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Cina: la fase di transizione crea incertezze ma non deve alimentare pessimismo E-mail
di Silvano Carletti
18 maggio 2015

La Cina ha chiuso il 2014 con un tasso di crescita del 7,4%, oltre tre volte e mezzo il ritmo di crescita del Resto del Mondo (2,2%). Il consuntivo dell’anno scorso è però inferiore a quello del biennio precedente (7,8%), al trend di sviluppo di lungo periodo (+9,7% nel decennio 2000-10) ed è il più basso degli ultimi 25 anni. Si tratta di un appannamento congiunturale o di un indebolimento strutturale destinato a ridimensionare il ruolo di questo Paese a livello mondiale? A domande di questo genere difficilmente si può rispondere in modo perentorio, tantomeno nel caso della Cina. Volendo comunque arrivare ad una sintesi sono molti gli argomenti che possono sostenere una risposta tendenzialmente positiva.


Prima di cominciare una riflessione sulla Cina una semplice considerazione aritmetica. La Cina ha conosciuto un processo di crescita particolarmente intenso: nell'arco di 14 anni è riuscita a moltiplicare per 3,5 volte il suo Pil. Nel valutare il risultato dell’ultimo anno è quindi opportuno non fermarsi al tasso di crescita. Il montante cui si applica la crescita, infatti, si è incrementato negli anni con elevata rapidità. Posto il Pil in termini reali nel 2000 pari a 100, a fine 2010  risultava pari a 252 per salire a 320,6 al termine del triennio 2011-13. La crescita del +7,4% realizzata nel 2014 “vale” quindi 320,6 * 7,4% = 23,7. La circostanza da sottolineare è che questa quantità (23,7) è un massimo nel periodo considerato. In altre parole le crescite prossime al 10% conseguite pochi anni fa si sono tradotte in un incremento di ricchezza inferiore a quanto determinato dalla crescita del 7,4% registrata a consuntivo nel 2014.


La crescita del Pil        

(volumi; var. % a/a) 


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L’andamento dell’inflazione

(prezzi al consumo; var. % a/a)

 

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Le autorità si sono riproposte di conseguire nel 2015 un tasso di crescita del 7%, target realistico ma non di scontata acquisizione. Il consuntivo del primo trimestre (+7,0%) conferma in pieno questa valutazione. Nel suo più recente scenario di previsione il Fmi ipotizza che l’obiettivo non venga conseguito (+6,8% nel 2015, +6,3% l’anno seguente). Più ottimista la visione di altre istituzioni internazionali, dall’Asian Development Bank (+7,2% nel 2015) all’Ocse (+7,0%).

La vicenda congiunturale si interseca con processi di trasformazione di spessore più strutturale. La strategia di sviluppo della Cina si è a lungo basata su una elevata capacità di investimento e sui rilevanti incrementi di produttività ottenuti dalla trasformazione di una (arretrata) società contadina in una estesa realtà industriale. La crescita demografica e il massiccio trasferimento di forza lavoro dal settore primario verso quello secondario hanno consentito alla Cina di realizzare un processo di industrializzazione estensiva come mai visto in precedenza nel mondo, un processo in cui i volumi rappresentavano il metro naturale per ogni misurazione, con un prevalente posizionamento delle produzioni ai primi gradini della scala del valore.

A indebolire questo percorso di crescita economica sono state più circostanze, tra le quali lo sviluppo della capacità produttiva di altri paesi asiatici capaci di aggiudicarsi le produzioni a minore valore aggiunto. La Cina si è trovata così costretta ad intraprendere un processo di arricchimento e affinamento della sua strategia industriale, una  svolta che ha trovato molteplici forme di realizzazione. Si stima, ad esempio, che siano attribuibili alla Cina il 17% degli investimenti in Ricerca & Sviluppo realizzati a livello mondiale, con una previsione di sorpasso nel 2022 degli Stati Uniti, attuali leader mondiali.

Lo sforzo che la Cina sta dispiegando in questi anni è adeguato per confermare (o anche migliorare) nel futuro il posizionamento economico raggiunto?

Chi formula valutazioni negative sottolinea che le numerose criticità emerse negli anni più recenti non hanno trovato risposte adeguate: dallo sfavorevole profilo demografico alla dispendiosità energetica del circuito produttivo, all’evidente difficoltà di governare il sistema finanziario extra-bancario, alle ricadute di un diverso approccio alla  problematica ambientale (nelle città cinesi le polveri sottili PM10 sono stimate ad un livello 3 volte superiore alla media Ocse).

Sono però numerosi anche coloro che rispondono affermativamente alla domanda prima formulata [Per sintesi e chiarezza cfr. in particolare The Economist del 14 marzo 2015]. Tra le argomentazioni da loro proposte queste (in sintesi) sembrano le più convincenti.

La prima mette in evidenza che la Cina ha già da tempo avviato un processo finalizzato a risalire numerosi gradini della scala del valore. E’ sensibilmente aumentata l’importanza del contributo cinese alla realizzazione di produzioni industriali destinate all’esportazione: secondo la Banca Mondiale il contributo delle componenti importate è sceso al 35%, ben lontano dal 60% stimabile a metà degli anni ’90.

In secondo luogo, la Cina sta conquistando ruoli di leadership in attività ad elevato valore, nelle quali fino a pochi anni fa era poco presente. Un esempio è quello del settore ferroviario, un percorso replicato (o replicabile) in altri settori.

In terzo luogo la Cina ha ancora ampi spazi per accrescere la sua produttività, obiettivo raggiungibile considerata la straordinaria capacità d’investimento dimostrata fin qui. Numerosi esempi mostrano che anche in questo caso si tratta di una prospettiva in parte già avviata. Nel 2013 la Cina, superando il Giappone, è diventato il più grande acquirente di robot industriali. La densità di robot industriali rispetto ai dipendenti è però in Cina ancora un decimo di quella riscontrata in Germania e ancora meno di quella del Giappone.

Un altro esempio di accrescimento dell’efficienza del circuito economico è il collegamento ferroviario (oltre 11mila Km) in costruzione tra Chongqing (megalopoli della Cina centrale) e Duisburg in Germania. Una volta realizzato i tempi di trasporto delle merci dalla Cina all’Europa scenderanno da 36 a 13 giorni (è stata definita la nuova via (ferrata) della seta).

L’ultimo argomento a sostegno di una visione positiva dello sviluppo cinese è fornita dalla semplice considerazione che questo paese rappresenterà una delle aree più dinamiche della domanda globale. La crescita di spesa procapite spingerà la domanda di una larga gamma di beni consumo, a cominciare da quella delle automobili. Tra il 2005 e il 2014 le vendite di autovetture in Cina sono passate da 4 a 20 milioni, un dato  che equivale a circa un quarto del totale mondiale. Lo scorso anno il 40% dei profitti dell’industria globale dell’auto risulta realizzato in Cina. Malgrado l’intensa crescita recente, il mercato automobilistico cinese è ancora in una fase decisamente iniziale: orientativamente, per ogni mille persone circolano negli Stati Uniti circa 750 autovetture, intorno a 550 nella Ue (poco sopra 600 l’Italia), meno di 100 in Cina.

 

 

 

 

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