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Alcuni spunti sull’abrogazione del voto capitario nelle banche popolari E-mail
di Mitja Stefancic
18 maggio 2015

Efficienza, controllo e redditività: queste sono, in sintesi, le parole chiave alla base delle manovre del Governo Renzi per demutualizzare le principali banche popolari, allineandole sia alle aspettative dei mercati finanziari internazionali sia alle loro dimensioni e crescente complessità. Il Governo ha deciso per l’abrogazione del voto capitario nelle maggiori banche popolari, a favore di un modello di governo societario simile a quello delle commerciali. In riferimento ad alcune recenti analisi economiche, la suddetta manovra appare auspicabile dal punto di vista di un maggiore controllo rispetto alle decisioni dei manager-banchieri e, dunque, adatta per salvaguardare l’efficienza nel perseguimento degli obiettivi delle banche. Qualora fosse applicata indistintamente a tutte le banche popolari, essa non terrebbe però conto della loro natura essenzialmente cooperativa. Vediamo il perché. 


Le banche popolari, alla pari delle banche di credito cooperativo, si sono basate storicamente sulla partecipazione dei soci e dei membri cooperanti nel loro governo. Il principio del voto capitario, che non tiene conto delle azioni possedute né del potere economico dei singoli soci, non sarebbe più in grado di garantire un adeguato controllo sulle decisioni manageriali nonché sulle strategie di sviluppo delle banche popolari di maggiori dimensioni. Talvolta proprio una “governance” basata su un assetto proprietario troppo frammentato ha consentito il propagarsi di quello che alcuni economisti come Alexopoulos, Catturani e Goglio definiscono “inerzia manageriale”, ovvero la scarsa propensità dei manager e degli amministratori a favorire il ricambio generazionale nonché i cambiamenti necessari a garantire alla banca un adeguato livello di competitività.

Mentre i meccanismi basati sul voto capitario in passato sono risultati idonei a bilanciare la “performance” delle banche popolari con una partecipazione democratica dei soci, l’efficacia del voto capitario – diritto esercitato soprattutto durante le assemblee generali – è stata posta in dubbio dai recenti cambiamenti negli assetti politico-economici del nostro Paese, legati alle novità istituzionali nel più ampio spettro dell’economia globale. Un numero troppo vasto di soci nelle banche popolari infatti non disporrebbe degli incentivi né degli strumenti tecnici per poter realmente partecipare alle decisioni delle stesse nonché per monitorare i managers. Maggiori sono le dimensioni della banca, minori risultano essere gli incentivi dei soci a partecipare alle assemblee della stessa. Detto questo, dalle attuali ricerche non si può ancora concludere che tale ragionamento valga in egual modo per le banche popolari di piccole dimensioni.

Se da un lato i principali argomenti a favore dei cambiamenti nella “governance” delle maggiori banche popolari si rifanno alla constatazione che a richiederli sono i mercati sempre più attenti ed esigenti, restano invece alcuni dubbi sul versante politico. Possono sorgere delle domande su quelle che potrebbero essere le conseguenze dell’eventuale abrogazione del voto capitario nelle banche popolari di dimensioni limitate: nel porre l’accento sulla sempre maggiore rilevanza del potere decisionale degli azionisti/investitori sulle linee politiche delle banche popolari non si nega forse la possibilità di una partecipazione attiva a coloro che, pur essendo preparati e capaci di dare dei giudizi obiettivi sull’operato dei manager, non dispongono di un cospicuo potere economico di base? Non si sta in tale modo limitando la diversità istituzionale e organizzativa che dovrebbe essere un valore aggiunto all’interno dell’Ue?

Per rispondere al primo quesito bisogna partire dalla constatazione che il principio “una persona, un voto” risulta anacronistico in un contesto in cui chi investe oppure mette soldi a disposizione delle banche vuole che il proprio voto pesi in proporzione all’investimento/impegno. Ciò significa che il principio di uguaglianza, in base a cui erano governate le banche popolari, decade in conseguenza della loro demutualizzazione, e con esso la possibilità dei soci meno abbienti di avere un peso specifico o collettivo nelle assemblee generali. Questo cambiamento è inevitabile per le maggiori banche popolari italiane, visto anche il fatto che in passato non sempre sono state governate adeguatamente. Ma per le popolari maggiormente radicate nel territorio ciò potrebbe non valere: nelle banche di piccole dimensioni, il voto capitario per esempio rappresenta un meccanismo inclusivo per coloro che non dispongono di un potere economico di base.

Inoltre, equiparare le banche popolari di piccole dimensioni a quelle commerciali significherebbe non solo limitare la diversità istituzionale ed alcune specificità organizzative nel settore bancario, ma altresì accantonare necessariamente buona parte di quei principi cooperativi a cui le banche popolari erano tradizionalmente legate nel loro operato storico. In egual modo, le riforme tenderebbero ad aumentare la contendibilità delle banche popolari, ma ciò potrebbe significare anche una maggior esposizione delle stesse alla speculazione esterna, con conseguenze negative per il territorio in cui esse operano (vista la loro risaputa ramificazione nel territorio italiano). Ci sembrano, questi, punti su cui occorre riflettere maggiormente.

La decisione del Governo Renzi di mettere da parte il principio del voto capitario può essere dunque letta come una scelta di perseguimento dell’efficienza bancaria rispetto a dei meccanismi di governo societario che per alcune tipologie di banca risultano datati rispetto alle aspettative dei mercati. Eppure, nel constatare che anche le banche popolari differiscono tra di loro (in base alle loro dimensioni, tradizioni, vocazioni ecc.), non si possono non ricordare le parole con cui il Governatore Donato Menichella un tempo sottolineava la specificità negli obiettivi delle banche popolari e cooperative, premiate per la loro capacità di creare valore in senso ampio, in riferimento ai soci finanziatori, ai clienti e ai dipendenti oltre che alla più vasta comunità in cui queste banche operano, potendosi dedicare “maggiormente a quelle funzioni creditizie che, col minimo rischio, consentono di fare un buon bilancio”. Questi principi potrebbero ancora essere validi per le banche popolari/cooperative radicate nel territorio: come tali dovrebbero essere ripresi e meglio valorizzati nel contesto di un’economia di mercato dinamica e diversificata.

 

 

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