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LIVELLI DI CONTRATTAZIONE E RADICAMENTO SINDACALE E-mail
Relazioni industriali
di Andrea Lassandari

riforma della contrattazioneNell’intervento si analizzano il dibattito sulla riforma della struttura della contrattazione collettiva nonché il recente documento elaborato in materia dalle tre principali confederazioni sindacali dei lavoratori, alla luce dei possibili impatti sulla importanza ed il radicamento delle organizzazioni di rappresentanza dei prestatori. Si prospetta l’ipotesi di una moltiplicazione dei livelli di contrattazione, ritenuta oggi l’unica in grado di consentire al sindacato una reazione di fronte all’impresa "proteiforme".


Segnali di inadeguatezza della regolamentazione pattizia concernente la struttura della contrattazione collettiva, già introdotta dal "protocollo" del 3-23 luglio 1993, risultano da tempo evidenti: sulla opportunità di una riforma appaiono quindi esserci larghe convergenze. La stessa più ampia valorizzazione del c.d. "secondo livello" di contrattazione, che probabilmente ne costituirà l’elemento centrale, pur oggetto di opinioni questa volta contrastanti, potrebbe risultare persino "promettente", secondo lo specifico punto di vista dei sindacati dei lavoratori: occorrerebbe infatti conseguentemente affrontare il problema della presenza dei rappresentanti dei lavoratori nell’insieme delle imprese nazionali.

Un giudizio sul dibattito – nonché sul recente documento elaborato dalle tre principali confederazioni sindacali dei lavoratori, primo "precipitato" del medesimo – richiede tuttavia un iniziale chiarimento, a proposito degli obiettivi che si ritiene l’ipotizzata riforma debba perseguire. L’impressione è che assuma centrale rilievo, prestando attenzione alle forze politiche, ai media, alle stesse organizzazioni di rappresentanza di datori e lavoratori, l’intenzione di incrementare la "competitività e produttività delle imprese": punto di vista capace in verità oggi di oscurare tutti gli altri.

Non possono tuttavia essere dimenticate, ragionando di assetti contrattuali, le inevitabili ricadute su importanza e diffusione delle organizzazioni sindacali dei lavoratori: le quali sono senz’altro allo stato declinanti, nei Paesi occidentali. Ove si ritenga che una società dove sono presenti grandi organizzazioni sindacali risulti più democratica ed attenta alla qualità del lavoro e quindi della vita delle persone (punto di vista senz’altro oggi meno diffuso di un tempo: anche se di rado pubblicamente contestato), la questione appare in effetti non eludibile.

Ben maggiore attenzione sembra allora debba essere innanzitutto dedicata a parte marginale del "documento" sindacale e per lo più ignorata nel dibattito: quella volta a "considerare" la "dimensione europea ed internazionale" sia "dell’economia e delle imprese" che dell’intervento collettivo. I sindacati dei lavoratori (principali interessati, in quanto altrimenti destinati ad incerto destino) dovrebbero conseguentemente intraprendere una serie di iniziative radicalmente nuove, investendo con decisione in tale ambito. Il pur breve riferimento contenuto nel "documento" costituisce comunque testimonianza dell’esigenza: anche se occorre approfondire come su di esso incida la decisa sottolineatura del ruolo di una "contrattazione di secondo livello … incentrata sul salario per obiettivi".

Se infatti la presenza contrattuale in ipotesi si riducesse a questo – ovvero sia, ciò costituendo all’incirca un sinonimo: se le vere ed uniche possibilità di incremento salariale emergessero in sede aziendale – il rischio della "evaporazione" dell’interesse collettivo nazionale in tanti distinti e separati interessi collettivi aziendali, per definizione (più) corporativi e fatalmente in competizione uno con l’altro esattamente come lo sono le rispettive imprese di appartenenza, potrebbe non essere peregrino. Proprio quando la sopravvivenza del sindacato nazionale richiederebbe un collegamento con gli interessi anche dei lavoratori che operano oltre confine, la focalizzazione principalmente sulle dinamiche della singola impresa potrebbe far procedere in ben altra direzione: in tempi non troppo lunghi forse anche refrattaria ad una considerazione collettiva degli interessi. Senza dimenticare di osservare quale sia oggi l’importanza del sindacato nei Paesi il cui sistema di relazioni industriali vede un ruolo centrale, se non esclusivo, del livello decentrato, soprattutto aziendale, di contrattazione.

