Italia è quasi gratuita. Rifacendo i conti, per tenere conto che le università operano in regime di produzione congiunta e che il costo privato rilevante per la decisione d’investimento in istruzione non dipende solamente dal livello delle tasse universitarie, emerge un quadro diverso. È un vecchio problema, a cui si era cercato di porre rimedio con le riforme del diritto allo studio e delle tasse universitarie avviate a metà degli anni novanta, e che ora sta riproponendosi con forza, come mostra la sensibile caduta nel tasso di passaggio dei diplomati all’università.


Ancora una volta leggiamo che “continuiamo ad offrire istruzione universitaria pressoché gratuita anche per nuclei familiari dal reddito molto elevato" (Albero Alesina e Francesco Giavazzi, fondo del Corriere della sera di domenica 7 aprile 2015). L’affermazione è documentata cifre alla mano: “ogni studente costa allo Stato circa 7 mila euro l’anno, a fronte di rette universitarie che, anche nella fascia di reddito più elevata, si aggirano, nella media a 2 mila. Nelle facoltà scientifiche dell’università di Pavia, le più costose d’Italia, le famiglie con il reddito più elevato pagano circa 3.550 euro, la metà del costo”.

Il ragionamento, condivisibile riguardo alla necessità di differenziare maggiormente le tasse universitarie in funzione della condizione economica (della famiglia di appartenenza) degli studenti, è però basato su alcuni presupposti, che è opportuno esplicitare.

Intanto vediamo da dove vengono fuori le cifre: il complesso delle spese registrate nei bilanci delle università statali nel 2012 è pari a circa 12,8 miliardi di € (Anvur, Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca 2013); dalla stessa fonte osserviamo che le entrate contributive delle università (tasse) sono pari a 1,8 miliardi; tenuto conto che gli iscritti sono quasi 1,8 milioni, ne consegue che il costo medio per iscritto è poco più di 7.000 € all’anno e la retta media di circa 1.000, ovvero con un tasso di copertura del 15%.

Per quale ragione lo Stato dovrebbe vendere sottocosto l’università? Una buona ragione è fornita dalla teoria economica: un servizio pubblico è ceduto a un “prezzo” (la tassa) inferiore al costo medio quando siamo in presenza di esternalità, ovvero quando i benefici che derivano dall’istruzione non vanno solamente a vantaggio di chi fa l'investimento (studenti), ma in parte ricadono sull'intera collettività. Se ci sono esternalità, la differenza tra il costo medio e la tassa deve essere coperta con imposte generali. La compensazione degli effetti esterni ha una motivazione di efficienza: in assenza di un sussidio pubblico il livello d’investimento in istruzione superiore sarebbe inferiore a quello ottimale. É noto che il problema della quantificazione degli effetti esterni è di difficile stima. Ma va da sé che se il costo medio per iscritto è di 7.000 € all'anno e se l’importo medio delle tasse universitarie è di 1.000 €, un sussidio pari all’85% del costo è palesemente troppo elevato.

L'argomentazione presenta però alcuni aspetti problematici. Il primo riguarda il calcolo del costo medio per iscritto. Dov'è il trucco? È evidente che con quei 12,8 milioni le università non producono solo servizi didattici, ma anche di ricerca e di terza missione (che, ad esempio, comprende l’attività assistenziale erogata nei dipartimenti medici). Detto in altre parole le università sono aziende multi prodotto e non è corretto attribuire tutta la spesa a un'unica funzione: i servizi didattici. Come si fa a scorporare dalla spesa complessiva quella per la produzione di servizi di istruzione? Il problema è particolarmente complesso dal momento che i docenti, principali produttori dei servizi finali, svolgono congiuntamente le tre attività. Ci sono diverse modalità, in uso in altri paesi e da parte di organismi internazionali, per stimare le rispettive quote. Generalmente si basano sull’allocazione del tempo che i docenti dedicano alle tre funzioni; la stima viene utilizzata come driver per l'imputazione analitica dei costi. La regola del pollice, spesso applicata a livello internazionale, consiste nell’attribuire il 50% della spesa alla produzione di servizi d’istruzione. Applicando questa semplice regola, il costo medio per iscritto scende da 7.000 a 3.500 €. Questa prima correzione fa già una bella differenza: il grado di copertura con  tasse universitarie del costo medio dei servizi didattici si avvicina al 30%, livello comparabile con quello (desiderato) per la generalità dei servizi a domanda individuale.

