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L’alternanza scuola-lavoro e la buona scuola E-mail
di Anna Orsi
04 maggio 2015

Il ddl. “La buona scuola” sembra optare per la valorizzazione di un sistema di alternanza scuola-lavoro, che dovrà coinvolgere non solo gli studenti degli istituti tecnici e professionali, ma anche quelli dei licei. È necessario ribadire che tale modello, non è un nuovo modello di apprendistato, ma un sistema di alternanza scuola-lavoro che somiglia un po’ al modello duale tedesco, plasmato, però, alla realtà italiana.

L’alternanza scuola-lavoro può essere il giusto ponte di collegamento tra la scuola e il lavoro e, se concepita bene, con alla base un effettivo sostegno statale anche a livello economico, è uno strumento in grado di ridurre la disoccupazione giovanile, ma soprattutto in grado di modellare l’offerta formativa in base alle esigenze delle imprese e all’andamento del mercato, basandosi proprio su un forte dialogo tra sistema di istruzione, imprese, famiglie, studenti e associazioni sindacali.


La riforma attuale

Il disegno di legge La buona scuola racchiude la riforma del sistema scolastico italiano proposta dal Governo Renzi.

Si tratta di una delle riforme più attese, in quanto volta a definire il cambiamento del modo di concepire il sistema scolastico italiano, che nella sua strutturazione, non permette agli studenti italiani di essere competitivi e di inserirsi facilmente nel mercato del lavoro. Si cerca, al pari degli Stati più avanzati, di puntare sulla valorizzazione della formazione e dell’istruzione, sia degli studenti, che degli insegnanti. La strategia sarebbe quella di optare per una forte collaborazione tra i vari attori sociali, in modo da avere chiaro l’andamento del mercato del lavoro e in modo da essere in grado di plasmare l’offerta formativa secondo la domanda di lavoro.

Tante sono le ambiguità sul nuovo modo di concepire il sistema scolastico italiano che potrebbero finire solo con l’indebolimento dello stesso sistema di istruzione (un esempio è quello di lasciare un forte potere discrezionale nelle mani dei presidi), ma accanto ad elementi negativi ce ne sono altrettanti positivi.

Uno dei punti tra i più interessati ed innovativi è quello in cui si afferma che La buona scuola deve essere fondata sul lavoro. Il Governo si dirige verso percorsi di alternanza scuola-lavoro che dovranno coinvolgere gli studenti degli istituti tecnici e professionali, per un totale di 400 ore di alternanza, e si dirige verso tirocini che saranno indirizzati agli studenti dei licei, per un totale di 200 ore.

Così come sancito dall’Art 4, comma 6, del ddl. “A decorrere dall’anno successivo alla data di entrata in vigore della presente legge, gli studenti a partire dal secondo anno dei percorsi di istruzione secondaria di secondo grado possono svolgere periodi di formazione in azienda attraverso la stipulazione di contratti di apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale”. Con queste parole non si vuole affermare un nuovo modello di apprendistato, ma un sistema di alternanza che somiglia un po’ al modello duale tedesco, che però è plasmato alla realtà italiana. Basta pensare che nel sistema tedesco si ha la prevalenza assoluta della formazione pratica, che avviene on the job, rispetto a quella teorica- scolastica, cosa contraria alla realtà italiana. A tal punto si deduce che incentivando l’alternanza scuola-lavoro, si incentiva di conseguenza anche l’apprendistato.

I vari interventi sull’apprendistato italiano

In Italia, però, il contratto di apprendistato, nonostante assolva un ruolo importante, perché permette di ridurre al minimo la durata delle transizioni scuola-lavoro, particolarmente lunghe e complesse e il cui peso ricade sulle famiglie, è caratterizzato da molte lacune.

Tali lacune si riscontrano oltre che nell’andamento del mercato del lavoro, caratterizzato da una forte disoccupazione giovanile, soprattutto nella disciplina legislativa di cui è stato oggetto.

In effetti, le varie leggi, tra le più importanti la L. n. 25 del 1955, la Legge Treu (L. n. 196/1997) e la Legge Biagi (L. n. 30/2003) di cui l’apprendistato è stato oggetto, anche se cercavano tutte di assolvere l’obbligo formativo, non affrontavano il problema di fondo che caratterizza l’apprendistato italiano, cioè quello di essere slegato dal percorso scolastico e lontano dalla collaborazione con le parti sociali, collaborazione necessaria per dar vita ad un sistema efficace di alternanza scuola-lavoro.

È proprio con tale obiettivo che c’è stato con il Testo Unico del 2011 (D.lgs 167/2011) un ritorno all’apprendistato. Un ritorno tormentato perché gli effetti desiderati non si sono verificati: i dati statistici contenuti nel XIV Rapporto Isfol evidenziano che il numero di contratti concluso è stato di gran lunga inferiore a quello atteso, si assiste alla perdita di circa 58000 posti di lavoro.

Inoltre a meno di un anno dall’emanazione del T.U i successivi Governi sono tornati ad occuparsi nuovamente di apprendistato; dapprima l’ha fatto il Governo Monti, poi il Governo Letta ed infine l’attuale Governo Renzi.

È stato proprio il Governo Renzi, con il Jobs Act, a presentare un piano di riforme dirette a semplificare il vecchio apprendistato e renderlo appetibile per i datori di lavoro, cercando di ripristinare i dati fortemente negativi che i Rapporti Isfol evidenziano.

Optando per la semplificazione, anche della procedura, il Governo ha messo in discussione un elemento importante e caratterizzante il contratto di apprendistato: la formazione. Inoltre, secondo quanto sancito nel Bollettino Adapt del 2014, l’apprendistato italiano non segue le linee guida dettate dalla Commissione europea, che ha stabilito che è opportuno per gli Stati, sul piano delle politiche legislative e del lavoro, puntare sull’apprendistato, perché un incremento di un solo punto percentuale dello stesso ha come conseguenza un aumento di circa l’1% del tasso di occupazione giovanile e una riduzione di quello di disoccupazione di circa l’1%.

È il caso di dire, dunque, che l’apprendistato italiano non trova pace, non solo perché è oggetto di continui interventi legislativi, tutti particolarmente complessi da attuare, ma anche perché è stato sempre contrassegnato da dati negativi che emergono dai rapporti Isfol e dai bollettini ADAPT. Tali dati dimostrano che in effetti l’apprendistato italiano non è tra gli ultimi nello scenario europeo, però, essendo anche influenzato dalla crisi economica che ha determinato un alto tasso di disoccupazione, non produce gli effetti sperati.

Perché si verifica ciò?

La risposta sta nel fatto che l’apprendistato italiano è slegato dal percorso scolastico, che in Italia è sequenziale, basato sulla logica “prima studio, poi lavoro”, in cui si assiste ad una separazione tra la teoria e la pratica. Inoltre, la disciplina viene resa ancor più complessa proprio dal fatto che i vari attori sociali, che dovrebbero avere un ruolo ben definito, non assolvono i loro compiti; basta pensare che le Regioni, chiamate a regolare i profili formativi, fanno male la stessa formazione! D’altro lato lo Stato non incentiva l’apprendistato al punto tale da renderlo appetibile per i datori di lavoro. In tale scenario, è ovvio che i datori di lavoro optino per soluzioni alternative allo stesso apprendistato, messe loro a disposizione dal legislatore; un esempio sono i contratti temporanei che non permettono al giovane di essere formato. L’apprendistato senza formazione non può reggere!

 

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