In Italia peraltro oggi in circa i due terzi del Paese, sia pure i meno ricchi ed industrializzati, risulta dominante l’intervento unilaterale dell’imprenditore, con la pressoché totale assenza sia del sindacato che della contrattazione in azienda. Mentre la "via pattizia" attraverso cui garantire "l’effettività e la piena agibilità del secondo livello di contrattazione", per quanto suggestiva, appare irta di difficoltà, giuridiche ma anche di fatto: può in definitiva bastare ad "inventare" il sindacato in azienda il sostegno "artificiale" della leva fiscale pubblica (tra l’altro contemporaneamente utilizzata per incentivare gli straordinari e le attribuzioni retributive unilaterali)?

Il giudizio comunque muta se il livello decentrato di contrattazione, come nel "documento" si prevede, non è l’unico ma appunto il secondo. Appare difficile però che il contratto nazionale mantenga un ruolo in prospettiva rilevante – e ciò si ritiene valga pure per l’organizzazione che lo sottoscrive – se la sua funzione fondamentale si concentrerà sul recupero retributivo rispetto all’inflazione "realisticamente prevedibile" (?). Occorre subito dire, a scanso di equivoci, che si tratterebbe in ogni caso di operazione di cui i contratti nazionali non sono stati in concreto capaci negli anni più recenti: quindi da non sottovalutare affatto. Stabilire però che la più efficiente e positiva delle contrattazioni nazionali, secondo il punto di vista dei lavoratori, riesca (appena) a recuperare il gap inflazionistico, induce alla tentazione di farne anche a meno. Specie se sui restanti istituti il punto di vista del contratto nazionale assumesse sempre più modesta influenza: muovendosi cioè in concreto il contratto decentrato con piena e totale libertà rispetto al primo. Potrebbero essere gli stessi lavoratori, in particolare nei settori ove il giocatore sindacale è più debole, a richiedere una sostituzione con altri (un giocatore meccanico o elettronico? Fuori di metafora: un salario minimo indicizzato?): ciò senz’altro non rafforzando il giocatore. La giusta esigenza di "razionalizzazione delle aree di copertura"; la doverosa attenzione al rispetto dei tempi di rinnovo (nel "documento" portati a tre anni sia per la parte economica che normativa), non possono insomma prescindere da preliminari valutazioni sul ruolo concretamente ricoperto dal contratto e prima ancora dallo stesso sindacato.

Il "documento" prevede ancora una ipotesi di "riforma della rappresentanza … attuata per via pattizia", ciò costituendo significativa risposta a problematiche storicamente irrisolte: a partire da essa si potrebbe forse anche giungere ad un intervento legale, visto che soprattutto contrasti tra i sindacati hanno fino ad ora impedito questo esito. Tuttavia le verifiche di "democrazia sindacali" ipotizzate quanto alla contrattazione non coinvolgono proprio il "novello" perno e propulsore dell’intero sistema, stando al dibattito: e cioè il c.d. "secondo livello".

Si ha l’impressione, esprimendo alcune considerazioni finali, che l’adeguamento imposto al sindacato dei lavoratori dall’evoluzione dei sistemi sociali ed economici dovrebbe piuttosto condurre ad una moltiplicazione delle sedi di contrattazione. Perché non può ad es. rispondersi alle esternalizzazioni d’impresa, senza incidere innanzitutto sull’ambito di applicazione della contrattazione: introducendo cioè in tal caso un nuovo e ben più dinamico livello (periferico ma potenzialmente, come ovvio in prospettiva, sovranazionale) di confronto. Appare inoltre improbabile rinunciare ad un livello almeno territoriale di categoria, nelle aree dove la contrattazione aziendale non esiste: questo dovrà però essere all’occorrenza aggiuntivo, ove voglia operare come "incubatore" dell’aziendale. Neanche si può semplicemente ignorare fenomeno già manifestatosi e che probabilmente assumerà sempre maggiore importanza, dato dalla presenza di contratti interconfederali o addirittura "trilaterali", con la partecipazione cioè di Regioni od Enti locali, territoriali periferici (chi ricorda il discusso "Patto Milano lavoro"?). Cenni ad alcune di tali ipotesi sono leggibili tra le righe del "documento": anche se è indubbia la prudenza, eufemisticamente, con cui le si considera.

La dimensione realmente articolata e molteplice della contrattazione appare insomma quella oggi in grado di consentire al sindacato una reazione di fronte all’impresa "proteiforme": senza che ciò necessariamente limiti la competitività di quest’ultima; piuttosto – ma appare cosa diversa – l’unilateralità. Ipotesi o prassi di sistemi contrattuali concentrati su di un unico livello - si tratti del nazionale o dell’aziendale: e quest’ultima, per le ragioni dette, appare l’eventualità peggiore – non farebbero che accelerare l’evoluzione verso una società asindacale.

 

Andrea Lassandari

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