Ma la storia non finisce qui. La compensazione degli effetti esterni con un sussidio, come detto, consente agli individui di acquisire il livello ottimale d’istruzione; a questo fine ciò che è rilevante per la decisione è il “costo privato” dell'investimento, che non comprende solo le tasse universitarie. Assumiamo per semplicità che il costo medio sia uguale al costo marginale e proviamo a ricostruire da cosa è dato il costo privato: esso è pari alla somma della tassa universitaria e della tassa per il diritto allo studio (che va alle regioni), delle spese dirette specifiche (libri, fotocopie e altro materiale didattico) e, come ci ricorda la teoria del capitale umano, del costo opportunità, ovvero del mancato reddito che lo studente avrebbe ottenuto lavorando anziché studiare. Il costo privato va naturalmente calcolato al netto delle risorse pubbliche che sono impiegate per gli interventi per il diritto allo studio, che hanno l'obiettivo di compensare il costo opportunità, e delle detrazioni Irpef, pari al 19% delle tasse.

Facendo due conti approssimativi (ma qui interessa l’ordine di grandezza), il quadro cambia sensibilmente. Il costo privato, anche assumendo un’ipotesi minima del costo opportunità di 6 mila euro all’anno (l’equivalente di un tirocinio a 500 € al mese), sale a circa 7.020 € (Il calcolo, del tutto prudenziale, comprende: 1.000 € di tassa universitaria, 120 € di tassa regionale per il dsu - livello minimo prevista dalla normativa-, 400 € di costi diretti per materiali didattici -Istat, indagine sui consumi - e 6.000 di mancato reddito, al netto di 200 € di detrazioni Irpef - cfr. le detrazioni per spese d’istruzione dalla banca dati del Mef - e 300 € di spesa pubblica per diritto allo studio - Anvur 2013: spesa per iscritto per gli interventi per il Dsu, al netto della tassa per il DSU-); il costo “sociale” (somma del costo privato e pubblico) a circa 10.020 €, con un onere privato a carico degli studenti pari al 70%.

È tanto o poco? Difficile valutarlo. Certo che non è un mistero che in Italia il sistema universitario pubblico sia sotto finanziato e che lo sia, in modo particolare, il diritto allo studio; non è neanche un mistero che le tasse universitarie siano in Europa, dopo la Gran Bretagna e l’Olanda, le più alte (Oecd, Education at a Glance 2014); dunque è del tutto plausibile che, se abbiamo tra i più bassi tassi di immatricolazione (e di laureati), la causa vada almeno in parte cercata in un costo privato eccessivo.

Al di là della questione di merito, che richiederebbe certamente maggiori approfondimenti, va rimarcata la questione del metodo con cui la discussione pubblica sul giusto (efficiente) livello delle tasse universitarie dovrebbe essere portata avanti e sull’evidenza necessaria per supportarla. Forse è tempo che, su una questione così rilevante, si faccia un salto di qualità evitando di ripetere, come una litania, che l’università è quasi gratuita.

 

Link:

Alesia e Giavazzi: http://www.corriere.it/opinioni/15_aprile_12/slancio-perduto-premier-56953d30-e0da-11e4-87d6-ad7918e16413.shtml

 

Oecd: http://www.oecd.org/edu/Italy-EAG2014-Country-Note-Italian.pdf

Anvur: http://www.anvur.org/index.php?option=com_content&view=article&id=644:pubblicazioni-it&catid=2&Itemid=569&lang=it

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