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RAPPORTO ISTAT: LO SFORZO DI DIRSI OTTIMISTI* E-mail
Economia reale
di Maurizio Franzini
29 maggio 2008

rapporto_annuale_istat.jpgIl Rapporto annuale dell’Istat ci restituisce l’immagine di un paese in difficoltà nell’assicurare benessere ai suoi cittadini. La crescita economica stagna, la produttività segue – da non breve tempo – andamenti assai preoccupanti, le disuguaglianze economiche sono elevate e con connotazioni specifiche nuove ma non incoraggianti. Lo sforzo, che si può leggere tra le righe del Rapporto, di individuare e valorizzare gli elementi positivi appare tanto generoso quanto poco convincente.
* Articolo pubblicato anche su l'Unità del 29 maggio 2008

Di positivo vi sarebbe il fatto che non tutto il paese e non tutti i settori produttivi si troverebbero nelle medesime condizioni. E, inoltre, che le esportazioni – almeno in alcuni comparti – non vanno troppo male, anche in rapporto a partners europei, per altri versi collocati in posizione più vantaggiosa della nostra.

Ma appare insufficiente, come si fa nella sintesi del Rapporto, definire virtuose quelle imprese – pari al 22% del totale – che si collocano al di sopra della media per produttività e redditività. Il criterio da soddisfare, per guadagnarsi una menzione di virtuosità, dovrebbe essere un pochino più severo del semplice far meglio rispetto a un valore medio molto basso. Inoltre, rispetto alle esportazioni, la questione cruciale è il debole collegamento tra capacità di tenuta competitiva, da parte di molte imprese, e ininfluenza di questa capacità sulla produttività e, quindi, su retribuzioni e tenore di vita. Questo fenomeno, per alcuni versi singolare, può essere interpretato come la prova che tra competitività delle imprese e tenore di vita della popolazione si è venuta creando una cesura, le cause della quale vanno probabilmente ricercate nelle modalità – ben documentate nello stesso Rapporto – attraverso le quali si è realizzata la ricordata tenuta competitiva: delocalizzazioni più che innovazioni, utilizzo poco virtuoso della flessibilità del lavoro più che riconversioni e ristrutturazioni produttive.

Tutto questo trova espressione nei dati sulle disuguaglianze economiche (l’Italia, da tempo, è in posizione di leadership nella classifica dei paesi avanzati più diseguali) e nella dinamica delle retribuzioni. Tra gli altri dati che si potrebbero citare, vale la pena di ricordare soltanto quello sulla variazione percentuale delle retribuzioni reali nette per dipendente tra il 2000 e il 2006: 0,1% (quelle lorde sono diminuite dello 0,1%). Solo la Spagna si colloca nelle nostre vicinanze (0,4%) mentre ben più sostenuta è la dinamica negli altri paesi europei. Va anche tenuto presente che in molti paesi ex-socialisti il ritmo di crescita è stato tra il 10 e il 40%, con ovvii effetti sul restringimento del differenziale di benessere a nostro vantaggio, oltre che – almeno in parte – sulla necessità di agire sul nostro costo del lavoro per recuperare competitività. E questa, volendo, potrebbe essere una buona notizia.

L’Italia, andando anche al di là dei dati di questo Rapporto, ha i più elevati tassi di povertà non solo quella relativa all’intera popolazione ma anche – e questo è motivo di preoccupazione – quella riferita ai soli minori. Essere poveri in età precoce vuole dire che, con alta probabilità, si sarà poveri da adulti. Inoltre – e in modo connesso con queste tendenze – cresce la quota di famiglie povere con capo-famiglia laureato (si tratta oramai del 5% circa a livello nazionale con valori molto più elevati nel Mezzogiorno). Ancora, come risulta anche da un recente Rapporto della Commissione Europea sulla povertà minorile, crescono le famiglie povere ove non manca il lavoro, talvolta anche a entrambi i genitori.

Questi vari fenomeni non sono slegati tra loro. La deludente dinamica della produttività del lavoro (soprattutto quella per ora lavorata) è in grado di spiegare (in larga misura) perché le retribuzioni stagnano, perché crescono i laureati-poveri e perché non bastano due lavoratori in famiglia per assicurarsi un tenore di vita dignitoso.

Che il problema sia soprattutto questo è al tempo stesso una buona e una cattiva notizia. Buona, perché sappiamo dove guardare per risolvere molti problemi. Cattiva, perché non è facile sollevare la produttività dal suo trend di depressa stazionarietà. Ed è una cattiva notizia, anche perché la strada, intrapresa di recente, di agevolare, anche se in modo pasticciato, gli straordinari non è quella che assicura un futuro di stabile crescita delle retribuzioni. Occorre prendere atto che le politiche di flessibilità – almeno quelle da noi praticate – non riescono a rimuovere i problemi. Occorrono politiche serie e integrate per l’innovazione e per un migliore assetto della struttura produttiva. Occorrono, al di là del sospetto che possono generare. Il Rapporto Istat di quest’anno ci dice soprattutto questo. E che il tempo si è fatto breve. Queste, volendo, sono le novità. Forse, partendo da qui, lo sforzo per dirsi ottimisti potrà essere più lieve.

Maurizio Franzini

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